Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post

Provviste #24 - Lettera del Vampiro (alla Vamp)



Da quando è uscito lo scorso 25 novembre (e non è un caso, visto che in quella data si celebra la giornata mondiale controla la violenza sulle donne), il video di Marcondiro, artista e cantautore romano di finezza ed esperienza, ha fatto parlare di sé. Lettera del Vampiro (alla Vamp), brano che anticipa l'uscita del suo prossimo disco, è a tutti gli effetti e per stessa ammissione dell'autore, "un'ironica invettiva contro la misoginia". Del suo ritornello - "Se ti viene voglia di amare qualcuno, uccidilo: è il tuo vampiro" - si è già chiarita altrove la valenza metaforica, ironica e volutamente irriverente (per esempio su L'Huffington Post).
Quello che non dovrebbe passare inosservato è però il valore culturale dell'operazione svolta da Marcondiro. Riprendere una vecchia lettera di Antonin Artoud e trasformarla in canzone non è una cosa da poco. Soprattutto perché significa scommettere su uno dei geni artistici più oscuri ed enigmatici del '900.

Attore, commediografo, regista e scrittore, Artaud fu maestro di quello che ancora oggi viene definito "Teatro della crudeltà", dove per crudeltà non si intende dolore o violenza ma catarsi. Per poter giungere ad essa è necessario ricorrere a tutto ciò che possa disturbare la sensibilità dello spettatore, provocando in lui una sensazione acuta di disagio interiore. Disagio che abitò in Artaud fin dalla gioventù: vittima da bambino di una meningite, ebbe seri problemi neurologici che lo portarono poi, tra le altre cose, alla dipendenza da droghe e alcol. Nel febbraio 1945, a Rodez, nell’Istituto Psichiatrico in cui era ospite da circa due anni, Antonin Artaud comincia a riempire dei quaderni «di appunti sulla letteratura, la poesia, la psicologia, la fisiologia, la magia, la magia soprattutto», quasi senza interruzione, fino alla morte, ad Ivry-sur-Seine, il 4 marzo 1948. La sua vita era stata segnata da otto anni d’internamento coatto, una cinquantina di elettroshock, “succubi e supplizi” d’ogni tipo e dalle tappe di un delirio sempre piú intenso.

In un'esistenza del genere, quale spazio per l'amore? Quale voce dare a ciò che potrebbe rivelarsi fonte di altre sofferenze?
In una delle sue lettere Artaud dichiara di volersi tenere alla larga dalla passione travolgente, da quel sentimento "forte e incontrollato" di fronte al quale teme di essere ancora vittima. Meglio immaginare un rapporto di coppia statico, che non mini la tranquillità del quotidiano: è il compromesso di un Amore-materasso sopra cui adagiarsi e sotto cui nascondere velleità e chimere. Ma è così - rinunciando alla sua forma più pura e ardente - che l'amore si trasforma in terreno di violenza e alienazione.

Marcondiro traduce tutto in chiave contemporanea: al centro del suo video compare una coppia fiacca e insofferente, dove lui, pigro ed irriverente, preferisce guardare film pornografici piuttosto che dare attenzioni a lei che lo stuzzica e lo provoca senza successo. E' la fiera della vacuità, dell'anti-amore che diverte e ammicca (l'arrangiamento moderno e un'estetica vintage sono a tal proposito più che funzionali, ma vero linguaggio nel linguaggio). E il Vampiro da uccidere? Il Vampiro è metafora di ciò che impedisce il sentimento vero: quella parte di noi che non vuole cambiare né tendere verso l'altro, così come l'altro quando si approfitta di noi per soddisfare il proprio ego.

Nessuna violenza vera, ovviamente. Solo ricerca di significati e sperimentazione di un nuovo linguaggio. Quel linguaggio che Artaud ha indagato così insistentemente da rimetterci la vita: un linguaggio assoluto, sganciato, folle, nuovo, catartico. Il linguaggio di una lettera d'amore scritta e buttata infinite volte.


Il sito dell'artista: www.marcondiro.it

Provviste #20 - Marco Missiroli

Di questo libro, prima che ancora venisse pubblicato, conoscevo la prima pagina e la frase finale. Mi sentivo un po' onorato e un po' sfortunato, perché delle cose tanto attese non vorremmo mai sapere nulla, vorremmo goderci la sorpresa senza anticipazioni.

Ho incontrato Marco due giorni prima dell'uscita di Atti osceni in luogo privato. L'avevo invitato a parlare di letteratura nella scuola dove insegno. Sapevo che sarebbe andata alla grande: i ragazzi lo adorano e ora qualcuno di loro starà leggendo un libro di Marco senza che nessun professore gliel'abbia chiesto. Alla fine dell'incontro ci siamo bevuti un caffé al bar. "Come ti senti?" "Agitatissimo" mi ha risposto lui. Mentre spazzavo la spuma del cappuccino dal fondo della tazza ricordo di essermi chiesto come fosse possibile che un autore come lui, con tanti premi in tasca, tradotto in Europa e negli Stati Uniti, si agitasse prima dell'uscita di un suo libro. La risposta in realtà me l'aveva già data un paio di settimane prima, quando in un bar in zona Crocetta avevamo parlato a lungo di molte cose, tra cui la genesi di questa fatica. Una sfida, diceva, con me stesso e nei confronti di chi mi conosce, di chi mi legge. Aveva usato anche qualcuna delle sue espressioni colorite, e dopo esserci lasciati me n'ero andato verso la metropolitana con la certezza che leggere Atti osceni in luogo privato sarebbe stato qualcosa che mi avrebbe riguardato da vicino.

Ho inseguito quell'ultima frase senza sapere come arrivarci. Ho conosciuto Libero Marsell, il protagonista, e me ne sono innamorato. Un bambino che scopre i tradimenti della madre e lo fa nel modo più sconvolgente possibile. Un ragazzino che vive Parigi e la scoperta del mondo con un respiro infinitamente luminoso. Perché a dispetto di quello che può far pensare il titolo, questo libro è luminosissimo: non c'è il buio delle licenziosità, ma il sole della scoperta. Le strade di Parigi, quelle di Milano, piccoli appartamenti che hanno sempre una finestra da cui guardare (sai Marco, quegli appartamenti mi ricordano tanto l'Algeri del nostro Camus, i balconi da cui osservare la vita che si calma nel cuore del tramonto). 

Nella parabola fisica di Libero ho rivisto la mia adolescenza, la scoperta del corpo e delle pulsioni, l'ossessione per le forme del seno. La lontananza dall'universo femminile, il desiderio, il lento avvicinarsi. Marie, il primo e mai realizzato desiderio erotico di Libero, consiglia al giovane amico di conservare la purezza del cuore. Le donne ne sono affascinate e ti cercheranno, gli dice. Ricordo ancora chi mi disse la stessa cosa, tanti anni fa. Non ci avevo creduto.

Gli atti osceni della nostra intimità non sono osceni, e ci aiutano a prendere coscienza di noi, a liberarci. Libero lo fa anche attraverso la letteratura e il cinema. Scopre chi è sua madre, chi era suo padre. Passa di donna in donna come si farebbe con i libri di una sconfinata bilbioteca. Conosce anche quando non vuole. Nelle pagine di Missiroli la letteratura si veste di un fascino erotico. E sono sicuro che tra i miracoli che compirà questo libro ci sarà anche quello di spingerci verso pagine e pellicole che avevamo tenuto lontane. Lo farà anche con i giovanissimi, e sarà un bene, perché la letteratura è questo. Innamoramento. (Il protagonista e la sua scelta radicale di dedicarsi all'insegnamento: è un po' come passare dalla masturbazione all'amore, il piacere per sé che diventa piacere per gli altri).

Non posso andare oltre. Le #Provviste dovrebbero avere il dono della brevità e qui rispetto al solito ho sforato. Vorrei leggeste questo libro perché è uno dei migliori romanzi di formazione scritti negli ultimi decenni. Un romanzo di formazione atipico: perché formerà anche le generazioni che si sentono già formate.
Io intanto continuerò a inseguire il senso di quell'ultima frase. C'è dentro la compiutezza.







Eleonor

Eleonor aveva appena smollato una sgradevole impellicciata all’angolo tra la Wellington e la Little Queen. Quella tipa aveva pure preteso i dieci scellini che le venivano di resto, senza dimostrare la minima solidarietà femminile verso l’unica tassista donna di tutta Leeds. “Crèpaci, dentro la tua pelliccia” mormorò a labbra strette Eleonor mentre ingranava la prima e puntava la circonvallazione.
Dal finestrino abbassato usciva il fumo della sua Dunhill ed entrava pioggia mista a ghiaccio. Aveva i piedi congelati senza sapere il perché. Per fortuna il turno era finito, non restava che tornarsene a casa, stendersi sul divano sotto un paio di copertoni di lana e accendere su Match of the Day per scoprire com’era andata la trasferta dei ragazzi a Londra, in casa di quei fottuti ebrei del Tottenham. La sola idea di essere saliti a cinque punti dall’Everton eccitava Eleonor. Non chiedeva altro al suo sabato sera. Nient’altro. Solo una classifica migliore per continuare a sperare nel titolo.
Ma poi un braccio sbucò dal marciapiede. Era di un uomo alto col cappello, immobile sotto la pioggia dentro un trench grigio polvere. Per un istante Eleonor fu tentata di dare gas e lasciarlo lì dov’era: agli highlights mancavano appena quindici minuti, massimo venti se avessero esagerato con gli spot pubblicitari. Qualcosa invece la spinse a frenare e accostare. L’ultimo, si disse, l’ultimo e poi non se ne parla più.
“Buonasera, York Street per favore” telegrafò l’uomo. Era rilassato e più vecchio di quanto Eleonor avesse pensato in un primo momento. Cinquanta più o meno, e due baffi grigi. Tolse il cappello. Lei non disse nulla, accese l’insegna gialla e invertì il senso di marcia nascondendo il disappunto. Con quel traffico ci sarebbero voluti non meno di venti minuti per arrivare dall’altra parte della città. 
Al primo semaforo alzò la mano e sistemò lo specchietto retrovisore. Ormai ci aveva rinunciato e guidava senza correre, la nuca abbandonata al poggia testa. Aveva la sensazione di essersi fatta contagiare dalla rilassatezza di quell’uomo che si era adagiato sul sedile con entrambe le mani sulle ginocchia e lo sguardo perso al di là del finestrino. Alla sua destra c’era un pacchetto, la carta era di un rosso lucido e dal fiocco di raso blu pendeva un biglietto a forma di cuore.
“Cazzo, San Valentino…” pensò Eleonor. Strinse le mani al volante, poi si portò la destra sulla bocca per obbligarsi a tacere. Porca troia. Se l’era completamente dimenticato.  
Pensò all’ultima volta che lo aveva sentito, due giorni prima, e lui era stato al solito troppo carino e maledettamente garbato. Com’è che era andata a prendersi quel borghesuccio senza carattere, tutto pettinato bene e con le unghie pulite? Si erano conosciuti due mesi prima durante un turno di notte. Era entrata in un caffè dalle parti del museo, il locale era deserto e lui se ne stava seduto davanti a un latte macchiato lasciato a metà. Avevano parlato per un’ora buona e poi lei si era offerta di portarlo a casa senza fargli pagare la corsa, ma poi si era pentita perché il tizio abitava in un bel quartiere dietro la Querry House.
Si erano rivisti. Lei lo andava a prendere al campus e poi parcheggiavano dalle parti dello stadio fino all’ora di cena. Il ragazzino aveva appena diciotto anni, non diceva nulla e giocava a fare il timido. Ora che ci pensava, Eleonor proprio non riusciva a spiegarsi come avesse fatto a uscire per due interi mesi con un tipo del genere. Per un istante lo rivide dentro a uno di quei maglioni orribili con lo stemma del college e sentì persino di odiarlo.
A questo punto la giornata era andata a farsi fottere. Se anche si fosse concessa il divano, la coperta e lo United, Eleonor sapeva che si sarebbe sentita in colpa. Lui le aveva dato appuntamento per quella sera alle sette al solito posto, “ho una sorpresa per te” aveva detto prima di riattaccare, ma lei in silenzio aveva già deciso di non presentarsi.

“Certo che ne è passato di tempo da quando in questa città si lavorava per davvero”. L’uomo aveva rotto il silenzio ed Eleonor tornò a guardare il volante con un po’ di spavento. Fuori dal finestrino centinaia di coppie abbracciate affrontavano l’ingresso dei pub pronte a giocarsi lo stipendio settimanale.
“E’ sabato, signore. Si deve bere” concluse intristendosi Eleonor. Poi deglutì.
“Possibile che i giovani d’oggi non abbiano in testa nient’altro che musica e birra?” ribatté lui.
Eleonor non aveva la benché minima voglia di difendere la vita delle persone normali contro le alitate benpensanti di un vecchio cinquantenne in trench. Non fosse stata così stanca ci sarebbe stata anche lei in mezzo a tutta quella gente, appoggiata al bancone e con della musica, oh sì, con della maleodorante musica a volumi assurdi che le stordisse i timpani. Sarebbe stato un bel modo per lasciarsi alle spalle una delle relazioni più inutili che avesse avuto negli ultimi quindici anni.
L’uomo adesso aveva voglia di parlare.
“Non me la prendo con lei signorina, ma dica ai suoi amici là fuori di iniziare a rimboccarsi le maniche o la nostra Inghilterra diventerà un letamaio.”
Di nuovo non si sforzò, Eleonor. Si limitò a fulminarlo dallo specchietto con i suoi tondi occhi neri. E lui si sentì piccolo e vulnerabile, pronto a ritrattare e a farsi mansueto.
“Nulla in programma per San Valentino?” chiese allora l’uomo per salvare la discussione.
“Nossignore, nulla…” rispose Eleonor.
“Mi permetta allora di offrirle un’opzione…” disse l’uomo mettendo mano al taschino interno del cappotto. “Prenda, li ho appena sequestrati a mio figlio. In sei mesi di college il signorino non si è ancora degnato di dare un esame. Non crederà che io e sua madre sborsiamo migliaia di sterline per farlo ubriacare ai concerti rock”. Tra medio e indice stringeva un paio di biglietti lunghi e stretti. Li alzò per metterli bene in vista, poi li adagiò sul sedile vuoto di fianco a Eleonor.
“Ci vada con chi vuole, se vuole…” aggiunse l’uomo.
Eleonor tentò di dire qualcosa ma era troppo impegnata a cercare di leggere quello che c’era scritto sopra quelle due striscioline di carta giallognola. Non ci riuscì.
“Non si faccia problemi, signorina. Mia moglie cucina dell’arrosto troppo buono per farmi anche solo prendere in considerazione la bizzarra ipotesi di andare a rendere omaggio a questi…” l’uomo si era chinato in avanti e aveva ripreso in mano uno dei due biglietti per leggerci: “The Who!”
Non ci poteva credere: gli Who. Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle, Keith Moon. La sola formazione che valesse la pena ricordare a memoria dopo l’undici titolare di Don Revie, naturalmente. Il figlio di quell'uomo ne sapeva, pensò Eleonor. 
Ora sì che le cose si stavano mettendo per il verso giusto. Forse la serata sarebbe potuta risorgere.
“Beh, ma non… non credo di poter accettare signor…”
“Barrass signorina, Benjamin Barrass”.
A sentire quel cognome il cuore di Eleonor diede un sussulto e grippò.
“Barrass?” chiese allora con la voce strozzata e le labbra ridotte a una fessura.  
“Barrass, sì, con due esse finali” rispose l’uomo.
Inchiodò. Il paraurti si fermò giusto a una cicca di sigaretta dalla Ford Zodiac che li precedeva.
“Tutto bene signorina?”
Eleonor abbassò il finestrino e cercò roba utile per respirare. Passarono trenta  secondi, poi il semaforo scattò sul verde ma lei non si mosse.
“Insomma signorina, se c’è qualcosa che non va me lo deve dire!”
“Mi scusi” disse Eleonor, mise in marcia e svoltò a destra in York Street. Avevano appena passato la Querry House.
“Ecco, poco oltre la panetteria va benissimo” indicò il signor Barrass. Per Eleonor fu la conferma definitiva.
Il taxi si fermò davanti al portone del civico 115. Un elegante palazzo di tre piani con gli scalini in marmo, il citofono illuminato e tutto il resto. L’uomo le disse di tenersi la mezza sterlina di mancia.
“Allora se dovesse decidere di andarci, si diverta anche per me…” scherzò con un piede già fuori dalla portiera e il pacchetto rosso tra le mani.
“Grazie signore. Mi spiace per suo figlio…”
Le parole di Eleonor uscirono distratte. Un rimasuglio di cortesia sbucato fuori dal nugolo di pensieri che le invadeva le pupille.

Il concerto doveva essere appena finito. I ragazzi uscivano dal College cacciando grida e spintonandosi. Qualcuno sventolava brandelli sfilacciati di Union Jack. Le prime motociclette si accesero.
Ernie ed Eleonor erano sdraiati sui sedili posteriori del taxi. Nudi e avvolti da una coperta ruvida che puzzava di benzina.
Quando sentirono le prime voci invadere il silenzio del parcheggio si rannicchiarono uno contro l’altro per non essere visti. Risero e si ribaciarono. Poi parlarono sottovoce.
“Non graffiarmi i piedi…” fece Ernie.
“Cristo, signorino Barrass, quanto è delicato lei!” sbottò Eleonor con voce buffa prima di rifilargli una sberla sulla chiappa gelida.
Risero di nuovo. La macchina a fianco mise in moto e se ne andò.
“Adesso però mi devi dire cos’hai fatto in questi sei mesi, visto che alla facoltà di economia non ti hanno praticamente mai visto”.
Il taxi rimase in silenzio. A dire il vero Eleonor non voleva sapere proprio nulla di Ernie. Non voleva sapere chi era davvero, almeno fino a quando non avrebbe fatto giorno.
Le urla di eccitazione da fuori si fecero più forti. Sentirono una mano sbattere sul cofano con un tonfo sordo. Tre ragazzi ubriachi si allontanarono barcollando.
“Certo che… Essere venuti sin qui” lasciò in sospeso Eleonor. “Potevamo almeno sfruttarli i biglietti di tuo padre.”
“Sei stata tu a baciarmi per prima… Io avevo già aperto la portiera” convenne Ernie.
Era vero, pensò Eleonor. Alla fine non aveva saputo resistere, era stato così eccitante scoprire che quel ragazzino con la riga da parte non era chi diceva di essere.
“Qualcosa mi dice che invece malediremo questa scopata per i prossimi cinquecento San Valentino che ci toccherà sopportare” disse lei provando a immaginare un futuro. “Non essere entrati a un concerto degli Who pur avendo i biglietti! Se mio cugino Pete lo viene a sapere mi ammazza”.
Ernie Barrass teneva gli occhi chiusi. Serrò il braccio attorno al collo di lei e rise dal naso.
“Che ne sai, magari lo hanno registrato, ci faranno un disco e noi lo potremo riascoltare ogni volta che ne avremo voglia”.

Eleonor allungò il suo braccio muscoloso in cerca delle sigarette. Ne accese una scottandosi con il fiammifero. Si ricordò che ancora non sapeva quanti punti ci fossero tra la sua squadra e la cima della classifica.         


Il teatro

E pensare che potevi esserci anche tu. Ci avevo pensato, sai, di invitarti a teatro questa domenica. Mi ero detto così: magari le scrivo per sapere se le piace il teatro, e se le piace le dico che c'è questo spettacolo qui, che un mio amico ci ha fatto le musiche e che magari potremmo andarci insieme. Ma poi ho commesso una serie di errori tra cui quello di provare a venire in quel locale pieno così di gente e con la scusa di bere qualcosa poterti guardare e magari parlare. Però il locale era un po' troppo pieno e allora succede che io in quelle situazioni non mi senta tanto bene così sono stato zitto, mi sono fatto largo in quella bolgia che urlava sopra quel pezzo di Jovanotti e sono uscito a cercare una fettina d'aria da respirare. Avevo un po' di quella vecchia paura, quella di stare male in un posto pieno di gente e non sapere che fare. Poi mentre ero lì che fumavo in un angolino ho visto uscire una persona che conosco bene per essere stato il suo professore (non stiamo qui a discutere del fatto che professori e studenti capitino nella stessa discoteca, altrimenti non finiamo più). Era appena svenuta, il suo ragazzo e uno dei buttafuori la reggevano e alla fine sono venuti proprio dove ero io. Dopo un po' si è ripresa, così le ho fatto compagnia cercando di tranquillizzarla mentre il suo ragazzo andava a prendere le giacche, e intanto che lei guardava nel vuoto io come un pirla le chiedevo su cosa avrebbe fatto la tesina di maturità, ma intanto pensavo: cazzo potevo essere io, e invece è toccato a lei. E' toccato a lei che non ha bevuto nulla, mentre io, se proprio dobbiamo metterla sul bere, sono già avanti di due coca e jack.
Cinque minuti dopo ho chiesto ai miei amici se anche noi per piacere ce ne potevamo andare, e mentre mi accendevo l'ennesima sigaretta mi ricordavo perfettamente di quella giacchetta rossa che portavi perché alla fine ti ho vista e ti sono stato davanti un minuto buono senza dire una parola. E mi vergognavo un po' di tutto, voglio dire, della mia età, del posto in cui ero appena stato, di quello che mi era venuto al cuore. E niente, ci mancava anche di scriverti così dal nulla per invitarti a teatro. Chissà cosa te ne frega a te del teatro.
Ci sono andato da solo. Tra l'altro mi è toccato anche pagare due biglietti: il ragazzo dietro al vetro diceva che la mia prenotazione era per due e che ne dovevo pagare due. Sì, ma io sono da solo, gli ho detto. Fa niente, ormai ne ho stampati due. Eh ma magari qualcuno non trova posto e non può entrare mentre io ne ho uno in più, gli ho fatto notare. Mi spiace, non li cambiamo, e non se la prenda con noi, ha detto. No, non me la prendo con voi però cosa faccio adesso, mi metto fuori a fare il bagarino? Veda lei, mi ha risposto, basta che non lo fa qua, e ha indicato l'ingresso del teatro tutto pieno di gente in fila che mi guardava male e si lamentava. Alla fine sono entrato con quei due biglietti e allora ho pensato: vedi, è un po' come se ci fossi anche tu, t'è capitato il posto proprio accanto al mio. E avrei voluto che quel posto rimanesse libero libero perché c'eri tu lì con me, ma poi la signora seduta davanti si è voltata, ha visto che non c'era nessuno al mio fianco e mi ha chiesto se per favore poggiavo il suo paltò verde proprio lì, dove potevi esserci tu. 
Poi è venuto buio, le voci sono scomparse e per cinque secondi tutto era nero. Ho pensato ancora a quella cosa lì, a quella che mi viene quando non deve, e infatti lei è arrivata puntuale quando gli attori in scena parlavano sopra a un tappeto di clarinetto. Guardavo la camicetta di seta gialla che portava lei, così composta nei gesti, e tentavo di convincermi che è pur sempre meglio un cuore che batte all'impazzata piuttosto che uno che non batte per nulla. Ma non serviva, e allora continuavo a graffiarmi i palmi delle mani. All'improvviso un urlo ha squarciato la sala, un uomo seduto al centro si era sentito male, se ne stava rigido con l'occhio vitreo e dava scosse con le gambe e con la braccia. Sua moglie urlava come se fosse già morto quando le luci si sono accese e delle persone sono corse in quella direzione ripetendo un medico, un medico, chiamatelo subito. Io avrei voluto fare qualcosa e stavo anche per muovermi ma poi ho sentito quella solita frase che si dice sempre, tipo largo, fategli spazio, lasciate fare, e dunque sono rimasto dov'ero mica di dare fastidio. Ho anche pensato che per la seconda volta in poche ore avevo passato il mio male a qualcun altro: prima la ragazza in discoteca, poi questo signore in platea. Possibile? mi chiedevo. 
Ho guardato i due attori, immobili sulla scena, mi sono detto che tutto si era rotto, che erano piombati all'improvviso nel mondo reale, anche la camicetta gialla di lei era tornata ad essere una camicetta qualunque, nei loro occhi tutte le preoccupazioni per una storia d'amore malata avevano lasciato il posto alle preoccupazioni per una persona vera, che esiste davvero. A un certo punto hanno persino varcato la soglia invalicabile, quella del palco, quella sacra, e sono venuti in mezzo a noi, hanno seguito quell'uomo fin sul portone della sala mentre i signori dell'ambulanza lo portavano via, per fortuna cosciente. Sono trascorsi minuti, le luci restavano accese, poi hanno detto che si ricominciava, di mettersi ognuno al suo posto, io mi sono voltato e il paltò verde era ancora lì. Allora mi sono detto che era stata una fortuna non aver avuto il coraggio di invitarti a teatro. Ecco sì, che forse sei proprio fortunata a non conoscermi. Porto una sfiga tremenda. Anche se io vorrei dirti un'altra cosa, vorrei convincerti che se stai con me tutte le cose brutte succedono agli altri.



Post scriptum: ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, forse. E tu sei tu, oppure chiunque, oppure nessuno. Mettetevi d'accordo e poi mi fate sapere.


Tutte le lingue

Il mio cuore ha disimparato tutte le lingue.
Ne ha smarrito la grammatica,
dimenticato le tracce e i segni,
perduto la scrittura e la voce.
Ogni giorno, di nascosto, ha bruciato una pagina del suo vocabolario.

Un cuore che non sa più parlare, la gente lo getta nella sala macchine,
solo il battere considera,
per bruciare energia, scaldare le case, far muovere treni, illuminare teatri.
Con un cuore privo di suoni non si dialoga. Ha una stagione
come l’hanno gli alberi. Cresce per essere bruciato.

Poi un mattino il mio cuore è fuggito, s’è fatto straniero
in quel paese straniero dove tu abiti,
dove si parla come un tempo anche lui parlava.
Non sente la fame, benedice l'ignoranza.
Mi ricorda un pellegrino felice del suo smarrirsi.

Adesso che lo ospiti, suo nuovo amore, il mio cuore ha una nuova virtù
è come un bambino che faccia per la prima volta una a, una e, una u.