Una poesia e l'ultimo giorno di scuola

La poesia a 17 anni. La studi, la odi, poi la dimentichi. Oppure la scrivi. E con lei ti salvi da paure ansie incomprensioni debolezze.
A. dice: "Prof, un premio letterario? Me lo trova?"
"Sicuro" dico io.
Qualche giorno dopo stiamo già scegliendo quale poesia mandare, lo facciamo alla sera, per e-mail.
Due mesi e arriva la notizia: A. è seconda, e il premio importante (clicca qui)
"Prof, ha visto che roba?"
"Ho visto, ho visto..." e mi si allarga un sorriso che nemmeno quando di premi è capitato di vincerne a me.
"Il 7 giugno vado ad Arezzo a ritirarlo!"
"Per forza!" dico io.
Il 7 giugno è l'ultimo giorno di scuola. Il 7 giugno è oggi.
A. era a scuola. Ma avrei tanto voluto fosse ad Arezzo.
"Ti ci porto io!" le dico senza calcolo di orari, impegni, preavvisi.
"Lasci stare, prof...". Ha gli occhi rossi.

Ebbene, cara A., visto che oggi non ne hai ricevuti, un premio te lo consegno io. Il concorso lo chiamiamo "Primo Concorso Nazionale di Poesia «Io ad Arezzo non ci posso andare»", facciamo che l'ho creato cinque minuti fa ma che è già mooooolto importante. La vincita non è granché, solo una pagina bianca da riempire, ma la tua poesia merita di essere letta.
E vedrai che le burrasche dell'adolescenza passeranno con la stessa fretta che hai messo per scrivere questi versi. Dieci minuti d'orologio, come mi hai detto tu.

Presente al passato

Cercavo l'abbraccio tra gli sguardi
avida ricerca sfuggevole
e sfuggivo anche io.
Leggevo lo sguardo degli sguardi
comune
e cambiavo io.
Volevo uno sguardo per me
quarto desiderio
e lo respingevo.
Silenzio

Che avevo sempre in mente il vento
abbraccio uragano
e aprire le braccia che regge lui
che soffia sulla pelle
polvere e foglie.
Dalle altalene che salendo entra negli occhi
e quando scendi risucchia.
Inappropriato caldo o freddo vento sbuffato piomba dal nulla.
Il mio vento per stanchezza o per un grido,
per una risata o per noi.
Sottratto ad altro vento da artigli tesi
abbandona ancora
erano i miei.
Mangiavo il vento
Mi proteggevo
Ostacolavo il vento
Mi lasciavo avvolgere.

Gelare di caldo
a stento resto in piedi.

Vorrei un amico adesso,
ma senza fretta. 

Ehi, sappi che quel che fai è importante. Salva il mondo. E lo fa in gran segreto... 
Abbraccio te e tutte le tue compagne: date sempre voce, vi prego, a quello che siete.

Antonio





"L'Armata S'agapò", un saggio di Antonio Oleari e Arturo Cattaneo


Nei mesi scorsi è uscito in libreria il secondo volume di Giustizia e Letteratura, pubblicato da Vita & Pensiero. L'opera trae origine dai cicli seminariali organizzati dal Centro Studi "Federico Stella" sulla giustizia penale e la politica criminale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra quelli di eminenti scrittori, giuristi, critici letterari ed esperti in comunicazione è presente anche il contributo mio e di Arturo Cattaneo, titolare della cattedra di lingua e letteratura inglese presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Ecco un breve abstract del nostro saggio:


Antonio Oleari – Arturo Cattaneo
«L’Armata S’agapò»: il processo al bravo soldato italiano

Nel 1953 la rivista “Cinema Nuovo” pubblica una proposta di film sulla campagna italiana in Grecia nella seconda guerra mondiale: L’Armata S’agapò. E’ subito scandalo, perché l’articolo presenta un esercito poco propenso al conflitto e molto di più alle imprese amorose,  mettendo in luce un aspetto della storia bellica italiana che causa imbarazzo e risentimento nell’establishment. Il processo per vilipendio alle forze armate che Renzo Renzi (autore dell’articolo) subisce insieme a Guido Aristarco (direttore della rivista), è l’inizio di un lungo dibattito critico sulla figura del “bravo soldato italiano” che – tra editoria e grande schermo – si concluderà in maniera del tutto auto-assolutiva con Mediterraneo, il film premio Oscar di Gabriele Salvatores. 
  

In 1953 the magazine “Cinema Nuovo” publishes an article called The S’agapò Army, containing the idea for a film on the Italian campaign in Greece in World War II. The article, which presents an Italian army more given to love making than to fighting, creates embarrassment and concern among the Italian establishment. The writer of the article, Renzo Renzi, and the magazine’s editor, Guido Aristarco, are tried for offensive behavior to the armed forces. It’s the beginning of a debate on the “good Italian soldier” that has been going on both on paper and on the screen, whose culmination is the Oscar winning film Mediterraneo by Gabriele Salvatores.


Scienza e fede. Roba da prendere per le corna.

Oggi svegliandomi e gironzolando pigramente per facebook mi sono imbattuto in questa frase, scritta da uno sconosciuto: "sono una persona dalle normali capacità intellettive, quindi ateo." Ero ancora nel letto, e il primo pensiero della giornata l'ho dedicato a quanto mi sembrasse triste questa rivendicazione di ateismo. Mi pare un po' cinica, di quelle che aprono e chiudono la questione come se si trattasse di decidere quanti etti di prosciutto ordinare al salumiere... Mentre mi sciacquavo il viso e mi vestivo ho continuato a pensare a questa cosa che chiamiamo ateismo. Mi sono domandato cosa sono io: sono ateo perché non vado in chiesa? Non direi. Sono ateo perché, nonostante tutto, su questa faccenda di Dio io non abbia le idee chiare? Sono ateo perché come molti ritengo la Chiesa una costruzione che nella maggior parte dei suoi aspetti nulla c'azzecca con la ricerca spirituale che ogni uomo sente dentro si sé? Ancora non lo so. Ma credo che l'ateismo non possa essere liquidato come una scelta di campo, una specie di out out politico: se non è così, allora è cosà; se non mi dà fiducia quello, allora vado su quell'altro. Pensieri confusi, lo ammetto. Ma era prima mattina, cercate di capirmi. 

A colazione bevo un caffé, mangio biscotti al cioccolato e leggo a voce alta "Vita di Pericle" dello storico greco Plutarco. Non giudicate troppo frettolosamente le mie abitudini mattutine: era semplicemente il primo libro che avessi sotto mano. E sono stato fortunato, perché proprio tra queste pagine ho rimediato la mia buona dose di consolazione giornaliera. Sentite cosa mi è capitato di leggere:

"Si dice che una volta la testa di un ariete con un solo corno fu portata a Pericle dalle sue campagne, e che l'indovino Lampone, come vide il corno duro e robusto che spuntava al centro della fronte, interpretò il fenomeno così: essendoci in città due poteri (quello di Tucidide e quello di Pericle) il potere sarebbe toccato a uno solo, più precisamente a quello in casa del quale si era verificato il prodigio. Al che lo scienziato Anassagora, fatto spaccare il cranio dell'ariete, mostrò però che il cervello non aveva riempito tutta la scatola cranica, ma appuntito come un uovo era caduto da tutta la cavità in quel posto da cui la radice del corno aveva inizio. E allora Anassagora fu ammirato dai presenti. Poco tempo dopo invece fu ammirato Lampone, visto che Tucidide venne sconfitto come era stato predetto e tutti gli affari del popolo finirono sotto il controllo di Pericle. Niente impediva, credo, che fossero riusciti sia il fisico che l'indovino: l'uno aveva afferrato bene la causa, l'altro il fine del fenomeno; allo scienziato spettava infatti esaminare per quali motivi e in qual modo esso si fosse verificato, all'indovino di dire a che scopo si fosse verificato e che significato avesse. Quelli che dicono che la scoperta della causa comporta la confutazione del significato non si rendono conto che in questo modo respingono, insieme ai segni divini, anche quelli escogitati dall'uomo, come il suono dei timpani, le luci delle torce e le ombre prodotte da una meridiana: effetti prodotti tutti da una causa al fine di significare qualcosa."

Che soddisfazione alzarsi al mattino, porsi una domanda, incappare in una testa d'ariete e trovare una risposta grande come l'universo. Far nascere l'ateismo dal semplice "ho buon senso, posso spiegarmi tutto senza che ci sia bisogno di una ragione o di un Dio" è un pochetto sterile. Le cose che si vedono e quelle che non si vedono vivono legate le une alle altre. O almeno è molto bello crederlo. 

Ti avevo chiesto di tagliarti le mani


 
Ti avevo chiesto
di tagliarti le mani
e di lasciarmele,
almeno quelle
come il cuscino
di tutte le cose che hai toccato,
l’impronta degli atti buoni
che hai compiuto.
Sarebbero invecchiate con me le tue mani,
io stesso le avrei incise di rughe
ogni volta che ne avessi scoperta
una in più sulle mie;
le avrei messe in un vaso
come fiori strappati
tenute vive
dalla mia pioggia d’occhi
che sono fontane spente
non hanno più chi guardare.

Delle tue mani
cercavo le dita
per contare di una vita
quali sono gli attimi sani,
ma non ti bastavano
due cuori lontani.
Con un colpo di mano

ti sei rubata anche le mani.

(dall'antologia Se soltanto partissimo, Giulio Perrone Editore, 2014)

I Galilei - Epilogo

Epilogo.

Il signor Galileo è seduto al centro del palco. La sala è completamente oscurata, solo il verde chiarore delle uscite di sicurezza indugia sul velluto dei tendaggi. Quel chiarore dona al buio lo stesso senso di protezione che abita di solito nelle camerette dei bambini. Deve sentirsi uno starnuto.

Luna: Salute! Ci ammaliamo?
Galileo: Grazie… Beh, è dicembre. E viaggiamo molto. Dentro fuori, caldo freddo.
Luna: Come mi trovi?
Galileo: Non ti trovo, se è per quello. Non fingere di non sapere che non ci vedo più.
Luna: Non fingo.
Galileo: Allora avvicinati su, che ancora non ci sei.

La Luna impiega un buon minuto per comparire dietro al vetro dell’unica finestrella aperta sulle quinte. Intanto, silenzio. Lei è turca, a mezzaluna, sbilenca.

Galileo: Sei turca, a mezzaluna, sbilenca. Quasi fuori stagione.
Luna: Già. Alla fine dell’anno ci si ritrova smagriti.
Galileo: Alla fine dell’anno ci si ritrova cresciuti.
Luna: Vorrai dire invecchiati?
Galileo: Cresciuti, preferisco. Si invecchia quando ci si lascia vincere dal tempo. Si cresce quando ci si spende, ci si consuma facendo. Io questo l’ho imparato negli ultimi tempi.
Luna: L’hai imparato da me, insomma.
Galileo: Da te?
Luna: Io, sì, il regista.
Galileo: Oh insomma! Che storia è, questa?

L’uomo appoggia il bastone che usa per camminare di fronte a sé. Si sdraia su un lato reggendosi col gomito. Il palmo della sua mano tocca la superficie polverosa delle assi. Qui inizia il monologo in cui la Luna spiega.

Luna: Qualche secolo fa attraversavo un periodo di depressione. Uno di quelli in cui ti senti completamente inutile e ti convinci sempre di più di non servire a niente e a nessuno. Mi consigliavano di trovare un’occupazione, dicevano che essere guardata tutta la vita non basta a una signora, immaginarsi a un satellite. Io non sapevo… Di solito sono piuttosto bloccata, vivo di complessi d’inferiorità. E poi finisce che se non ci proponiamo noi, dobbiamo accettare quello che viene…

Pausa. La Luna entra dall’abbaino in cerca di un abbraccio. Il teatro si illumina di una luce argentata.
Luna: Così la Terra mi ha trasformato in uno sgabuzzino dove ammucchiare le cose dimenticate dagli uomini. In tanti anni mi è arrivata ogni cosa…
Galileo: Che cosa?
Luna: Tutto! Solo che io quelle cose ho sempre sperato che la gente se le riprendesse. E quando lo spazio è iniziato a mancare, quando ogni buca si era riempita, ho deciso che avrei restituito ogni cosa al suo proprietario. Anche a te.
Galileo: A me?
Luna: Per una vita ho custodito quel che non volevi…
Galileo: Cosa… non volevo?
Luna: Sentire, Galileo! Tu non hai mai voluto sentire quello che sei.

Galileo si rimette dritto. Sente che la Luna ha occupato tutti i posti a sedere. Si alza e avanza picchiettando il bastone finché il palco non è finito. Lentamente si siede sul bordo con le gambe a penzoloni. Da qui in poi battute molto lente: le pause!

Luna: Vorresti dirmi che non l’avevi capito? La tua teoria, professor Arcetri… Quella che ti ha portato fin qui.
Galileo: Ma… Voglio dire… Sarà mica stata una tua architettura?
Luna: Mia, sì. Era una pena vederti da quassù, sai. Dovevo fare qualcosa. E’ stato un lavoro di anni…
Galileo: Racconta, ti prego.
Luna: Dovevo toglierti qualcosa. Ho pregato quel cagnone randagio di aiutarmi: un giorno si è presentato nell’androne del palazzo che gli avevo indicato e tu, come mi aspettavo, lo hai accolto in casa. Gli hai dato il tuo nome. Questo a dire  il vero non l’avevo previsto, ma col senno di poi tutto ha un senso: Galileo doveva essere esattamente il tuo nuovo te. Ho fatto in modo che il vostro legame diventasse solido come tu non ne avevi mai avuti, professore, nemmeno con la madre di tuo figlio. Poi, al momento opportuno, il cane ha fatto sì che quella caldaia esplodesse nel momento esatto in cui passavi tu. Da lì il calo della vista e la lenta cecità. Nel frattempo Galileo faticava per te in continuazione. Gli feci ritrovare il tuo vecchio alunno, Bonaventura. Si incontravano ogni giovedì sera, ascoltavano dischi rubati, mentre io preparavo tuo incontro con lui: l’uscita di casa, la pensione, il Gracco, il suo banco dei dischi. Iniziasti ad ascoltare la musica degli sconosciuti, e a capire che la musica sa parlare della vita. Primo passo.
Galileo: E poi?
Luna: E poi dovevo farti fare il secondo. Amare il suono di chi ti stava vicino. Una sera in cui ero piena tolsi il sonno a un giovane tenente della guardia di finanza, il quale, uscito dalle coperte di Violante, il trans, piuttosto che andare a dormire sfogliò il fascicolo sulla società immobiliare di tuo figlio. Un mese dopo Bellarmino era in prigione. La sua villa, il saxofono, Ermes che può tornare a parlare la sua lingua. Come lo ascoltavi, Ermes, vero? Iniziavi a non poterne fare a meno…
Galileo: Vai avanti. Ma piano.
Luna: Più la vista ti calava, più le tue orecchie si facevano acute. Osservavi con loro. Ma a me ancora mancava di restituirti quello che dovevo: il tuo, di suono. Quell’insieme unico di note che compone il battere del tuo cuore. Ora che camminavi sulle tue gambe, Galileo si faceva da parte. Il suo compito era finito. Tu eri già in viaggio con i tuoi musicisti. Avevi in mano la tua teoria: può un uomo vedere ascoltando? C’eri quasi. Stasera lo hai capito fino in fondo. Può un uomo vedere ascoltandosi? Certo. Certo che può. Una volta che è diventato quel che doveva essere davvero.

Il poeta sorride. Poi applaude.

Luna: Grazie. Non ti nascondo che il tuo applauso è un bel concentrato di autostima per me.


Il signor Galileo stende una gamba e allunga il piede verso il pavimento. Quando lo sente, scende dal palco e si avvia per il corridoio centrale. Cammina verso l’uscita. I musicisti lo aspettano in pizzeria per cenare. La luna intanto è sparita dalla platea. Il resto, a braccio.

I Galilei - Puntata n.10

Un bivio.

Della morte e del suo suono il signor Galileo non aveva alcuna esperienza. Forse anche per questo la cosa precipitò mentre lui dormiva con le braccia conserte nell'ultima fila di sedili, la tempia sinistra incollata al vetro del finestrino.
Si destò alle prime parole concitate di chi stava viaggiando con lui lungo la campagna, sopra una statale poco battuta, umida di pioggia fitta come nebbia.

Quando la marcia si arrestò uno di loro aprì lo sportello laterale del camioncino. In due, come potevano, sollevarono l'animale e lo posarono sulle prime zolle fradicie di un campo deserto: delle piante di granoturco erano rimasti migliaia di fusti incisi nello stesso e basso punto, in file uguali, a perdita d'occhio.
Aveva smesso di reggersi sulle zampe da qualche giorno, il cane Galileo, e nelle ultime ore il suo sguardo si era nascosto dietro a due sottili fessure prive di umore. Adesso il suo respiro chiedeva aria, lo faceva con colpi di tosse quasi umani, e quando finalmente la trovò il suo naso e la sua bocca sentirono bruciare.
Esistono storie che s’interrompono nello stesso modo in cui si interrompe l'ispirazione di uno scrittore, oppure di un cantante. Sono storie che si arrestano nell'esatto momento in cui dovrebbero, anche se apparentemente danno l'idea di cadere bruscamente e senza alcun senso.
La storia del cane Galileo si interruppe lì, a bordo di una strada asfaltata. Il senso di tutto quel che accadeva si propagò nell'aria e si stese sul suo muso, finalmente rilassato e disteso. Il perché delle cose stava in quello che aveva compiuto negli ultimi mesi. Azioni spese non per sé, ma per un altro, il suo padrone, colui che anni prima, dopo averlo trovato nell'androne del suo palazzo, aveva scelto di chiamarlo col suo stesso nome, o quasi: "Non pensare che ti voglia chiamare come me” aveva affermato con voce ferma il signor Galileo quella volta, “figuriamoci! Io mi chiamo come mio nonno, uno che si era giocato tutto a carte e che si trovò vecchio e solo senza una lira, tu invece ti chiamerai come quello che della luna ha fatto la sua migliore amica.".
Il perché, dunque… Aver svolto il proprio compito fino alla fine e fino a quando ce n'era stato bisogno. Essere stato l’occhio fedele di chi ne cercava di nuovi per sé. E una volta che li aveva trovati, farsi da parte.
In quei giorni di primo inverno lui e il suo padrone stavano finalmente viaggiando. Viaggiavano con una banda di suonatori fra cui c'era Ermes. Passavano di teatro in teatro facendo della musica un suono e, nel caso del signor Galileo, delle immagini per orecchio. L'idea era stata proprio di Ermes: far diventare tangibile la teoria del professore. "Ma come?" aveva chiesto il signor Galileo quella volta in cui se ne stava parlando sul serio. "Raccontando" aveva risposto Ermes. "Non scherziamo, un professore di scienze in pensione che si mette a fare il poeta!"  aveva obiettato lui.
Proprio così andò. E se non era un poeta, poco ci mancava. Il signor Galileo sapeva alzarsi fino alla luna con le parole, quando qualcuno suonava attorno a lui. Portava vicina ogni cosa lontana.
Ora però i Galilei si separavano.
Il professore fu aiutato a muoversi e si mise seduto al bordo del camioncino. Gli allungarono il braccio nel vuoto finché la sua mano non trovò il pelo del cane.
Ecco, la morte un suono ce l'aveva. Era il mormorio di un tradimento, come mettere insieme una terzina di note: DA TE NO.
Ma chi vive non può capire tutto, solo alcune cose. Allora come un'eco sorse una risposta. Le nuvole, all'orizzonte, si sfilacciavano sopra altri campi e altri boschi. L'alba si componeva un tono di rosa dopo l’altro. Il signor Galileo la vide. Era come un respiro dopo un'apnea.        
Esistono storie che devono proseguire per forza come forzatamente scrive uno scrittore, oppure canta un cantante. Sono storie che vanno troppo oltre, ma vanno dove devono, a costo di apparire affannate.

Il camioncino dunque ripartì dopo che una buca fu scavata. A giorno fatto arrivò in una nuova città. Si fece colazione tutti insieme, e il sole lassù sembrava una luna travestita da maschio.

I Galilei - Puntata n.9

Le cose appena accadute.

I contorni sfuocati di una banda, tutti in fila per due, i tasti degli ottoni, le mostrine di tela, il contorno di cappelli colore del cielo, un naso sorridente, la riva del mare, i sassolini bianchi che si scuriscono non appena li tocca una suola bagnata di scarpa, i gabbiani come lettere nere in un foglio senza righe né quadri, la sagoma di un olivo, il legno scrostato di una barca, un mucchio di alghe, fogli di giornale, il telo di un bersò, qualche tavolo, un’isola nascosta dalle onde, il fumo di un fuoco, l’anima sfumata di una conchiglia, una corda, il sale incrostato, la greca dei palazzi tra il golfo e la montagna, un porto, una bambina che salta e oscura il sole, una mano bruna e tozza che accarezza un gatto con la coda bianca, di nuovo la banda questa volta in cerchio, la bacchette del tamburino, una bicicletta abbandonata, due nuvole vicine che ne formano una,  un ciuffo, le proprie ginocchia. E il volto morbido, semplice, umano del suo cane.
Furono queste le ultime cose che il signor Galileo riuscì a intravedere in vita sua. Quello che i suoi occhi gli avevano appena regalato era stato un desiderio esaudito, un ultimo saluto. Poi la saracinesca si chiuse una volta per tutte.

Un applauso lungo e asciutto si sparse nell’aria.
“Professore!”
Ermes gli correva incontro raggiante dentro la sua nuova divisa blu, i bottoni lustri, la cravatta a nodo fine.
“Allora, cosa gliene pare? Come sono andato?” domandava col fiatone.
Il signor Galileo aveva lo sguardo perso tra la linea della spiaggia e quella delle onde. Un ragazzino era rimasto l’unico ad applaudire ancora, Ermes si voltò in quella direzione, sorrise lievemente, infine tornò con lo sguardo dritto sull’uomo.
“Professor Arcetri, va tutto bene?”
Uno schizzo d’acqua raggiunse le camicie di entrambi.
“Certo! Sì, certo…” pronunciò il signor Galileo. Si alzò. “Vieni Galileo, portami” aggiunse, e si appoggiò all’animale con quell’abbandono che solo con un amico, dopo una sbornia, ci si concede.
Il cane scelse una roccia sulla battigia qualche centinaio di metri più in là. Quando si trovò seduto, il signor Galileo chiese al compagno se fosse pronto.
“Non essere buono” stabilì. “Abbaia solo se è come dico.”
Passò qualche secondo in cui il mondo andò avanti.
“Un windsurf, vicino alla boa. La vela è appena caduta in acqua…” certificò il signor Galileo.
Il cane abbaiò una volta. Poi un’altra. “Non esagerare” lo pregò l’uomo.
“Quella barca in secco…” proseguì. “Il bimbo nascosto chiederà una tana libera tutti.”
Si sentirono grida, qualche protesta, e un urlo di gioia. Il signor Galileo aveva indovinato di nuovo e il suo compagno glielo confermò.
“Eccovi!” disse una voce. Ermes aveva congedato i compagni, portava il sassofono ancora al collo. Non aveva trovato una custodia in tempo. “Professore! non ha sentito il mio assolo?”
La risacca trascinava i ciottoli. I tre s’intesero senza cercarsi.
“Allora è successo… Vero, professore?” domandò Ermes.
“Sì, è capitato” confermò Galileo, l’uomo. E come se intuisse che una cosa, quando accade, già si è trasformata nel suo contrario, disse: “Sono felice.”
Ermes non capì il senso di quelle ultime due parole. Pensò che il signor Galileo volesse partecipare della sua felicità, dell’appagamento dopo il suo primo concerto, che condividesse la sua scelta di ripartire da lì, da una banda di paese che si ritrovava una domenica di ottobre a festeggiare il santo patrono. Per questo rispose “grazie”.
Ma il signor Galileo, senza egoismi, parlava solo per sé. Aveva appena elaborato la sua prima teoria personale. Unica, apparentemente infallibile. E nulla ascoltò se non i colori, la carnagione di quella sera neonata.
  
  
    

I Galilei - Puntata n.8

Familiarità.

“So cosa succede. Uso le mani. Ma è difficile spiegare a parole quello che faccio…”
Ermes parlava del suo non sapere con una voce nata di nuovo. I suoi discorsi adesso erano fermi come vecchi alberi, pieni di belle pause, lunghe o corte, messe al punto giusto. L'uomo parlava con le virgole.
“Vede, professore. E’ così: basta diventare coscienti di quello che si fa un attimo dopo averlo fatto. Non prima, non durante e nemmeno troppo in là. Solo un attimo. E’ in quella minuscola assenza che la mano torna al suo posto.”
Erano i primi di settembre. Da più di un mese Ermes passava ogni istante libero insieme al suo strumento. Anche ora, da seduto, lo teneva sdraiato sulle gambe come una mamma col suo bambino, alzando a tempo i talloni per cullarlo e farlo dormire.
Il signor Galileo invece giocava con un tappo di sughero sul tavolo della cucina. Da giorni non faceva altro che chiedergli di suonare, suonare di continuo. Voleva conoscere, sapere com’è che dopo tanti anni le cose non si dimenticano, anzi migliorano, cosa significhi riprendere fiato, proiettarsi dentro qualcosa di così immateriale e ritornare in sé ancora vivi, pronti, forti. Diventare in qualche modo maestri del tempo e delle forme.
Poi trasferì l’ansia degli ultimi giorni alle sue gambe e si alzò. Galileo il cane scattò da sotto il tavolo come un San Bernardo che abbia fiutato aria di valanghe.
“Vorrei andare”, disse.
“E dove?” chiese Ermes.
“Andare a vedere” ribatté l’uomo.
Tutti lì sapevano che il signor Galileo non vedeva quasi più nulla. Ai suoi occhi forme e colori si erano ormai del tutto ingarbugliati in una grande massa di luce diafana che rendeva le cose indistinguibili. Il mondo, per lui, stava seguendo il destino di una supernova: prima di cadere nel buio, esplodeva di luce. Difficile dire cosa volesse e potesse vedere, ora.
“Lo hai con te?” chiese il signor Galileo a Ermes una volta in strada.
“Sì, ce l’ho” rispose lui che camminava con il sassofono ciondolante al collo.
Durante il tragitto, a volte sotto il sole, a volte all’ombra della macchia che cresce oltre gli ultimi palazzi, Ermes rifletteva sull’ossessione che il signor Galileo aveva dimostrato per quello strumento dalla sera in cui lo avevano prelevato dalla villa di suo figlio Bellarmino. E come se avesse intuito i dubbi e le domande che albergavano nei cuori dei sue due compagni (anche il cane Galileo aveva i suoi punti di domanda), il signor Galileo cercò di spiegarsi non appena furono giunti lì dove la baia termina e il faro apre le porte del mare.


“Il fatto è questo” incominciò. “Sono mesi che cerco di prepararmi nel migliore dei modi. Al momento in cui non vedrò più nulla, intendo. Credevo che bastasse un po’ di metodo, di precisione, ma quelli sono nulla e poi spariscono non appena gli eventi rotolano. Come hanno fatto ultimamente…”
In tutto il suo giudizio il cane Galileo notò che il suo omonimo parlava diversamente da un tempo. I suoi discorsi erano pur sempre chiari, eppure velati da una qualche balbettante emozione tra un respiro e l’altro, come quelli delle persone semplici.
“Ho paura del buio” riprese l’uomo. “L’avevo anche da bambino: ogni sera prima di addormentarmi, quando le luci erano tutte spente, io ripassavo a memoria ogni angolo della casa, ribattevo le stanze palmo a palmo, toccavo col pensiero soprammobile dopo soprammobile, e solo quando ero certo di poter ritrovare tutto al suo posto anche nel buio, allora mi lasciavo andare.”
Ermes, con la bocca leggermente aperta, fissava prima il faro e poi il signor Galileo. Gli pareva avessero la stessa intermittenza. Poi, quasi anticipando l’uomo, pronunciò, guardando nel vuoto, la parola familiarità.
“Esatto, sì… familiarità” confermò il signor Galileo. “Ho bisogno di rendere il mondo una cosa familiare ora che le luci della stanza di stanno spegnendo.”
“E il modo?” pensò fra sé il cane Galileo, seccato che non si arrivasse al dunque. “No dico, il modo l’hai trovato?”
Il modo, per un professore di scienze in pensione che non aveva mai creduto nelle cose che non si vedono, doveva essere una cosa chiamata “suono”. Gli ultimi tempi erano stati una palestra dentro cui abituare le orecchie a fare la parte degli occhi, e adesso era venuto il momento di sperimentare quanto fosse possibile vederci, con le orecchie.
“Se solo io sapessi quante navi entrano ed escono dal porto”, cambiò tono il signor Galileo, appoggiandosi alla staccionata. “Se solo io sapessi come sono fatte queste navi, il colore, il tipo, la stazza, se sono navi da guerra o da carico o traghetti pieni di camion o crociere affollate di macchine fotografiche… E se capissi com’è il mare, quanto alte le onde, di che tinta il fondale… La familiarità, giusto? Come da bambino. Quando contavo tutto, catalogavo e conoscevo e stavo tranquillo.”
Non c’era vento. La prua di una nave metteva il naso nelle acque libere del mare aperto.
Ermes aveva capito: suonò una sola, semplice, lunghissima nota grave, con un leggero guizzo metallico sul finale.

Il signor Galileo sorrise e disse: “Ecco, così!”

I Galilei - Puntata n.7

La musica della scoperta.

La roba stava ammucchiata tutta in una stanza. Era un enorme salone da ricevimenti, buio, con le persiane abbassate, il pavimento lucido e un odore di cera nell’aria. Al centro incombeva, come uno scoglio affiorante dall’acqua, quel cumulo di scatoloni, valigie e casse di legno a cui aveva accennato con un certo distacco il custode all’ingresso della villa.
Entrando, il cane Galileo si era espresso in un guaito rimasto in sospeso tra i quattro angoli della sala per un tempo infinito, mentre il signor Galileo avanzava silenzioso a braccetto di Ermes Bonaventura: nella semioscurità della stanza, avanzata com’era la sua malattia, non vedeva nulla se non fili sottili di luce che lo disturbavano.
“Cosa c’è?” chiese annusando l’aria.
“C’è un mucchio di roba che ci guarda” rispose il suo bastone.
Si avvicinarono. Come un oracolo il signor Galileo stese le braccia in avanti e toccò. Era spaesato ma tranquillo.   
“E ora cosa facciamo voglio dire siamo venuti fin qua qualcosa bisognerà pur fare o no?” domandò Ermes, che tuttora parlava senza virgole e che sentiva il peso di una responsabilità.
Il signor Galileo non era lì per sé, ma per saldare un vecchio debito. Sapeva che in quella montagna di ferri vecchi e reliquie di famiglia non c’era nulla per un vecchio cieco come lui, rimasto senza casa. La partita, lì, doveva giocarla qualcun altro.
“Ti secca farmi sedere?” pregò.
Ermes sfilò una cassa di legno dal grande cumulo e vi ci fece sedere il signor Galileo.
“Grazie. Ora cerca.”
“Cerco cosa?”
“Qualcosa di tuo.”
“Professore qui non c’è nulla di mio.”
“Non si sa mai.”
Ci fu un silenzio breve come certe primavere. Poi il vecchio sentì i primi fruscii, qualche oggetto spostarsi, un calpestio, i cartoni sfregare.
“Un presepe napoletano…” commentò Ermes alla sua prima scoperta.
La cosa sarebbe stata lunga e il professore lo sapeva. Lo sperava, perlomeno.
Il tempo evaporò, si sollevò. La luce del giorno si caricava lentamente di scuro finché dalle fessure delle imposte non entrò qualche fiacco raggio di luna.
Ermes stava scavando ormai da ore in quel monte di cianfrusaglie, e continuamente rendeva conto al signor Galileo di quel che portava alla luce (la luce di un grande lampadario di cui con sforzo aveva trovato l’interruttore): “Bastone da passeggio… Porta carte in osso… Racchette da neve…”
Dei grani di quel lungo rosario, ovviamente, il signor Galileo riconosceva solo l’odore. Restava in ascolto di quel cercare impacciato: metalli che si incontrano, un legno spezzato, pagine impolverate che vengono smosse. C’era nell’aria la sensazione che la vita restasse anche negli oggetti, e che gli oggetti fossero a volte anche più sinceri della vita. Sudato, Ermes ne disseppelliva le tracce. Frugava nella memoria di altri, nelle ragioni di amori poco sbocciati, nelle indifferenze che abitano in tante famiglie. E in mezzo a tante cose non sue, con il passare dei minuti e delle ore, il suo inconscio gli spiegava che i Galilei erano lì per lui, per fargli una sorpresa.
Che musica! Il suono dei desideri, del cuore che tamburella per qualcosa, del ricordo che picchia forte tra il passato ed il futuro.

La villa ora era vuota. Dovevano averli dimenticati lì. Fuori, nel piccolo parco, le punte degli alberi si muovevano al vento di un temporale fatto altrove, lungo la riviera. Dentro la sala il lavorio proseguiva: Galileo il cane dava una mano, odorava scatola dopo scatola, leccava le cose sperimentandone il sapore, finché il suo umido naso sbatté contro una superficie lucida e fredda, leggermente polverosa, liscia come un pomo d’ottone.
Abbaiò perché sapeva.
Ed Ermes corse fino all’altro lato della pila.
“Che c’è cagnone cos’hai trovato?”
Scalpiccio di vecchi fogli di carta di giornale.
“Insomma perché hai abbaiato?”
Se le virgole hanno un suono, se ce l’ha un vecchio filo di spago, che trattiene le cose come fanno i ricordi.
“Vediamo un po’…”
Un pacco che cade. A Ermes tremano le mani. Le mani che toccano. La musica della scoperta. Qualcosa che esce. Un sassofono.
Non appena il tremore passò, l’uomo sistemò le mani e la bocca dove sapeva. Sentì sulla punta della lingua la grana fine della polvere. Poi soffiò dentro l’ancia.

Prima un fischio stridulo come il verso di un gabbiano. Poi un altro, ma più intonato. Infine nel salone, che adesso era diventano grande e pieno come il mondo, si versò una melassa di note che al signor Galileo, tuttora seduto al suo posto, parvero la quintessenza della pienezza, la cosa più corposa e meno incerta che possa mai trovare posto sulla Terra.

I Galilei - Puntata n.6

Papà.

Quando giugno arrivò, fu un mese pieno di domande e di polline. Tutte cose che di solito mettono prurito al naso. E il signor Galileo si rivelò il più allergico dei tre abitanti di quella minuscola casa.
Nelle lunghe notti in cui Ermes lavorava giù al porto, mentre Galileo il cane mugugnava nel sonno stando raccolto sul divano, egli rimaneva immobile a pensare, avvolto dal buio.
Quei gomitoli di pensieri, ruvidi come la iuta, si riavvolgevano puntualmente tutti quanti attorno a un gancio appuntito, un uncino, che il signor Galileo sentiva avvitato nella zucca  e che, ormai ne era certo, aveva la forma precisa di un punto interrogativo.
Per quanto tempo sarebbe rimasto ospite del suo ex alunno Bonaventura? E come avrebbe affrontato la sua ormai prossima cecità? Ma soprattutto: che fine aveva fatto suo figlio Bellarmino, il quale non solo aveva misteriosamente cessato di versare la retta alla casa di cura dove l’aveva scaraventato, ma da una settimana non rispondeva nemmeno più al telefono?
Qualche notizia la portò Ermes un mezzogiorno tornando dal lavoro. Un trafiletto di giornale, cacciato in fondo tra la cronaca locale, diceva che Bellarmino Arcetri era finito in prigione: la sua società immobiliare, quella società che qualche mese prima aveva costretto il signor Galileo ad abbandonare come un profugo la sua soffitta, aveva frodato lo stato più o meno da quando era nata, ed ora gliene si chiedeva il conto.
La notizia colse l’uomo come la tiepida aria umida di un temporale annunciato. Il non poter leggere da sé quella notizia e il non riuscire a vedere i segni che essa lasciava sui volti dei suoi compagni, forse, lo avevano predisposto a una certa indifferenza.
Ma le prima gocce di pioggia non tardarono ad arrivare.
Una lettera, che Galileo il cane afferrò con i denti da sotto la porta (come sapessero che ora il signor Galileo abitava proprio lì è ancora un mistero), gli comunicava che la casa del figlio stava per essere messa all’asta e che i parenti – ovvero lui – erano invitati a ritirare dall’abitazione ciò che ritenessero di loro proprietà.

Se ne discusse una sera in cui fuori tirava vento. Ermes era nervoso, le sue mani tremanti avevano appena fatto cadere un bicchiere. Il signor Galileo disse che non aveva alcuna intenzione di visitare la casa del figlio, in tanti anni non c’era mai stato e non ci teneva ad andarci proprio ora. Anche Ermes disse la sua, ovvero che un salto lo si sarebbe potuto fare, era un peccato che qualche ricordo di famiglia finisse nelle mani di uno sconosciuto avvoltoio. Ma oltre non andò, quella sera il suo turno iniziava prima del solito perciò lasciò le stoviglie nell’acquaio e uscì di corsa.
Il signor Galileo restò per un tempo lungo e impreciso nella sua posizione, alla testa del tavolo. Le voci del vicolo entravano dalla finestra, si sentivano le pallonate dei ragazzini ormai liberi di fare tardi. Forse i più grandi di loro avevano l’età in cui Ermes aveva indossato per la prima volta la tuta da lavoro. Sedici anni, al porto, tutte le notti. A pensarci bene non era stato un così cattivo studente, quel Bonaventura… Certo, per nulla studioso, ma intelligente, acuto. In qualche maniera, appassionato alle cose. Una volta lo aveva sfidato davanti a tutta la classe, aveva detto che lui i compiti non li faceva perché preferiva suonare il sassofono. Stravedeva per la musica. Che seccatura era invece all’epoca per lui, la musica, con quel figlio viziato in casa a stressare, l’idea di suonare uno strumento, andare a lezione, ci mancava solo quello. Cosa sarà, cosa te ne fai, cosa ti serve la musica adesso, pretendeva di sapere da Bellarmino ogni volta che a tavola lui rimetteva sul piatto la solita questione. Per fortuna era capitato il caso dei Bonaventura, quel sassofono del figlio ritirato da scuola…
A quel punto il signor Galileo sentì caldo e provò imbarazzo. Quei ricordi lo fecero sentire in colpa: certo, erano passati più di vent’anni, ma il pensiero che venisse dalla sua penna quell’ultimo brutto voto, quel segno sul registro che aveva regalato al suo studente una vita di stenti e a suo figlio uno strumento nuovo di zecca, lo infragilì. Molto più ora di quando, giorni prima, la stessa storia gli era stata raccontata dall’interessato in persona.
Si alzò e a tentoni raggiunse la stanza brancolando, un salottino che faceva da tutto tranne che da bagno. Prima di uscire Ermes aveva aperto il divano letto e lo aveva preparato per la notte. Lui ci si sdraiò sopra come se avesse qualche anno in più sulle spalle. Allungò il braccio e stese la mano sopra il pelo cortese del suo cane. E restò.
Restò: questo fece il signor Galileo. Restò e sentì. Sentire è una cosa di pelle, pensò. Pensò anche che in quella casa sconosciuta ci sarebbe andato. Poi disse: “Galileo, cerca un bel disco che parli di un padre.” Lo sentiva, l’odore di vecchio dei dischi, ovunque in quella stanza. Il cane si mosse, usò il suo fiuto, ma non ne trovò.