In medio stat

Benissimo: che la cosa non piaccia ai moderni James Dean, agli Oscar Wilde che la vita la bevono tutta in un sorso, lo so. Lo so bene, io che ancora non ho deciso se essere un Oscar Wilde o un Seneca. Eppure, puntuale, con una certa cadenza, torno a ripensare all'epitaffio che tutti i moderati vorrebbero sulla tomba: "In medio stat virtus" (un concetto che già i greci avevano espresso con il celebre "medén àgan"). La virtù sta nel mezzo: un insegnamento degli antichi, inapplicabile a volte, in altre fin troppo comodo alibi alla propria paura di osare. Però: ragionavo su questo pensando a quanto può essere utile, a volte,  il conclamato sano distacco. La misura, in definitiva. Una misura che spesso non rispettiamo, e che altrettanto sovente porta ricadute negative su noi stessi o, più che su noi stessi, sul campo che ci siamo preposti di coltivare. 
Leggete queste righe. Qui il campo è l'editoria o più in generale la cultura, e le parole sono di Dario Morgante, direttore artistico di Castelvecchi. Le traggo dal numero di novembre del "Mucchio".

Lo sfruttamento editoriale è legato al vincolo culturale per il quale le persone "credono" nell'editoria come un processo per la creazione di valore aggiunto. Hanno letto e amato i libri, è stato detto loro che i libri in qualche modo hanno una forza, un peso. Il governo indice giornate, settimane e anni a favore di libri e lettura, ma non rovista nelle pieghe dello sfruttamento editoriale. E' un corto circuito, un settore funestato dalla fede cieca nella cultura. E spesso gli editori ci marciano perché sono imprenditori collocati in un contesto neoliberale. La regola dice di abbattere i costi della forza lavoro, e loro lo fanno. Lo fanno tanto perché i lavoratori dell'industria culturale sono avvelenati da se stessi. Gli piace proprio non dormire la notte per fare una correzione di bozze. E' questa la vera singolarità del precariato editoriale.

Ecco. Sano distacco. A volte l'amore per qualcosa passa anche dal no, dal porre dei paletti lì dove l'eccessiva e quasi fanatica dedizione arriva a soffocare l'oggetto stesso del nostro amore. Aspiranti scrittori che cedono a qualsiasi compromesso per vedere soddisfatto un sogno o una vanità, addetti del settore che fanno tutto gratis o quasi. Se vogliamo bene alla cultura trattiamola da ragazza cresciuta, e non da bambina che non può fare a meno delle nostre cure cieche e spassionate. Altrimenti qualcuno poi se ne approfitta.

Dicembre, natale

7 dicembre 2012.

Eccola. Prima neve. Il piccolo prodigio che accade proprio qui, dove abito.

Siamo rintanati in cucina, i caloriferi sono spenti e la casa piano piano si raffredda come un corpo morto, diventa stretta, rimpicciolisce, è ridotta a una sola cucina, qui, dove ci siamo rifugiati. Il piano terra è immobile nel gelo, non ci andiamo più. E' una piccola scomodità che abbraccio, poiché mi è concesso il privilegio di provare qualcosa che è passato oramai: un dicembre nevoso, il giorno di Sant'Ambrogio, il freddo nelle case, le preoccupazioni. Che privilegio saprebbero essere, le preoccupazioni, se ci fosse anche il silenzio...

L'ho vista da lontano, come un fumo che scende dalle montagne. L'orizzonte si fa opaco, l'aria carica. Qualcuno laggiù l'avrà già scritto, l'avrà detto al compagno, che nevica.

Io l'ho detto a mia madre. Siamo soli, lei ed io, qui. Prima le ho fatto un massaggio, mentre ancora era seduta a tavola. Sentivo le spalline del suo reggipetto e mi è venuto da pensare a tutte le donne, alle loro spalle, con quel segno sulla pelle, il solco del ferretto, il disegno del pizzo. Fardello di sempre, il seno, peso di una maternità che è di tutte. Ogni donna, indistintamente, vive la preoccupazione di essere madre. Ce l'ha sul petto. Anche lei, a cui non riesco a credere.

I fiocchi non cadono, risalgono con la corrente, sono come foglie che la terra non è pronta ad accogliere.

Da questa finestra sono il tuo loggionista, pianura che mi stai sotto. Il tuo spettacolo - alberi che piano piano cadono, antenne che s'alzano insieme ai condomini, monti che imbiancano da lontano - non mi è mai costato nulla, se non il rimanere.

Natale che ha un peso, il destino di arrivare. 

Go we there

La casa editrice Ibiskos ha da poco pubblicato la raccolta di poesie Specchio-Maschere in cui hanno trovato posto i testi vincitori dell'edizione 2011 del Concorso Internazionale di Poesia Castello di Duino - Trieste, il più importante al mondo a livello giovanile secondo l'UNESCO. 
E' bellissimo trovarci anche la mia Andiamo là (che ha poi trovato posto nel mio Guerre bianche). Il libro è in doppia lingua italiano-inglese. Immaginatevi la sorpresa di vedersi tradotti per la prima volta in un'altra lingua... Ecco qua:



Go we there

The breeze comes from the sea.

You limped, once...

And the sea remains far away.
Salt becomes snow on flooded fields.
It finally falls, next to this gate.
Scent of jacaranda, and vestments.

Once in front there was the leech seller,
with a photo of John Lennon on display.
I used to wonder what healed the most...

And a jealous lad comes to squeeze your hand.
There are men like this in all cities.

It was the house of a Monsignor and his sisters, once.
I used to wonder who suffered the most...

Dying in a dying season is to bring springtime.

At school you used to break pencils and thrown them out of the window.
I used to wonder what genius you where...

Tonight it'll snow the sea.

You were a fish, once...

(english translation by Henry Renato Albert)


Andiamo là

La brezza viene dal mare.

Zoppicavi, prima…

E il mare rimane lontano.
Il sale diventa neve sopra i campi alluvionati.
Infine cade, a fianco di questo cancello.
Profumo di jacaranda, e paramenti.

Una volta c’era di fronte il venditore di sanguisughe,
con una foto di John Lennon in vetrina.
Mi chiedevo cosa guarisse di più…

E viene un ragazzo geloso a stringerti la mano.
Ci sono uomini così in tutte le città.

Era la casa di un monsignore e delle sue sorelle, una volta.
Mi chiedevo chi soffrisse di più…

Morire in una stagione che muore è portare primavera.

A scuola spezzavi le matite e le gettavi dalla finestra.
Mi chiedevo che genio fossi…

Stanotte nevicherà il mare.

Eri un pesce, una volta…

Nelle librerie: "Storia di un minuto"

pag. 128, euro 16,00
Esce oggi 25 ottobre in tutte le librerie e webstore Storia di un minuto, il primo disco di PFM (edizioni Aereostella), un libro scritto da me e dal giornalista musicale padovano Renzo Stefanel, nato da un'idea di Franco Zanetti.
Un'opera dalla storia travagliata, su cui abbiamo lavorato per anni, e che ci ha portato a gestire un materiale di informazioni e interviste enorme. Ora esce una piccola ma densa opera che dice e racconta tutto dei primi anni di vita di quella band che, anche quando ancora non si chiamava Premiata Forneria Marconi, aveva già iniziato a scardinare il rock italiano con la propria musica. 
Oltre, ovviamente, alla viva voce dei protagonisti, abbiamo approfittato delle testimonianze inedite di Mogol, Claudio Fabi, Marco Damiani, Antonio Coni, Mara Maionchi e tanti altri... 

Come nacque la band di rock tricolore più famosa al mondo? E in che modo, con il suo disco d’esordio, riuscì nell’impresa di essere il primo gruppo italiano a piazzarsi in cima alle classifiche di vendita? E ancora: da dove nasce la celebre Impressioni di settembre? Quando prende forma La carrozza di Hans? A quarant’anni di distanza dalla pubblicazione, ecco qui raccontate dalla viva voce dei protagonisti la genesi e la realizzazione dell’album “epocale” del progressive italiano: Storia di un minuto della Premiata Forneria MarconiOvvero come cinque musicisti dalla vista lunga hanno saputo sfidare ogni convenzione musicale per proiettare il rock italiano negli “immaginifici” anni Settanta...

Guerre bianche, Meda


Le Guerre bianche arrivano anche a Meda. Sabato 6 ottobre, ore 17.00, presso la Medateca (ovvero la nuova biblioteca della città, inaugurata qualche mese fa) Gianfranco De Franco e io daremo vita a un altro reading sonoro delle poesie contenute nel libro...

Intanto scopro questo articolo apparso sul quotidiano "Libertà" di Piacenza lo scorso 13 settembre. Ve ne propongo, velocissima, la lettura.


Guerre bianche, Milano

Il "12 Maggio Temporary location" di Via Abamonti 2
SPAZIO "12 MAGGIO" SALUTA E OFFRE COME EVENTO DI CHIUSURA UN READING CON MUSICA! SEGUE COCKTAIL

Venerdì 28 settembre, ore 19, Via Abamonti 2, Milano



Antonio Oleari presenta il suo primo volume di liriche (Guerre bianche, pubblicato da Liberodiscrivere) e lo fa con un emozionante reading per pochi, perché la poesia non vuole schiamazzi, ma sussurri e ombre. Non è solo. Al suo fianco, appunto, l’ombra sonora di Gianfranco De Franco, fiatista calabrese armato di flauti, clarini, sax ma anche metallofoni, sistri e varia chincaglieria da filtrare attraverso un microfono ed una caleidoscopica pedaliera foriera di mirabolanti effetti. Ehi, ma questo qui fa suonare pure la carta…

Il temporale in tempo reale

Si addensava nel cielo, la fine del mondo. Mentre io stendevo le ginocchia sul divano della cucina, attaccando un cornetto, l’occhio a una gara di formula uno. Si fondevano grumi di nuvole con la cattiveria di pellegrini stanchi e spossati per il troppo tempo passato a camminare. Era un amalgama di brutture che sceglievano il lembo di terra sopra cui sfogarsi. Penultima domenica di luglio, la fine dei giorni. Quando a metà pomeriggio s’entrava nelle chiese a battezzare, oppure in auto si raggiungevano parenti in provincia.

Di quella forza della natura comparvero i venti, per primi. Soffiate repentine che deviavano le frecce di quelli impegnati al bersaglio, oppure aquiloni dei bimbi sulle sponde dei laghi. Le punte temperate dei salici, degli ulivi, di vecchie querce e giovani cipressi. I gerani sanguinavano petali rossi e maturi, cadevano dai balconi e restavano nell’aria come in una processione di vergini greche. Io leccavo.

Fotografie sulle bacheche dei network sociali. Immagini rubate dalle finestre dei bagni, entusiastiche previsioni, comparivano. Ci ucciderà, quell’occhio grigio e marcio come acqua di fogna. Una cella di temporale. Nessuno osò uscire di casa a salvare il vaso del rosmarino, della salvia e del basilico, amara sorte di tutti quei futuri condimenti per pasta. Attesa.

Un brusio di preghiere s’alzava. Un brusio intellettuale, con poco cuore. Più che preghiere sembravano dichiarazioni dei redditi, bilanci sul dare e avere di anime buone. Dio, come l’ufficio delle imposte, come un finanziere in alta uniforme, tassava le grigliate destinate a rimanere a metà, metteva il veto ai tuffi in piscina, alle gare in bicicletta, ai gelati in piazza. Dio vendicatore d’estate abbassava la corrente, rimandava tutti a casa. L’angelo sterminatore avrebbe salvato solo i pigri, gli alzati tardi dopo una sbronza, i maniaci di sesso. Avrebbe salvato anche me, che ero al riparo, abbassavo le persiane, chiudevo porte per non fare corrente. Leggevo Henry Miller, annegavo al Tropico del cancro con una sigaretta e un goccio d’acqua.

Il temporale no. Di domenica. D’estate. E invece sì. I piani non sono più piani, quando si scombussolavano. Diventavano gole disseminate d’aculei appuntiti e taglienti sopra cui avrebbero gocciolato le speranze d’una settimana buona, al lavoro. Ci si metteva al riparo. Ma niente si riparava, niente s’aggiustava. Tutto si rompeva come un giocattolo nuovo. Un giocattolo, la spensieratezza dei domenicanti. Io osservavo da dietro la tenda, tifavo per le vittime.

Non s’era visto mai, ciò che stava oscurando il cielo. Dalla cima d’una collina le ultime telefonate. "Non tornerò". Uomini facevano i parafulmini con le antenne nascoste dei loro telefoni cellulari. E l’apocalisse soffiava le note di un flauto irlandese.

"No, adesso no". Il pittore malediceva la fine fatta di pioggia. Avrebbe preferito il fuoco, per dire addio alle sue creazioni. Con le gocce che avrebbero sciolto i suoi acquerelli riducendoli a un tutt’uno senza forme e senza disegno. Piangevano i fotografi impegnati nell’unico matrimonio di domenica, i bambini negli oratori, sui campi di calcio.

Gli uccelli fuggivano. Le cornacchie toglievano la corona del volatile più cattivo. La rivincita dei pappagallini in gabbia, nelle dimore delle signore anziane, salve anche loro, messe al sicuro dai dolori alle anche che non le facevano uscire da mesi.

Poi il vento cessò. Il vuoto d’aria prima del boato. Finivo il capitolo, restavo solo. Un enorme gocciolone si staccò dal cielo, colpì il mio gatto. Fummo salvi per un’altra settimana...

Concorso letterario "Musica&Vene"

Promosso dal "Meeting delle Etichette Indipendenti - Supersound" in collaborazione con "Il Mucchio", il premio letterario "Musica&Vene" si pone come obiettivo quello di ispirare nei giovani scrittori quelle vene letterarie e narrative che hanno a che fare con la musica.
I racconti di questa prima edizione dovranno riguardare il seguente tema: "Musiche di frontiera. L'Italia e le sue tante province".
Ed ecco il bando completo:

Regolamento intero:

Art.1 - Possono partecipare al concorso tutti i cittadini che abbiano compiuto il 14esimo anno di età, ovunque residenti.

Art.2 - I partecipanti potranno inviare scritti di loro produzione, inediti, in lingua italiana, caratterizzati dall’attinenza al seguente tema: “Musiche di frontiera. L’Italia e le sue province, le sue storie, i suoi personaggi: orizzonti stretti, chiusi, da cui spesso vogliamo scappare, oppure posti dove vogliamo rimanere, accettando la sfida. L’Italia e le sue tante province, le sue tante musiche.”


Art.3 - Si potrà partecipare con un solo racconto. I limiti redazionali cui attenersi sono: max 5 cartelle (ogni cartella: 2.000 battute circa inclusi gli spazi).

Art.4 - Le opere andranno inviate via mail all’indirizzo segreteria@materialimusicali.it. In un allegato a parte dovranno essere apposte le generalità dell'autore: nome e cognome, indirizzo completo, numero di telefono, età, titolo dell'opera, firma. Inoltre la dichiarazione firmata: "Autorizzo il trattamento dei dati ai fini istituzionali (L. 675/1996)". Nell’oggetto della mail dovrà essere specificato: Concorso Musica & Vene. L’organizzazione non si assume alcuna responsabilità per mancata ricezione del materiale.
La partecipazione al Concorso è gratuita.

Le opere vanno inviate entro e non oltre il 30 agosto 2012.

Art. 5 - Le opere saranno valutate, a giudizio insindacabile ed inappellabile, da una Giuria qualificata formata da operatori del settore musicale e giornalisti.

Art. 6 - La Giuria sceglierà un'opera vincitrice e una rosa di opere segnalate.
Le opere vincitrici e quelle segnalate saranno presentate pubblicamente in occasione di Supersound che si svolgerà a Faenza dal 28 al 30 settembre 2012.
Il racconto vincitore sarà pubblicato sul mensile di musica e cultura rock Il Mucchio Selvaggio. La Giuria si riserva la facoltà, ove lo ritenga opportuno, di non assegnare premi.

Art. 7 - I riconoscimenti dovranno essere ritirati personalmente dai vincitori, che saranno avvisati in tempo utile. In casi eccezionali potranno essere sostituite da persone da loro designate.

Art. 8 - La partecipazione al concorso implica l'accettazione del presente regolamento.

Per ulteriori informazioni: www.meiweb.it - mei@materialimusicali.it



Il Preoccuparto

Il Preoccuparto era una persona ansiosa, piena di complessi.
Aveva un timore atavico della nascita.
Da piccolissimo, non voleva venire al mondo.
Voleva restare nel pancione della mamma che povera, al dodicesimo mese, chiamò il fabbro per scassinare la serratura che lui aveva chiuso dall'interno.
Poi è diventato bambino, ma alla scuola preferiva la cameretta.
I genitori, molto abbienti, pagarono una maestra privata.
Non giocava con nessuno il poveretto, costretto a lasciare tutti i giochi nel cassetto.
Poi vennero i giochi moderni, i tempi moderni, e il Preoccuparto si iscrisse all'Università On-line, pur di restare nel suo giardinetto bello fresco.
Si sposò per corrispondenza, a 38 anni, accontentandosi di una foto della sua futura sposa.
Simpatica, la moglie, si disse una volta che lei arrivò dal Perù per le nozze.
La prima notte lei gli disse di venire, ma lui non voleva proprio lasciare il suo letto; e così per qualche anno, finché il Preoccuparto mise del seme in una boccetta e le propose una famiglia.
Dopo nove mesi di piccole paure, anche quella nascita angosciava il Preoccuparto che, sedotta un'infermiera, abbandonò il corridoio di neonatologia e imboccò con la sua moto la strada per la spiaggia.
Non lo ritrovarono più per molti anni, fino a quando non lo trovò un brutto male che lo fece dimagrire e impallidire.
Ora che il suo destino era segnato, gli altri signori della parrocchia gli dicevano che non si doveva preoccupare perché morire è rinascere a nuova vita.
E il Preoccuparto si spaventò. Nemmeno morire in pace poteva, al pensiero di dover rinascere. Allora si impegnò, guarì, e nessuno, a quel punto, lo biasimò più.