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Sottolineature da Borges

Sono entrato realmente in contatto con la scrittura di Jorge Luis Borges un pomeriggio assolato della scorsa primavera, quando mi era possibile leggere all'aperto, in alto a una torretta, nella magnifica pace delle mie prime solitudini. Pensavo che leggere della poesia in lingua potesse aiutarmi con il mio spagnolo (meditavo di raggiungere presto quella terra che a Borges ha dato i natali) e così, in un'antologia di poesia americana del '900, mi imbattei in un lungo elenco di quartine di endecasillabi che porta il nome di Ariosto y los arabes. Restai rapito dai primi cinque versi, che restano tuttora una delle poche cose dette in spagnolo che potrei ripetere a memoria (le altre appartengono, con immutata dignità letteraria, ai ritornelli dei Righeira): 

Nadie puede escribir un libro. Para que                         Nessuno può scrivere un libro. Un libro
un libro sea verdaderamente,                                          perché esista davvero, è necessaria
se requieren la aurora y el poniente,                              l'aurora col tramonto, secoli, armi
siglos, armas y el mar que une y separa.                        e il vasto mare che unisce e separa.
   
Asì lo pensò Ariosto...                                                      Così pensava Ariosto...                                   

Al primo verso ero già cotto di Borges. "Nessuno può scrivere un libro". Esistono parole più definitive? Nell'Apocalisse di San Giovanni? O nell'epopea di Gilgamesh? Ridevo e pensavo tra me che avrei dovuto correre al più presto da un notaio per mettere nero su bianco come avrebbe dovuto incominciare il mio testamento. Perché in quella frase, troppo facile a dirsi, c'è la più grande consolazione per coloro che si ritengono scrittori incompiuti, una specie di "liberi tutti" che ci sgrava da ogni ansia e ci dà il permesso di uscire per un aperitivo in centro senza alcun rimorso di coscienza. Niente più fatiche e struggimenti. La partita è annullata.
Una medesima sfiducia nel potenziale creativo della scrittura Borges la doveva esprimere nel prologo di Storia universale dell'infamia (1935), dove presenta al lettore i suoi scritti come "l'irresponsabile gioco di un timido che non ha avuto il coraggio di scrivere racconti e che per svagarsi ha falsificato e distorto (talora senza alcuna giustificazione estetica) storie altrui". Se nessuno può scrivere un libro, si diventa scrittori riscrivendo. La stessa cosa che a ben vedere fece Ariosto, componendo l'Orlando Furioso a partire dall'Innamorato del Boiardo. Borges è Ariosto, insomma.
Mi viene da osservare che è proprio in questa poetica del limite che si realizza il processo creativo: in quella quartina Borges non si limita ad affermare quel che è impossibile, ma prosegue compendiando ciò che dovrebbe essere la letteratura. E' come se l'autore argentino vivesse una profonda spaccatura tra ciò che non può essere e ciò che deve essere. Ed è qui che interviene, improrogabile, il destino individuale. Afferma Asterione, protagonista di uno dei racconti contenuti in L'Aleph (1949): "La verità è che sono unico. Non mi interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura." Una spaccatura sottolineata anche dalla studiosa americana Helena Percas: "Borges vede nella lingua l'unico mezzo di cui dispone l'uomo per rivelare e fissare la sua verità umana; perciò essa è per lui una costante preoccupazione."
Eccomi tornato al mio inizio, a quel verso iniziale e al suo senso di liberazione. Vedo in Borges l'uomo travagliato, lo scrittore incerto che ama e odia ciò di cui, in ogni caso, non può fare a meno. Colui che per fissare il reale ha bisogno del metafisico, di un fantastico che non scappi nell'etere ma che resti qui per dare senso a quel che c'è.
Nell'ultimo mese ho letto ogni mattina, appena alzato, un passo dell'Aleph. "Leggere, del resto, è un'attività successiva a quella di scrivere: più rassegnata, più civile, più intellettuale" diceva Borges.


   
  

Su tre lati argentini #4 (Tucuman-Tafì)

Fuori dall'aeroporto di Tucuman ci sono le stelle e una grande pianura buia. Il volo da Buenos Aires è atterrato in orario, le famiglie con il passeggino, qualche signora abbronzata e due anziani se ne vanno in pochi minuti. Poi resta il silenzio e una vecchia Ford marrone chiaro. La portiera cigola, un uomo si offre di condurci in città.
Le prime luci sono avvolte dalla nebbia. Deve essere all'incirca mezzanotte e l'aria un poco più calda rispetto alla capitale. Dal finestrino scorgo altri segni di povertà: un carro, un cavallo e una famiglia sopra. Sono case basse di mattoni, bar aperti fino a tardi e ragazzi che fumano. Ogni tanto qualcuno attraversa il vialone con superbia e sprezzo del pericolo. 
Lentamente la città prende forma insieme alle insegne di un Casinò e di qualche hotel, lo Sheraton per esempio. Ma si sente che non sono veri. La città è più brutta, di notte persino minacciosa. Nel nostro albergo ci sono luci basse. Assisto al viavai di ragazzine truccate vestite succinte: in una sala dei sotterranei dev'essere in corso una festa. E' sabato sera tardi, passano solo donne, ma a dire il vero sono bambine. 
La mattina non sappiamo che fare, dove andare. La signorina al bancone consiglia Tafì del Valle, un posto bello, con il lago, loro se possono ci vanno nei week end estivi. Allora trasciniamo gli zaini fino alla stazione degli autobus: di giorno la città è ancora più brutta. Cammino sperando che qualcosa all'improvviso cambi, che questa o quella via ci facciano sbucare in una bella piazza con una bella chiesa o un palazzo o qualcosa, ma nulla. Il nostro percorso è fatto apposta perché di San Miguel de Tucuman noi possiamo portarci via una brutta impressione. Eppure è qui che nel 1816 è nata la Repubblica Argentina, è qui che fu costruito il primo palazzo del Congresso. Dov'è? Il parco 9 de Julio rende assai poco onore a quella storica data. Sono grandi prati spelacchiati sopra cui si gioca a pallone. Gli alberi spogli, la basura, l'immondizia un po' ovunque. Mi dico che la Gloria e la Storia qui ci mettono piede solamente d'estate.

Non ricordo cosa mi disse quel vecchio dalle grandi rughe che incontrai alla stazione degli autobus di Tucuman. Diceva di avere origini spagnole e di essere stato in Italia così tanto tempo fa. Faceva il marinaio. E mi parlò di oro, lingotti d'oro, credo. Ma non riesco ad andare oltre. Mi fece così con la mano mentre salivo sul pullman. Prima mi aveva persino baciato.
Uscire dalla città fu una cosa lentissima, ricordo un intero paese bloccato per via del mercato. Poi prendemmo finalmente velocità e i campi di canna da zucchero si fecero sentire ai nostri nasi prima ancora di comparire davanti ai nostri occhi. Mi addormentai. Al mio risveglio l'autobus si stava inerpicando su per alcuni stretti tornanti: era un paesaggio di montagna come quelli che già conoscevo. Legni secchi, prati, alpeggi di pietra. Ma tutto mutò rapidamente: ancora qualche tornante e venne la foresta sub-tropicale. L'aria umida scaldata dal sole, i vapori, la vegetazione opprimente. La montagna era un muro. Poi i tornanti sparirono: era l'altipiano di erba gialla, macchie di neve, le vette della precordigliera. Un deserto a 2.500 metri. 
Dissi per la prima volta che mai avevo visto roba simile. Il lago artificiale era uno specchio di luce grigia nell'enorme conca della valle. L'autobus si fermò a El Mollar, sulle sue sponde. Poi proseguì fino a Tafì del Valle, il sole batteva forte e l'aria restava fredda e pungente. Trovammo da dormire in una estancia al bordo del paesino, nel giardino un gruppo di lama restava immobile nella luce. Sentivo nascere in me la frenesia del cuore che ancora collego istintivamente a quelle montagne. La parola "Ande" ha per me una sola traduzione: "ciò che non si può contenere".
Quella sera, mentre fuori la temperatura precipitava sotto lo zero, mentre le braci di qualche parilla si smorzavano lentamente sotto le stelle, scrivevo queste cose davanti al computer nella sala da pranzo del nostro rifugio:

Qui Tafi' del Valle, 2000 metri, sulla celebre Ruta 40 che dalla Bolivia scende fino alla Terra del Fuoco passando anche da Bariloche. Scrivo che e' notte e la temperatura scende sotto lo zero. Non c'e' nulla, se non le stelle che non ho mai visto, un lago, le montagne intorno. Non c'e' nemmeno il programma dei giorni che verranno, santo cielo quanta strada. Pero' c'e' quella solita frenesia di andare macinare vedere esserci e vivere le cose lontane. C'e' la paura di essere fuori tempo, fuori luogo, fuori tutto. E ci sono le nostre prime foglie di coca, comprate per 15 pesos in un negozio indio. C'e' anche da inseguire il Re del Mondo, che ci tiene prigioniero il cuore. Lo trovero', se non qui, altrove.

Il mattino seguenti avrei visto solo il rosa di un'alba fredda. Il crinale dei monti ghiacciato, la nebbia sul lago. Il suono delle mie Nike sopra il prato duro coperto di brina.
In quel momento pensai all'uomo che il pomeriggio prima ci aveva fatto fare avanti e indietro dal lago per 150 pesos. Viaggiava su una Fiat Uno e masticava foglie di coca. Le sue mani, le sue unghie. Adesso era ancora lì, alla stazione. 700 pesos, per Cafayate. 


Su tre lati argentini #3 (San Telmo)

Un uomo cammina nella notte tra Almagro e Avenida Corrientes con le mani che gli si stringono nelle tasche dell'impermeabile. Si chiama Enrique Cadicamo ma tutti lo chiamano Il Tano per via delle sue origini italiane. Scrive tanghi. Le parole dei tanghi. E a volte le firma Rosendo Luna, altre Yino Luzzi, altre ancora con il suo nome vero. Tano non lo usa mai per firmare le parole dei tanghi. 
L'umidità gli fa sciogliere la brillantina tra i capelli. Un tassista rallenta, si accosta, lo guarda dal finestrino e poi riparte. Cadicamo vuole pensare, e per pensare gli ci vogliono tempo e centinaia di passi. I lampioni di Buenos Aires e le loro ombre, di notte, fanno da complici ai cuori pesanti.
La sera è volata a guardare ballare la gente in compagnia di una bottiglia di vino. L'uomo è rimasto come al solito sconvolto da tutto quel movimento. Ha osservato con un po' di mestizia le scarpe sfrisate e consunte dei tangheri, i loro passi, i gomiti, i menti. Ogni tanto il grammofono risuonava di canzoni sue, di quelle per cui aveva messo insieme le parole tempo prima, e allora cercava di distrarsi, andava alla toilette, qualcuno in corridoio lo riconosceva e gli sorrideva minaccioso. Forse Cadicamo non ha mai amato il tango, e neppure riesce a capire come si possa ballare sopra tanta sofferenza.
In Argentina far piangere è un pregio e un mestiere. E a Enrique le storie tristi vengono bene da sempre. "Non cambiare, andresti in rovina" gli aveva detto qualcuno, una volta, al Caffè Dorrego. Quando Gardel aveva chiesto di incidere "Pompas de jabon" gli era tornata in mente quella frase che all'epoca aveva preso come una iattura. Gardel era il sogno, la voce, l'Argentina. 
Ora l'uomo attraversa una minuscola via dalle parti di Belgrano. Attorno a lui non vede quasi più nulla, i rumori giungono ovattati, la città sembra sparire dietro una cortina di sogno, diventa fatta solo di cose che non si possono toccare. Pensa a queste frasi, a come scriverle su un foglio: 

"La notte sembra un pozzo di ombre;
ed io cammino lentamente tra le ombre.
nel frattempo pioviggina
e sento le sue spine nel mio cuore...
In questa notte tanto fredda e tanto mia,
pensando sempre la stessa cosa, sprofondo
anche se vorrei strapparla,
rifiutarla e dimenticarla,
la ricordo ancor di più…"

Il portone sbatte alle sue spalle. Le suole sfregano senza fretta sopra le pietra fredda dei gradini. Una volta in casa si toglie l'impermeabile e lo appende all'attaccapanni di ferro che si nasconde dietro l'angolo della porta: è fradicio, e pesa. Sul tavolo del soggiorno una lettera con grafia femminile. 
Le altre parole vengono subito dopo, mentre dalla finestra guarda impaurito la strada da dove è appena venuto


"Pioviggina...
Solo e triste sul marciapiede
va questo cuore affranto,
come una casa abbandonata..."

Il tintinnio del collo di una bottiglia di rum contro il bordo di un bicchiere. 

"Pioviggina...
Tristezza...
Perfino il cielo si è messo a piangere!"

Cadicamo decide che ha pronto quel tango che Troilo gli ha chiesto un mese fa. Domani gli farà avere un telegramma con la prima strofa. Gli andrà bene. Al Pichuco va sempre bene tutto. Lui è uno di quelli a cui piace fare quel che sanno fare.
L'uomo si addormenta con la luce accesa, seduto composto sul divano, mentre tre le vie di Buenos Aires la pioggia si assottiglia in tanti fili di lana.


Mi trovo alla "Poesia", un locale che sull'insegna porta scritta la definizione di esquina de encuentro. La cameriera ritira i piatti. Io la guardo: ha i capelli color noce, un piercing all'ombelico e uno sulla nuca all'altezza della prima vertebra. "Cos'è la Garua?" le chiedo. Lei mima con le dita una specie di gocciolio. "La pioggerella fine fine, quella fastidiosa..."
In Calle Bolivar, nel cuore di San Telmo, invece ora c'è un sole che non scalda. Faccio qualche centinaio di metri e sbuco in Plaza Dorrego. Al centro un uomo e una donna ballano tango sopra una moquette bianco grigia che fa loro da pista. I vecchi palazzi, le vetrine degli antiquari e qualche passante sono il loro pubblico. Io penso a Cadicamo. E mentre seguo quei piedi strisciare con la suola sul pavimento, quelle quattro gambe rigide e tese intrecciarsi con quella grazia e con quella violenza, sono già sicuro di quello che vedo: pennelli. Lasciano segni per terra, riscrivono a caratteri enormi l'alfabeto della tristezza.  




[Enrique Cadicamo detto il Tano ha scritto "Garua" nel 1943, un tango musicato da Anibal Troilo. Come omaggio alla sua lunga carriera di autore e poeta il governo argentino nel 1987 lo dichiarò Ciudadano Ilustre de Buenos Aires e nel 1996 fu nominato Personalità Emerita della Cultura Argentina. Morì a 99 anni il 3 dicembre del 1999]     

Su tre lati argentini #2 (Rio de Janeiro - Buenos Aires)

Arrivarci dal Brasile.

Un grosso aeroplano si alza, si mette orizzontale e fila dritto. Ora è a diecimila metri sopra il Brasile. L’equatore una cosa superata. Lontano si fa un po’ più vicino, ha il suono del soffio, per la prima volta in vita tua sei oltre l’equatore, nell’emisfero australe. Le cose a testa in giù…
Guardi fuori: verde infinito, polmone del mondo. E pensi al tuo viaggio, a quello che ti aspetterà, alle cose sconosciute, se sarai in grado, se ti sentirai a tuo agio, se te la godrai, se il mondo nuovo ti sarà amico, se lo spagnolo lo parlerai o morirai di vergogna. Poi guardi il tuo cuore, pensi al cuore di tutti quelli che viaggiano, immersi come sono nell’euforia e nella domanda, nel coraggio e nell’incertezza. E’ un’amazzonia rossa, quel cuore, che come l’abbatti ricresce. Così piena d’ossigeno, eppure sempre in apnea.
Aeroporto di Rio de Janeiro, prigionieri dentro una gabbia di vetro e aria condizionata. Per uscirne ci vogliono dollari e tempo, due cose che voi non avete. Allora con lo sguardo cercate di arrivare il più lontano possibile: laggiù si alzano le colline e i primi grattacieli riflettono i raggi stanchi del sole. E’ un tramonto velocissimo. Poi buio e lucine.
Nei discorsi e negli sguardi dei brasiliani l’eco dei mondiali di calcio si è spento. Cerchi di immaginare cosa fosse quest’aeroporto due settimane fa e pensi a uomini e donne da ogni dove, squadre, euforia, speranze, soldi, televisioni, desideri, brasile-germania, pianti, proteste, brasile-olanda, delusioni. Il grande pallone, anni per gonfiarlo, così poco per farlo scoppiare. E dopo ogni cosa, la vita. Spostarsi, lavorare, tirare a campare. Mondiali o no quella donna laggiù con il grembiule e il berretto avrà continuato a servire centinaia di caffè al giorno dispensando almeno il doppio dei sorrisi. Avrà lavorato la sera della finale? Forse sì, e con un po’ di cinismo avrà detto “meglio così”, meglio che se la giochino Germania e Argentina, il mio paese in festa e io chiusa qui dentro è una cosa terribile. E alla fine avrà festeggiato comunque vedendo gli odiati vicini argentini buttare al vento tutto a pochi minuti dai rigori. Il non sopportarsi è una cosa molto sudamericana.
E’ notte quando v’imbarcate per l’ennesima volta. Un volo stracolmo, volti assonnati e sfatti di brasiliani, argentini e tre italiani. Lontano, per un attimo, fugge un po’ più in là. Poi si convince a farsi prendere, e tu lo vedi dall’alto, di un’arancione che brilla nell’inchiostro nero e si sparge per chilometri, finché toccate terra, il portellone si apre, ognuno è in silenzio, la gente cammina come se tutto fosse normale e invece no, nulla è normale quando scopri il volto di Lontano. Esiste davvero, non è un’invenzione: Buenos Aires.   

Ezeiza è la porta dell’Argentina. Un aeroporto dal nome di donna come Malpensa, ma con storie ben diverse da raccontare. So per esempio che nel giugno ’73 ce n’erano tre milioni di persone qui fuori, tre milioni ad aspettare Peron che tornava dall’esilio. Ma l’aereo che aspettavano non sarebbe atterrato. Per paura di brutte sorprese il presidente fu fatto atterrare altrove. Tutti restarono con la testa all’insù, tre milioni con la testa all’insù, fin quando dall’alto non arrivò Peron ma le pallottole dei cecchini. Erano appostati ovunque. Fecero tredici morti e centinaia di feriti. Erano della destra peronista e sparavano a quelli della sinistra. L’Argentina ripiombava in quella stanza nebbiosa chiamata instabilità per uscirne di lì a poco ammanettata dalla dittatura di Videla. Ezeiza, dunque. Un aeroporto, una donna, un massacro.

La città dorme. Immagino i bambini argentini nelle loro stanze, sotto le coperte, la maglia di Messi per pigiama. Lo immagino perché il tassista ha voluto parlare della finale, mentre un’autopista semivuota taglia la città da sud a nord, mostrandola stranamente povera. Fa freddo, fuori ci saranno non più di 5 gradi. “Quella notte era tutto bloccato” racconta l’uomo al volante, “la folla ci rendeva impossibile lavorare…” Dico che è normale quando c’è rabbia e delusione per la sconfitta. “Ma che!” risponde lui staccando una mano dal volante, “noi festeggiavamo!”
In calle Paraguay varco la soglia di un hotel dal nome francese pensando a un popolo capace di fare festa per una finale persa. Forse qui non hanno bisogno di vincere a tutti costi, gli basta sentirsi tra i migliori. Gli basta essere guardati.








Su tre lati argentini #1 (Lisbona)

Lisbona. L’imprevisto.

Hai salutato l’Europa affacciandoti alla sua ultima finestra, quella in fondo al corridoio, lì da dove anche l’occhio più acuto non può scorgere altro che un infinito e sconosciuto mare.
I viaggi vivono d’imprevisti. E il viaggiatore li accoglie come una benedizione, il segno inequivocabile che la sua rotta ha una guida. E’ ad essa che egli accetta di sottostare: non padrone del viaggio, ma del viaggio garzone. Ogni volta, più di prima, apprendista.
E così una coincidenza saltata ti riporta a Lisbona per la terza volta. Nelle altre due occasioni viaggiavi con i tuoi genitori, stavi nel dolce fiume della tranquillità, accettavi il dono della curiosità, cedevi senza fretta alla bellezza di Lontano, divinità sfuggente e senza volto. Nei tuoi ricordi sbiaditi c’è solo il Tago, fiume largo, ultimo corridoio, comandante di un'armata di nostalgie che dalle colline scendono fino al mare. Ma tutto è ancora lì: il Barrio Alto, i festoni ai davanzali, i locali rumorosi, le auto che si stringono nelle vie facendosi spazio dove non ce n’è. Ogni cosa - che ci piaccia o no - vive al di là delle nostre dimenticanze.
E’ notte, il pensiero è per strada, illuminato dai lampioni, rotto dall’insistenza degli spacciatori che all’italiano offrono sempre la bamba migliore. Cammini e ti fischiano le orecchie, scendi con piccole mosse centinaia di gradini, in basso a una scalinata un papà fa dormire il suo bambino: “Dormi, sei in viaggio anche quando non ti muovi” gli dice tenendoselo stretto, e tutto resta come nei versi di Pessoa il poeta, seduto a un tavolino del caffè “A Brasileira”, immobile e con le gambe accavallate: 

Lontano da me in me esisto
fuori da chi io sono,
l'ombra e il movimento in cui consisto.
(F. Pessoa, Longe de mim, 1920)


Hai due compagni. Con loro attraversi Rua dos Correiros, Rua Augusta, Plaça do Comércio. E intanto parlate di figli da crescere, dell’egoismo di non mettere al mondo nessuno. Quante volte, in sere così fresche, davanti a un bicchiere, avete parlato con in testa il futuro. Futuro che a parlarne non si compie mai, la parola lo frena e voi vi sentite come la principessa Sherazade, credete che il racconto possa salvarvi dalla vita.
Infine vedete il mare, ve lo indica Re Giuseppe I a cavallo, e restate in silenzio. Il mare che qui si chiama Oceano Atlantico, è il vostro nuovo orizzonte. Il padre di tutti. L’imprevisto più bello.


Una lettera in volo

Qualche giorno fa viaggiavo a bordo di un aeroplano che da Buenos Aires mi avrebbe riportato in Italia. Ero con due amici, all’aeroporto di Ezeiza la signorina del check-in ci aveva assegnato tre posti vicini, ma una volta salito sull’aereo mi sono accorto che intere file erano rimaste libere. Ho chiesto all’assistente di volo, un uomo calvo e dall’accento romano, se mi fosse stato possibile occupare una delle file vuote. Ho ricevuto un sì deciso e gentile.
Prima di sedermi ho dato un’occhiata in giro: mi trovavo in coda, a poche file dall’ultima, ed ero felice. Mi piace la coda dell’aereo, la collego alla terza classe di un vecchio transatlantico, immagino sempre che ci piazzino gli spiantati e i ritardatari.
Quando l’aereo è decollato ho salutato con una strizzata d’occhi Buenos Aires, l’Argentina, l’inverno australe e tutti gli infiniti chilometri di asfalto che in tre settimane di viaggio avevo battezzato, l’ho fatto con una stretta al cuore, come se qualcuno da laggiù mi stesse guardando andar via dopo aver speso fino all’ultima goccia di sudore per convincermi a restare. Era intorno all’una. Un paio di ore dopo il Boeing è caduto nel torpore e le tendine degli oblò sono state abbassate per simulare la notte. Un notte finta in cui non riuscivo a dormire.
Poi all’improvviso mi sono ricordato della tendina chiusa e del finestrino. L’ho alzata, e fuori ho visto quello che in vita mia non avevo mai visto. Volavamo sopra l’oceano scuro appena oltre le coste brasiliane, e laggiù, a ovest, sulla fine del mondo, il sole dipingeva l’orizzonte col più incredibile dei rossi, un’infinita striscia di sangue che ridisegnava la curvatura terrestre facendomi intuire, come poche altre volte nella vita, l’esistenza di Dio. Il giorno si spostava un po’ più in là, correva sempre più a ovest fino a diventare est, per essere giorno altrove. E mentre la striscia si assottigliava e diventava di un rosa conchiglia ho pensato che quel sole che ora interpretava la più tragica delle morti l’avrei visto rinascere qualche ora dopo a Roma, in un’alba che si sarebbe rivelata pallida e afosa. Il mondo è una grande giostra, mi dicevo.
Per sicurezza non ho più abbassato la tendina. La notte si inspessiva, fissavo il vuoto imponendomi il sonno, quando l’occhio mi è caduto altrove, nello spazio vuoto tra il sedile davanti a me e quello reclinato al suo fianco. Era il posto di un argentino basso e dalla pelle olivastra, sulla quarantina, la testa grossa, una cuffia di tanti e corti capelli neri; portava una polo scura con il colletto alzato, l’avevo notata poco prima del decollo e mi aveva fatto ripensare a quella moda terribile diventata legge per colpa di un calciatore francese. Era un tipo inquieto: aveva a disposizione tutti i sedili della sua fila e da quando ci eravamo alzati in aria era stata una migrazione incessante in cerca del più comodo (per un paio d’ore aveva anche tagliato la testa al toro dormendo completamente sdraiato e occupandoli tutti). Ma da qualche minuto si era tranquillizzato e aveva scelto quello al centro.
Sono tornato a guardare verso di lui che aveva appena aperto un foglio mezzo spiegazzato, a righe, di quelli che si strappano dal quaderno. Quel foglio era una lettera. Era scritta in un castigliano semplice, a inchiostro nero, la grafia femminile. Era una lettera d’amore. L’ho capito con un tuffo al cuore dopo pochissime parole. Una lettera d’amore va sempre letta, che tu sia o non sia il destinatario. E questa parlava di litigi, momenti difficili, di una rottura. Parlava a lui ma anche a me, che insieme a uno sconosciuto leggevo riga per riga senza fretta: un segreto che si svelava per la prima volta. A tratti staccavo gli occhi, li mettevo sulla spalla di lui, oppure ne cercavo lo sguardo. Era in quei momenti che mi sentivo scoperto e il cuore mi batteva più forte. Entrare nella vita dagli altri, così da vicino, senza chiedere permesso, senza sentirsi in colpa. C’è così poca distanza, a volte, tra chi deruba e chi è derubato.
Lei continua ad amarlo. Crede che le cose possano migliorare stando insieme. Si rivolge a lui con quel vos che gli argentini usano al posto del tu, una cosa splendida, ha il sapore di altri tempi. Ho pensato a quanto sia magnifico trovarsi da soli sopra un aeroplano che ti sta portando dall’altra parte del mondo e poter leggere la lettera di una donna. Non credo mi sia mai capitato. Ho ricevuto sì lettere d’amore, la prima la ricordo ancora perfettamente, era scritta anche quella su un foglio di quaderno, di quelli con i buchi, color malva. L’ho sempre conservata in una specie di cassetto bunker, praticamente introvabile, un po’ per gelosia e un po’ per vergogna. Poi sono arrivati i telefoni cellulari. La memoria affidata ai cip, lo schermo consumato a furia di rileggere lo stesso messaggio, interpretarlo, impararlo a memoria come una litania o una formula magica che la faccia comparire esattamente lì, davanti a te, a dirti di persona le stesse cose. Mai però ho letto d’amore a bordo di un aereo. Per questo lo invidiavo: fuggire e sapere che qualcuno alle tua spalle ti aspetta. C’è qualcosa di più bello?
“Ti amerò sempre” proseguiva. Avevamo girato il foglio e attaccato a leggerne il retro. “Voglio che tu sia felice.” Non era granché originale, ma mi piaceva così. Ho immaginato chi potesse averla scritta, se era bella, se era una ragazzina oppure una donna in carriera ormai disabituata a usare carta e penna; mi sono chiesto se si trattasse di una relazione clandestina, segreta, oppure di un rapporto duraturo che andava spegnendosi, magari un matrimonio; ho provato a osservare la scena di lei che scrive in cucina, dentro un appartamento alla periferia di Buenos Aires, ma non sono riuscito a scegliere in che modo gliela possa aver consegnata: sulla porta di casa, guardandolo andar via, oppure all’aeroporto, all’ultimo secondo, dopo una corsa in taxi e con il fiatone che toglie le parole.
Quel che è certo è che lei sapeva della sua partenza. Nella lettera gli augura che questo tempo da passare lontano possa aiutarlo a scegliere se darle un’altra opportunità oppure no. Scrive con un tono gentile e premuroso e allo stesso tempo insistente. Arriva a supplicarlo di non farla soffrire, che qualsiasi sia la sua scelta gliela faccia sapere subito, anche da lontano. E io già da qualche riga ho iniziato a pormi la domanda più scontata: dove sta andando costui? A fare che? E soprattutto: perché non ha aperto subito la lettera ma ha aspettato tutte queste ore?
Più si avvicinava la fine più i caratteri si facevano grandi, l’interlinea aumentava, la scrittura si stortava. “Ti amo” ripetuto all’infinito, disperato, un po’ fanciullo. Mi mancava solo una cosa per dire di aver completato la mia lettura, la cosa più importante, quella senza la quale tutto sarebbe rimasto una beata invenzione: il nome di lei. Ho giurato a me stesso che non l’avrei mai dimenticato, che sarebbe rimasto per sempre in un angolo, in attesa di scriverci un libro o di incontrare una donna dallo stesso nome e sposarla. Ero certo ci fosse un motivo nascosto dietro al destino di capitare dentro a una cosa così. Ma ecco che quando mancava meno di un centimetro per poterlo leggere, quando già ero arrivato a scorgere il tua seguito dalla virgola, il foglio ha smesso di scorrere. Lui è rimasto immobile, evidentemente era giunto alla fine prima di me, aveva letto anche il p.s. che io solo intuivo.
Dal mio nascondiglio, fissando oltre il pertugio con più desiderio di prima, l’ho pregato di andare avanti per un solo centimetro. L’ho fatto con così tanta foga che per un attimo ho temuto di aver parlato. Ma l’uomo è restato senza muoversi per un tempo che mi è parso infinito. Poi finalmente si è mosso: eccolo, lo vedevo girare il foglio sulla prima pagina, osservarla, voltarla a testa in giù. E d’improvviso, senza che il mio cuore se lo potesse minimamente aspettare, appallottolare il foglio con entrambe le mani. E’ stato un gesto compostissimo, quasi rilassato, gli ho visto le dita grassocce stringere la carta fino a schiacciarla, sul medio della mano sinistra portava un grosso anello d’oro. Quando si è chinato per riporre la lettera tra i rifiuti il suo volto era annoiato, senza espressione. Si è alzato, dopo un minuto era di ritorno con un bicchiere di Fanta e dei salatini. Si è messo a guardare un film giapponese.

Adesso fuori dal finestrino vedevo la notte africana. Algeri dall’alto era un alveare di luci, le sue strade si perdevano nel deserto per chilometri. Le navi in rada mi apparivano lucciole sottili nel buio d’acqua. 
L'aereo era tornato vuoto come le ore, come i segreti che si perdono, come le domande senza risposta.