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An orange exodus

"An orange exodus" è una breve serie di fotografie scattate il 3 luglio 2016 presso il Santuario di Santa Maria del Giogo nel comune di Sulzano (Brescia). Ritraggono l'opera "The floating piers" dell'artista Christo.

Ho rinunciato alla calca per osservare dall'alto, in silenzio. Mi è sembrato di osservare un esodo muto: non sono in grado di dire se pacifico o meno. A quell'ora del pomeriggio, in quel punto preciso rivolto a ovest, una sola cosa ha invaso me e l'obiettivo della mia macchina: la luce. Ho scelto di colorare quella luce con lo stesso arancio con cui l'artista bulgaro Christo ha colorato le sue passerelle, in modo che tutto si confondesse in un travaso di land-art.





Un esodo verso dove e da dove? Un esodo per quale motivo?

Una guerra contro il tempo

Ovviamente tutti abbiamo in mente l'inizio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno..." e via così. Ma quello non è mica l'inizio. Sono solo le prime righe del primo capitolo. Prima c'è l'introduzione: sono tre paginette di cui tutti ci dimentichiamo volentieri anche perché, come vedremo fra poco, attaccano molto meno poeticamente e con parole ben più difficili rispetto all'incipit che abbiamo malvolentieri imparato a scuola. Questa introduzione però ha una sua utilità, ossia serve sostanzialmente a due cose: da una parte permette a Manzoni di creare il famoso gioco del manoscritto (vi ricordate? Manzoni dice di non essere l'autore del racconto di Renzo e Lucia ma solo colui che, ritrovato un vecchio manoscritto del '600, decide di riscrivere la storia che esso contiene utilizzando un linguaggio più comprensibile), dall'altra presenta delle considerazioni dell'autore riguardo alla Storia (quella con la S maiuscola appunto) tutt'altro che banali.
Il finto manoscritto, che Manzoni avrebbe ritrovato chissà dove, inizia così (faccio una parafrasi al volo visto che l'orginale, ovviamente, è in un difficile italiano secentesco):

"La Storia si può definire un'importante guerra contro il tempo, perché sottraendogli gli anni che sono ormai suoi prigionieri, già morti li richiama in vita, li passa in rassegna e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gli storici che in tale lotta raccolgono grandi successi e gloria, tolgono al tempo soltanto i bottini più ricchi, perché raccontano e ricordano con i loro scritti solamente le imprese dei Principi, dei potenti, dei personaggi più illustri... "

Pensavo a queste righe una domenica di fine giugno mentre me ne stavo seduto con la macchina fotografica al collo sul sagrato di una piccola chiesa di paese, non un capolavoro architettonico, anonima, ma dall'aspetto famigliare. Era la chiesetta di Tornavento, una frazione del comune lombardo di Lonate Pozzolo (Varese), a due passi dallo scalo internazionale di Malpensa. Di lì a poco avrebbero fatto la loro irruzione nella piazzetta (splendida, con vista sulla valle del Ticino e sul Monte Rosa) uomini e donne vestiti del '600 con tanto di moschetti, spade, picche e persino cannoni. Aveva così inizio la XX edizione della rievocazione storica della battaglia di Tornavento. 
Perché pensavo alle parole del Manzoni? Non tanto perché i figuranti che comparivano in piazza erano su per giù vestiti come i personaggi del suo romanzo, ma perché mi ero messo a ragionare su che senso abbiano queste rievocazioni storiche. 
Premessa: il 22 giugno 1636 nei pressi di questo piccolo borgo avvenne una battaglia tra francesi e spagnoli, all'epoca impegnati nella guerra dei trent'anni (esatto, la stessa che si cita nei Promessi). Fu una battaglia piuttosto sanguinosa, ma sinceramente viene difficile considerarla un episodio di vitale importanza nella storia italiana ed europea. Eppure da vent'anni qualcuno spende del tempo e del denaro per rievocarlo. Perché? Ci potrebbero essere mille perché, ma a me cinicamente ne viene in mente per primo uno: perché, se non fosse per questa battaglia, Tornavento resterebbe nascosto nell'anonimato più totale. C'è qualcosa si sbagliato in questo? Assolutamente no, anzi. E' sempre questione di prospettive: per il piccolo (paese), il piccolo (episodio storico) è qualcosa di grande che lo aiuta a sentirsi meno piccolo. Quella domenica, la guerra contro il tempo si è ripetuta: gli anni già morti vengono passati in rassegna e schierati di nuovo in battaglia. Ma non è vero che al tempo si tolgono solo i bottini più ricchi: c'è chi ha bisogno del bottino più povero per sentirsi (giustamente) importante.
 















Un sacro disordine

Targu Neamt, regione della Moldavia, nord est della Romania. E' un inizio d'anno gelido, il cielo è quasi sempre coperto, la luce dura poche ore. Da Bucarest sono risalito fino alla città di Iasi per ritrovare una persona che non vedevo da quando ero piccolo. L'ho trovata, come se il tempo non fosse passato per nulla. Insieme abbiamo mangiato una fetta di panettone e ci siamo parlati a lungo mentre fuori dalla finestra, lontano a ovest, il manto di nubi finiva  e il cielo accennava un tramonto. 
Sulla strada del ritorno un cartello segnala un monastero. Ci sono cartelli così in tutta la Romania: è probabile siano sorti più monasteri qui che in tutto il resto dell'est Europa. Quello di Targu Neamt non è certamente il più bello: giorni prima, nella regione della Bucovina al confine con l'Ucraina, Voronet si è presentato ai miei occhi come una meraviglia che forse non sarò mai in grado di spiegare. A Targu Neamt, però, mi sono imbattutto in un posto davvero bizzarro.
La struttura del monastero rispetta la tradizione: forti mura perimetrali, un grande spiazzo interno con al centro l'antica chiesa le cui pareti interne non hanno un centimetro di intonaco che non sia affrescato. Monaci con lunghi e pesanti soprabiti neri escono dalle loro stanze, attraversano lo spiazzo bianco di neve e ci si infilano dentro. I suoni sono ovattati: scarponi che scricchiolano sulla neve fresca, cani in lontananza, una mamma che sgrida una bambina. Tante famiglie approfittano delle vacanze di Natale per visitare i luoghi di una fede che in Romania resta, al contrario che altrove, forte e salda.
La sorpresa per me arriva una volta uscito dal monastero. Nel piazzale esterno, oltre le poche auto parcheggiate, c'è una struttura circolare con un'alta cupola sovrastante. Parrebbe un battistero o una cose dal genere, invece da lontano, sopra la porta d'ingresso, leggo la scritta "libreria". Quando entro non ci voglio credere. Sotto una volta finemente affrescata c'è tutto. Ossia: tutto. Un bazar in piena regola, senza il minimo concetto di ordine. Migliaia di libri accatastati, icone, crocifissi ma anche cassette di frutta e verdura, martelli, caramelle, un frigorifero con i gelati, quadri, pacchetti di patatine, rullini fotografici, bibite, scarpe, attrezzi da lavoro. Torno a guardare il soffitto per qualche secondo, poi riabbasso gli occhi: è ancora tutto lì. Un prete barbuto e con indosso un maglione liso si aggira in questo marasma con la stessa compostezza di un custode del Louvre. Cerco di toccare tutto, pesco libri a caso: biografie di monaci, spiritualità, storia nazionale. Più in là: paramenti sacri e abiti comuni. Me ne vado senza la minima idea del luogo e della sua funzione. Una cosa è certa: quelle figure angeliche in alto, quel casino in basso, una metafora del cosmo di cui ho trattenuto un vago senso di sacro.





People from Baku

Marzo 2015. 

Baku è nei giorni del Novruz, l'antico capodanno persiano in cui si festeggia l'arrivo della primavera. Le scuole sono chiuse, la gente si trasferisce in centro per festeggiare. La notte qualche fuoco si accende attorno alle mura della città vecchia e i giovani ballano in cerchio con rapidi passi dei piedi. Baku è una città divisa tra tradizione e voglia di modernità, di Europa, di Occidente. Il vetro e l'acciaio delle costruzioni più recenti si unisce alla pietra della città vecchia, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. 

Nei miei 4 giorni in Azerbaijan ho avuto la sensazione di un Paese costretto a nascondersi, obbligato a mostrare solo il lato migliore di sé, fatto di gente semplice dal sorriso appena accennato. Un Paese di frontiera (qui da sempre occidente e oriente si incontrano) in un periodo della sua storia decisivo per dettarne il futuro.


Baku, panorama

Una famiglia si gode un giro sopra la discutibile riproduzione di una gondola veneziana

Baku, ritratto

Baku, ritratto

L'artista Farid Rasulov nel suo studio

Baku, Città vecchia

Baku, Città vecchia

Baku, una giovane danzatrice in abiti tradizionali

Baku, venditore ambulante

Baku, una compagnia di ballo si esibisce sul palco della festa di Novruz

Baku, pubblico davanti al palco della festa di Novruz
Baku, festa di Novruz

Baku, ritratto

Baku, Heydar Aliyev Centre


Inviolabile Mostar

Mostar est, dicembre 2014. 

Camminiamo in una Brace Fejica semi deserta. Sono gli ultimi giorni dell’anno, qualche donna esce da un supermercato e corre a casa con il pandoro e una bottiglia da tenere in fresco fuori dal davanzale. E’ buio, le insegne dei bar e di qualche cevabdzinica illuminano i marciapiedi mentre il minareto della moschea del centro s’accende come un faro sulle acque gelide della Neretva. Poco più in là, oltre le nostre spalle, se ne sta solitario sulla sua schiena d’asino il ponte Stari Most, emblema di una guerra che da queste parti non ha smesso di lasciare tracce. Lo hanno fatto saltare le truppe croato-bosniache la mattina del 9 novembre 1993 dopo che per oltre 400 anni era stato il simbolo di una città in cui etnie e religioni erano riuscite nel difficile esercizio della convivenza. E’ di nuovo al suo posto dal 2004, in estate i giovani sono tornati a tuffarsi e a gironzolare tra negozi di souvenir. Ma in questa stagione le serrande restano abbassate, d’inverno per i turisti qui non c’è granché.
Si sentono colpi da lontano, qualche ragazzino ha iniziato in anticipo con i petardi. “Cosa ci facciamo qui?” chiedo a Marco. Lui ride, a sua volta si starà chiedendo cosa diavolo lo ha spinto a seguirmi in mezzo a tutto questo grigiore che adesso minaccia pioggia o forse neve. “Fumiamoci sopra” rispondo. 

Ma l’accendino, come al solito, è rimasto in macchina.

Qualcuno mi sorpassa, con la coda dell’occhio scorgo un paio di scarpe da ginnastica arancioni. Poi, dietro a una fiammella accesa, un paio di occhi azzurrissimi. “Upaljac” dice il ragazzo. “In bosniaco. Accendino: upaljac”. Parla un italiano scorretto ma comprensibile, porta un berretto di lana e un giubbino leggero, la barba di qualche giorno e le guance butterate.
Ringrazio. Dopo il mio primo tiro, ne accende una anche lui. Ha l’aria di uno che non vuole andarsene. Vorrà dei soldi, noi italiani siamo prede fin troppo facili. “Di dove siete?”. Milano, rispondo. Vicino Milano, ribatte Marco. “Volete vedere dove tre italiani sono morti e io mi sono beccato una scheggia nella schiena?”
La domanda è così secca e tagliente che la mia testa non ha tempo di pensare una risposta. L’istinto invece ne ha già una. “Sì” dico, “dove?” Un attimo dopo siamo già partiti, tengo il passo a fatica, lo sconosciuto cammina veloce, si è già infilato in un vicolo buio e non asfaltato. Marco invece, per prudenza, procede qualche metro più indietro. Forse l’ho cacciato in un guaio, avrei dovuto lasciar perdere.
Si chiama Ibrahim, si è voltato e me l’ha detto proprio nell’istante in cui entravamo nel cortile tra palazzoni immersi nel buio. Il grande spiazzo centrale è un parcheggio di terra umida. Ci sono degli alberi e qualche lampione. E’ qui che comincia la sua storia.
“Durante la guerra stavo in quell’appartamento lassù, al terzo piano, a casa di mia zia e mia cugina. Ma la maggior parte della giornata noi bambini la passavamo qui, c’era un rifugio dove trasmettevano quelli di Radio Mostar”. Mi indica una porta di metallo male illuminata. In quei giorni terribili senza più acqua, né corrente, né telefono le radio erano strumento di comunicazione, davano il conto dei vivi e dei morti, mettevano in contatto le persone, suggerivano spostamenti. “Quel giorno eravamo qui fuori nel cortile con tre signori della televisione italiana. E’ arrivata una prima granata. I croati sparavano da nord, sulle colline. Poi una seconda, molto più vicina. Il colpo mi ha spinto in questo pozzetto, è l’ingresso di un bunker. Nella schiena mi è arrivata una grossa scheggia. Mi sono salvato.”
Marco Luchetta era un giornalista triestino della Rai. Con lui, per la Bosnia, erano partiti gli operatori Alessandro Ota e Dario D’Angelo. Dovevano realizzare un reportage per il Tg1 sulle tragiche condizioni dei bambini di Mostar, orfani di guerra oppure abbandonati dalle loro madri perché figli di uno stupro. Erano arrivati a Mostar da Medjugorje su mezzi della Croce Rossa Internazionale, scortati dal contingente spagnolo dei caschi blu. Venerdì 28 gennaio 1994 sono morti mentre intervistavano Zlatko, un altro bambino salvatosi per miracolo.
Una targa li ricorda nell’esatto punto in cui tutto è accaduto. Ibrahim me la indica, è scritta nella doppia lingua. Nella parte in bosniaco alcune lettere sono state cancellate: “Abbiamo insistito perché il sindaco facesse togliere la parola bratoubilacki, che significa fratricida. Non era una guerra fratricida quella, i fratelli non si scannano. Era una guerra civile.” Sono passati vent’anni e le parole pesano ancora come macigni. Non sarà forse il caso di Ibrahim, ma temo che non riconoscere un tuo fratello nel nemico di un tempo possa comportare il non volerlo cercare oggi in chi ti abita a fianco. Le barriere da qualche parte restano: sono sottili, nascoste, per abbatterle non basta ricostruire.

Mostar, la targa in ricordo dei giornalisti italiani uccisi




Un’ora dopo sediamo ai tavolini di un bar di Mostar ovest. Nevica e Ibrahim sorride. Dice che una volta la sua storia l’ha raccontata anche alla televisione italiana, lo intervistava un giornalista molto grasso, famoso. Poco fa invece, in Alekse Santica, ha insistito perché entrassimo con lui dentro a un palazzo sventrato. Le torce dei nostri telefonini che illuminano i corridoi: muri crollati, calcinacci, pareti nere, i sacchi di sabbia alle finestre. Al terzo piano ci abitano ancora, la gente non ha fatto altro che tirare un muro di mattoni a vista e rifarsi un appartamento nella via dove si è combattuto finestra dopo finestra fino all’ultimo bossolo: da una parte i croati dell’HVO, a nemmeno trenta metri i bosniaco-musulmani dell’Armija.
Non lontano, oltre il ponte di Tito, c’è una struttura d’inizio ‘900 ricostruita grazie a fondi italiani. E’ il Gradsko Kupatilo, il bagno pubblico di origine ottomana. Al secondo piano un gruppo di persone aspetta sul pianerottolo. Ibrahim discute a lungo con la signora che nella guardiola gioca a un solitario davanti a un vecchio pc: possono entrare, non possono entrare, il problema sono le nostre scarpe. Poi capiamo il perché: oltre la porta a vetri smerigliati ci investe il tepore di un corridoio avvolto dalla condensa delle docce, il pavimento è bagnato, si sentono degli schiamazzi; infine, svoltato l’angolo, c’è quello che non ti aspetti: una piccola piscina dentro a un salone neoclassico con archi e colonne, le pareti color acquamarina, una cupola dai vetri rossi gialli e verdi. E’ un gioiello. “Vedete?” ripete Ibrahim allegro. Il maestro di nuoto soffia nel fischietto, i bambini si tuffano in acqua e fanno le prime bracciate. Uno di loro riaffiora accanto a noi e si aggrappa al bordo per prendere fiato, mi scorge con indosso la giacca a vento, il cappello di lana e gli scarponi sporchi di fango. “Sorridi” gli dice Ibrahim, “questo signore ti fa una foto per un giornale italiano.” Quando ce ne andiamo la signora interrompe i suoi affari e fa un cenno di saluto: srtna nova godina, buon anno nuovo! Ibrahim qui conosce tutti, lavorava come istruttore di nuoto prima che lo licenziassero. Ora non sa come far mangiare la moglie e i due figli. In Bosnia la disoccupazione sfiora il 40%.
Per ultimo Ibrahim mi regala un pezzo di fumo. “Per la notte” dice. Poi chiede dei soldi come farebbe una guida alla fine del suo tour. Di spalle si allontana, le scarpe da ginnastica arancioni pestano i primi fiocchi di neve.

Mostar, la mia ombra dentro a un palazzo di via Alekse Santica

La storia di Ibrahim mi ha fatto compagnia per giorni. Tornato in Italia, mosso da non so cosa, ho contattato la signora Luchetta, vedova di Marco. A convincermi è stata una coincidenza cha sarebbe lungo spiegare e che riguarda una mia vecchia partecipazione a un concorso letterario. Il giorno in cui le ho telefonato (abita a Trieste) mi sono accorto di un’altra coincidenza: la sera prima era andata in onda la prima puntata di uno sceneggiato televisivo ambientato a Sarajevo. Era la storia di un inviato di guerra che riesce a portare in Italia una bambina bosniaca per adottarla. 

La signora Daniela però non lo ha visto. Di proposito. “Non voglio farmi del male” mi dice con una voce  chiara. “Devo andare avanti, non posso farmi ancora ferire alle spalle”.
Marco, mi spiega, era andato in Bosnia almeno una decina di volte prima di quella. Si era fatto prendere da una febbre. Quando tornava era felice, ma allo stesso tempo iniziava subito a pensare a quando sarebbe potuto ripartire. “Quando conosci davvero cosa significa vivere sotto le bombe, quando vedi con i tuoi occhi i bambini giocare in mezzo alle esplosioni, quando tocchi con mano le tragedie della gente, non riesci a essere più lo stesso. O decidi che non ti interessa nulla, cerchi di liberartene, oppure quella diventa una cosa tua che ti prende i pensieri e non te li molla più. Nemmeno sarei in grado di dire quanto la Bosnia, per Marco, fosse un’urgenza”.
Il fatto all’epoca sconvolse tutta l’Italia. Dopo la seconda guerra mondiale era forse la prima volta che dei giornalisti italiani venivano uccisi in guerra. Per Trieste poi fu una vera tragedia.
“Venimmo a sapere di Zlatko, il bambino ferito dalla granata” racconta ancora la signora Daniela. “Ci dicemmo che dovevamo portarlo al più presto via di lì. Come privati cittadini era quasi impossibile, allora formammo un comitato. Ci mettemmo in contatto con il padre di Zlatko, il quale dopo l’inizio della guerra era emigrato in Svezia. Non fu facile fare tutto, ma poi finalmente il bambino arrivò in Italia con la madre. A quel punto, visto che ci eravamo riusciti con uno, prendemmo fiducia. Così nacque la nostra Associazione. La sede Rai di Napoli ci inviò 50 milioni raccolti tra giornalisti e operatori. La provincia di Trieste fornì in comodato la casa che ancora ospita la sede. Ma la cosa che mi diede più fiducia, all’epoca, fu l’aver ricevuto una telefonata dal sindaco di Mostar. Mi disse: Voglio che voi sappiate che dal momento in cui suo marito e i gli altri giornalisti sono morti, i Croati hanno smesso di bombardarci: l’attenzione del mondo è stata talmente focalizzata su Mostar Est che noi abbiamo smesso di morire. Vede, è questo che dà un senso a tutto quanto”. 
La signora Daniela ha evidentemente realizzato cosa significa, nel senso etimologico della parola, il sacrificio di suo marito: dal latino "fare sacro", dove sacro sta per "inviolabile". La morte di Marco Luchetta e dei due operatori Ota e D’Angelo ha reso inviolabile un pezzo di terra di Bosnia. E la Fondazione Luchetta-Ota-D’Angelo-Hrovatin continua su quella strada: protegge i bambini, ovvero gli inviolabili per eccellenza.

A questo punto della telefonata le racconto di Mostar e del mio incontro con Ibrahim. Mi dice che non ne sa nulla, non ha mai sentito parlare di un altro bambino presente al momento della tragedia. Consiglia di provare a chiedere a suo figlio Andrea, giornalista a Roma, che in questi anni si è speso più di lei nel tentativo di ricostruire i fatti. Lo contatto via mail, lo trovo disponibile fin da subito, rimaniamo d’accordo per una telefonata di lì a qualche giorno.

Non l’ho mai chiamato.

Ibrahim oggi è mio amico su Facebook, ha compiuto gli anni da poco. Era davvero presente quando quella granata è caduta? Non voglio chiederglielo e non mi importa più granché. Ho tenuto tutto in disparte fino ad oggi. Certe storie se non le finisce l’uomo, le chiude il tempo.


Mostar, colori sui muri crivellati



Una caramella al limone

Dentro alla moschea di Mustafa Pasha a Skopje, in Macedonia, sono stato avvicinato da un giovane pakistano con un copricapo turchese che come prima cosa mi ha chiesto: “Come ti senti?”. Ho risposto “molto bene”, ed era vero: ero seduto su una seggiola rossa accostata a un grosso finestrone tenuto spalancato per far girare aria. Guardavo fuori da quel finestrone e vedevo il tramonto con tutti quei colori a spargersi nel cielo, e in controluce il colle che cinge la città a occidente, sopra il quale non so chi e non so quando ha piazzato una croce enorme che negli anni è diventata uno dei simboli di Skopje (e quando dico enorme intendo grossa ma molto grossa). Mi piaceva l’idea che quel simbolo e la moschea da dove lo osservavo si facessero compagnia tutti i giorni, con qualsiasi tempo. 
Il ragazzo ha iniziato a parlare in un fitto inglese invitandomi a riflettere sul posto in cui mi trovavo, sulla bellezza della preghiera, su quello che mi aspetta dall’altra parte se avrò agito bene sulla Terra: usava la parola relax unita ad Allah, paradiso, giuste azioni. Invitava a dimenticare ogni cosa terrena. Faceva, insomma, una specie di catechismo. Lo stavo ad ascoltare mentre un altro uomo, vestito più o meno come lui, si avvicinava e si metteva sdraiato accanto a me. Ormai circondato, ho sentito i primi calori dell'imbarazzo. Non solo: in un pensiero un pochino più malvagio, ho creduto che quelle due persone volessero fare del proselitismo, convincermi di qualcosa, farmi passare dalla loro (che poi dire "farmi passare" significa che io sto già da qualche parte, quando non è così). Allora ho avuto l’istinto di mettere in campo la mia religione, giusto per chiarire che ero cristiano e che non c’era trippa per gatti (è una cosa un po’ triste, lo so, un po’ come quando cerchi di far capire più o meno esplicitamente che sei etero a un omosessuale che ti ha avvicinato per fare due chiacchiere - siamo deboli e umani, suvvia). Insomma, ho fatto presente che molte delle verità (o presunte tali) che mi stava dicendo sono cose in cui crediamo anche noi cristiani (Dio, il paradiso, il relax…). Ma io appunto non sono uno che crede. Al massimo sono uno – come ho sentito dire da Valerio Magrelli – “che vorrebbe non credere”. Ho sorriso tristemente dentro di me pensando alla mia tragica incoerenza (usi la religione quando ti fa comodo, questa è la verità, mi sono detto). Di contro il ragazzo non ha fatto una piega, ha proseguito con i suoi messaggi e mi ha invitato, una volta tornato in Italia, ad andare in visita alla grande moschea di Roma. A quel punto ho capito che un po’ di proselitismo in effetti lo stava facendo, tuttavia non gli potevo negare il tono amichevole, la serenità dello sguardo, la compostezza dei gesti. Gli ho promesso che sì, magari un giorno sarei andato anche alla moschea di Roma. Quando ho fatto per andarmene lui ha messo la mano in tasca e in segno di amicizia mi ha regalato una caramella (doveva essere molto goloso perché quella sera stessa, tre le viuzze della città vecchia, accompagnato dagli altri suoi fratelli barbuti, l’avrei rivisto a un banco dei gelati portarsi via un cono al cioccolato). Era una caramella gommosa e rettangolare avvolta da una carta grigia con il disegno di un limone. L’ho messa in tasca ringraziandolo, ho pronunciato un terribile inshallah, sono uscito e ho raggiunto i miei amici.
Camminavo con loro lungo una delle strade che scende verso il grande bazar quando mi sono ricordato che i miei occhiali da sole erano rimasti di fianco a una vecchia copia del Corano, così ho fatto immediatamente dietrofront, sono tornato davanti all’ingresso, ho tolto nuovamente le scarpe e ho camminato per la seconda volta in pochi minuti sui tappeti che ricoprono per intero il pavimento della moschea. Ora si era riempita di fedeli giunti per la preghiera della sera. Da visitatore mi stavo trasformando in disturbatore. E a quel punto non ho potuto scacciare un’ipotesi quantomeno imbarazzante: l’amico pakistano, vedendomi tornare, avrebbe potuto pensare a una mia conversione improvvisa, a un miracolo di Allah, al concreto successo della sua opera di predicazione. Come spiegargli che ero tornato solo per i miei Ray Ban blu elettrico? Con quale coraggio sbandieravo la mia venialità terrena dopo tutti i suoi discorsi? Rosso di vergogna per aver appena attraversato tutta la sala, con una folla di persone inginocchiate rivolte verso di me, mi sono girato e ho scorto il suo viso sorridente. Ho risposto con un cenno della mano, forse ho anche mosso le labbra in un timidissimo “ciao…”, poi ancora più rosso ho chinato il capo e sono scappato fuori. Mentre l’aria fresca della sera mi asciugava la fronte, stuzzicato dai rimproveri benevoli del mio amico Paolo, ricordo di aver pensato per la prima volta nella vita al valore sociale delle cordicelle colorate che mia madre si mette al collo per non perdere gli occhiali.
Il giorno successivo mi trovavo sulle sponde del lago Matka, un canyon dalle acque verdi e calmissime a pochi chilometri da Skopje. Nel piccolo monastero intitolato a Sant’Andrea ho notato questa icona di fronte alla quale i fedeli avevano lasciato monete, rosari, fiori ma soprattutto caramelle. Non so se esse fossero doni di bambini o se più in generale si trattasse di una consuetudine ortodossa. In tasca tasca ho ritrovato la caramella al limone del pomeriggio prima e l’ho regalata alla Madonna. Ovviamente non è stato un gesto di fede (di fronte a un’icona come a una copia del Corano sei solo un curioso, mi dicevo). Mi piaceva solo pensare che una caramella arrivata dal Pakistan nelle tasche di un musulmano fosse finita sopra un piccolo altarino di una chiesa cristiana. E’ stato un gesto di amicizia, come quello che io avevo ricevuto. Come quella grande croce che dall’alto della collina ogni giorno fa compagnia al minareto sotto di sé. 



Provviste #19 - Atlante delle isole remote



Judith Schalansky ha scritto questo libro per me. La devo proprio ringraziare. Soprattutto per quella dedica iniziale, in cui mi pare metta perfettamente nero su bianco un pensiero che devo averle riferito in uno dei nostri incontri. Incontri avvenuti certamente in un’altra vita, dato che io e lei – in questa – non ci siamo mai incontrati. Judith scrive così:
“Che una bambina della mia classe fosse nata davvero a Helsinki, come c’era scritto sul suo documento d’identità, aveva per me dell’incredibile. H-e-l-s-i-n-k-i: queste otto lettere divennero la chiave per un altro mondo, e ancora oggi mi capita di trattare con mal celato stupore i tedeschi che, per esempio, sono nati a Nairobi o a Los Angeles, e non di rado li considero solo degli sbruffoni, proprio come se affermassero di venire da Atlantide, da Thule o da El Dorado. Naturalmente so che Nairobi e Los Angeles esistono davvero. Queste città infatti sono segnate sulla carte. Ma che qualcuno possa esserci stato realmente, o che addirittura ci sia nato, per me è inconcepibile, oggi come allora.”
Davvero non so come Judith possa esserne a conoscenza. Ma anch’io sono cresciuto con questo esatto pensiero. E più volte mi sono trovato a viaggiare con il solo obiettivo di controllare che certi luoghi – quelli che mille volte ho toccato sopra il mio Atlante Zanichelli tenuto insieme con lo scotch – esistessero per davvero. Mi è capitato a Buenos Aires, a Istanbul, a New York e a Oslo. Ed è il motivo per cui vorrei fiondarmi a Baku, a Ulan Bator, a Santiago del Cile e ad Antananarivo. Devono avere nomi esotici, epici, crudi; devono avere una storia travagliata (per questo va benissimo anche Sarajevo); non devono essere belli: se non sono belli meglio, basta che io ci possa andare e abbia conferma che le carte non mentivano, che le immagini viste in tv non fossero fotomontaggi.
Considero gli atlanti i più bei romanzi scritti dall’uomo. Spesso anche loro ingannano (la carta, il planisfero, il mappamondo ingannano sempre – niente può essere perfetta rappresentazione della Terra), ma lo fanno benissimo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro” dice la mia amica Judith, che è nata nella Germania Est e per molto tempo ha usato l’atlante per viaggiare in tutti quei luoghi, anche vicinissimi, che le erano proibiti. Sento che qui c’è di mezzo la vecchia questione del “vicino” e del “lontano”, e non sbaglia chi ha definito questo libro una sorta di epica della lontananza.
“Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò” è un compendio di luoghi infinitamente distanti e storie nate ai margini. Perché le isole? Perché esse sono come piccoli continenti imprigionati da un Oceano senza fine: spesso li crediamo dei paradisi, ma, come dice Judith, possono trasformarsi in inferni belli e buoni. Luoghi dove muoiono bambini o dove ricchi miliardari traslocano insieme alle loro follie.
Certamente le isole scelte da Judith hanno in comune il trovarsi a migliaia e migliaia di chilometri dalla terraferma. Sono puntini che spesso le carte dimenticano. Davvero non ci si spiega come un mucchietto di terra e rocce possa essere caduto nel mezzo del nulla, lì dove per esempio sorgono Diego Garcia o Sant’Elena o Pasqua.

A me piace pensare che siano le briciole cadute dalla tovaglia di Dio. E non mi accontento, come fa Judith. Io su una di queste ci voglio capitare per davvero, dare un’occhiata, farmi venire la voglia di tornare a casa e raccontare tutto.

Judith Schalansky
“Atlante delle isole remote - Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò”
Bompiani, 2013
pag. 142

Su tre lati argentini #4 (Tucuman-Tafì)

Fuori dall'aeroporto di Tucuman ci sono le stelle e una grande pianura buia. Il volo da Buenos Aires è atterrato in orario, le famiglie con il passeggino, qualche signora abbronzata e due anziani se ne vanno in pochi minuti. Poi resta il silenzio e una vecchia Ford marrone chiaro. La portiera cigola, un uomo si offre di condurci in città.
Le prime luci sono avvolte dalla nebbia. Deve essere all'incirca mezzanotte e l'aria un poco più calda rispetto alla capitale. Dal finestrino scorgo altri segni di povertà: un carro, un cavallo e una famiglia sopra. Sono case basse di mattoni, bar aperti fino a tardi e ragazzi che fumano. Ogni tanto qualcuno attraversa il vialone con superbia e sprezzo del pericolo. 
Lentamente la città prende forma insieme alle insegne di un Casinò e di qualche hotel, lo Sheraton per esempio. Ma si sente che non sono veri. La città è più brutta, di notte persino minacciosa. Nel nostro albergo ci sono luci basse. Assisto al viavai di ragazzine truccate vestite succinte: in una sala dei sotterranei dev'essere in corso una festa. E' sabato sera tardi, passano solo donne, ma a dire il vero sono bambine. 
La mattina non sappiamo che fare, dove andare. La signorina al bancone consiglia Tafì del Valle, un posto bello, con il lago, loro se possono ci vanno nei week end estivi. Allora trasciniamo gli zaini fino alla stazione degli autobus: di giorno la città è ancora più brutta. Cammino sperando che qualcosa all'improvviso cambi, che questa o quella via ci facciano sbucare in una bella piazza con una bella chiesa o un palazzo o qualcosa, ma nulla. Il nostro percorso è fatto apposta perché di San Miguel de Tucuman noi possiamo portarci via una brutta impressione. Eppure è qui che nel 1816 è nata la Repubblica Argentina, è qui che fu costruito il primo palazzo del Congresso. Dov'è? Il parco 9 de Julio rende assai poco onore a quella storica data. Sono grandi prati spelacchiati sopra cui si gioca a pallone. Gli alberi spogli, la basura, l'immondizia un po' ovunque. Mi dico che la Gloria e la Storia qui ci mettono piede solamente d'estate.

Non ricordo cosa mi disse quel vecchio dalle grandi rughe che incontrai alla stazione degli autobus di Tucuman. Diceva di avere origini spagnole e di essere stato in Italia così tanto tempo fa. Faceva il marinaio. E mi parlò di oro, lingotti d'oro, credo. Ma non riesco ad andare oltre. Mi fece così con la mano mentre salivo sul pullman. Prima mi aveva persino baciato.
Uscire dalla città fu una cosa lentissima, ricordo un intero paese bloccato per via del mercato. Poi prendemmo finalmente velocità e i campi di canna da zucchero si fecero sentire ai nostri nasi prima ancora di comparire davanti ai nostri occhi. Mi addormentai. Al mio risveglio l'autobus si stava inerpicando su per alcuni stretti tornanti: era un paesaggio di montagna come quelli che già conoscevo. Legni secchi, prati, alpeggi di pietra. Ma tutto mutò rapidamente: ancora qualche tornante e venne la foresta sub-tropicale. L'aria umida scaldata dal sole, i vapori, la vegetazione opprimente. La montagna era un muro. Poi i tornanti sparirono: era l'altipiano di erba gialla, macchie di neve, le vette della precordigliera. Un deserto a 2.500 metri. 
Dissi per la prima volta che mai avevo visto roba simile. Il lago artificiale era uno specchio di luce grigia nell'enorme conca della valle. L'autobus si fermò a El Mollar, sulle sue sponde. Poi proseguì fino a Tafì del Valle, il sole batteva forte e l'aria restava fredda e pungente. Trovammo da dormire in una estancia al bordo del paesino, nel giardino un gruppo di lama restava immobile nella luce. Sentivo nascere in me la frenesia del cuore che ancora collego istintivamente a quelle montagne. La parola "Ande" ha per me una sola traduzione: "ciò che non si può contenere".
Quella sera, mentre fuori la temperatura precipitava sotto lo zero, mentre le braci di qualche parilla si smorzavano lentamente sotto le stelle, scrivevo queste cose davanti al computer nella sala da pranzo del nostro rifugio:

Qui Tafi' del Valle, 2000 metri, sulla celebre Ruta 40 che dalla Bolivia scende fino alla Terra del Fuoco passando anche da Bariloche. Scrivo che e' notte e la temperatura scende sotto lo zero. Non c'e' nulla, se non le stelle che non ho mai visto, un lago, le montagne intorno. Non c'e' nemmeno il programma dei giorni che verranno, santo cielo quanta strada. Pero' c'e' quella solita frenesia di andare macinare vedere esserci e vivere le cose lontane. C'e' la paura di essere fuori tempo, fuori luogo, fuori tutto. E ci sono le nostre prime foglie di coca, comprate per 15 pesos in un negozio indio. C'e' anche da inseguire il Re del Mondo, che ci tiene prigioniero il cuore. Lo trovero', se non qui, altrove.

Il mattino seguenti avrei visto solo il rosa di un'alba fredda. Il crinale dei monti ghiacciato, la nebbia sul lago. Il suono delle mie Nike sopra il prato duro coperto di brina.
In quel momento pensai all'uomo che il pomeriggio prima ci aveva fatto fare avanti e indietro dal lago per 150 pesos. Viaggiava su una Fiat Uno e masticava foglie di coca. Le sue mani, le sue unghie. Adesso era ancora lì, alla stazione. 700 pesos, per Cafayate. 


Su tre lati argentini #2 (Rio de Janeiro - Buenos Aires)

Arrivarci dal Brasile.

Un grosso aeroplano si alza, si mette orizzontale e fila dritto. Ora è a diecimila metri sopra il Brasile. L’equatore una cosa superata. Lontano si fa un po’ più vicino, ha il suono del soffio, per la prima volta in vita tua sei oltre l’equatore, nell’emisfero australe. Le cose a testa in giù…
Guardi fuori: verde infinito, polmone del mondo. E pensi al tuo viaggio, a quello che ti aspetterà, alle cose sconosciute, se sarai in grado, se ti sentirai a tuo agio, se te la godrai, se il mondo nuovo ti sarà amico, se lo spagnolo lo parlerai o morirai di vergogna. Poi guardi il tuo cuore, pensi al cuore di tutti quelli che viaggiano, immersi come sono nell’euforia e nella domanda, nel coraggio e nell’incertezza. E’ un’amazzonia rossa, quel cuore, che come l’abbatti ricresce. Così piena d’ossigeno, eppure sempre in apnea.
Aeroporto di Rio de Janeiro, prigionieri dentro una gabbia di vetro e aria condizionata. Per uscirne ci vogliono dollari e tempo, due cose che voi non avete. Allora con lo sguardo cercate di arrivare il più lontano possibile: laggiù si alzano le colline e i primi grattacieli riflettono i raggi stanchi del sole. E’ un tramonto velocissimo. Poi buio e lucine.
Nei discorsi e negli sguardi dei brasiliani l’eco dei mondiali di calcio si è spento. Cerchi di immaginare cosa fosse quest’aeroporto due settimane fa e pensi a uomini e donne da ogni dove, squadre, euforia, speranze, soldi, televisioni, desideri, brasile-germania, pianti, proteste, brasile-olanda, delusioni. Il grande pallone, anni per gonfiarlo, così poco per farlo scoppiare. E dopo ogni cosa, la vita. Spostarsi, lavorare, tirare a campare. Mondiali o no quella donna laggiù con il grembiule e il berretto avrà continuato a servire centinaia di caffè al giorno dispensando almeno il doppio dei sorrisi. Avrà lavorato la sera della finale? Forse sì, e con un po’ di cinismo avrà detto “meglio così”, meglio che se la giochino Germania e Argentina, il mio paese in festa e io chiusa qui dentro è una cosa terribile. E alla fine avrà festeggiato comunque vedendo gli odiati vicini argentini buttare al vento tutto a pochi minuti dai rigori. Il non sopportarsi è una cosa molto sudamericana.
E’ notte quando v’imbarcate per l’ennesima volta. Un volo stracolmo, volti assonnati e sfatti di brasiliani, argentini e tre italiani. Lontano, per un attimo, fugge un po’ più in là. Poi si convince a farsi prendere, e tu lo vedi dall’alto, di un’arancione che brilla nell’inchiostro nero e si sparge per chilometri, finché toccate terra, il portellone si apre, ognuno è in silenzio, la gente cammina come se tutto fosse normale e invece no, nulla è normale quando scopri il volto di Lontano. Esiste davvero, non è un’invenzione: Buenos Aires.   

Ezeiza è la porta dell’Argentina. Un aeroporto dal nome di donna come Malpensa, ma con storie ben diverse da raccontare. So per esempio che nel giugno ’73 ce n’erano tre milioni di persone qui fuori, tre milioni ad aspettare Peron che tornava dall’esilio. Ma l’aereo che aspettavano non sarebbe atterrato. Per paura di brutte sorprese il presidente fu fatto atterrare altrove. Tutti restarono con la testa all’insù, tre milioni con la testa all’insù, fin quando dall’alto non arrivò Peron ma le pallottole dei cecchini. Erano appostati ovunque. Fecero tredici morti e centinaia di feriti. Erano della destra peronista e sparavano a quelli della sinistra. L’Argentina ripiombava in quella stanza nebbiosa chiamata instabilità per uscirne di lì a poco ammanettata dalla dittatura di Videla. Ezeiza, dunque. Un aeroporto, una donna, un massacro.

La città dorme. Immagino i bambini argentini nelle loro stanze, sotto le coperte, la maglia di Messi per pigiama. Lo immagino perché il tassista ha voluto parlare della finale, mentre un’autopista semivuota taglia la città da sud a nord, mostrandola stranamente povera. Fa freddo, fuori ci saranno non più di 5 gradi. “Quella notte era tutto bloccato” racconta l’uomo al volante, “la folla ci rendeva impossibile lavorare…” Dico che è normale quando c’è rabbia e delusione per la sconfitta. “Ma che!” risponde lui staccando una mano dal volante, “noi festeggiavamo!”
In calle Paraguay varco la soglia di un hotel dal nome francese pensando a un popolo capace di fare festa per una finale persa. Forse qui non hanno bisogno di vincere a tutti costi, gli basta sentirsi tra i migliori. Gli basta essere guardati.








Su tre lati argentini #1 (Lisbona)

Lisbona. L’imprevisto.

Hai salutato l’Europa affacciandoti alla sua ultima finestra, quella in fondo al corridoio, lì da dove anche l’occhio più acuto non può scorgere altro che un infinito e sconosciuto mare.
I viaggi vivono d’imprevisti. E il viaggiatore li accoglie come una benedizione, il segno inequivocabile che la sua rotta ha una guida. E’ ad essa che egli accetta di sottostare: non padrone del viaggio, ma del viaggio garzone. Ogni volta, più di prima, apprendista.
E così una coincidenza saltata ti riporta a Lisbona per la terza volta. Nelle altre due occasioni viaggiavi con i tuoi genitori, stavi nel dolce fiume della tranquillità, accettavi il dono della curiosità, cedevi senza fretta alla bellezza di Lontano, divinità sfuggente e senza volto. Nei tuoi ricordi sbiaditi c’è solo il Tago, fiume largo, ultimo corridoio, comandante di un'armata di nostalgie che dalle colline scendono fino al mare. Ma tutto è ancora lì: il Barrio Alto, i festoni ai davanzali, i locali rumorosi, le auto che si stringono nelle vie facendosi spazio dove non ce n’è. Ogni cosa - che ci piaccia o no - vive al di là delle nostre dimenticanze.
E’ notte, il pensiero è per strada, illuminato dai lampioni, rotto dall’insistenza degli spacciatori che all’italiano offrono sempre la bamba migliore. Cammini e ti fischiano le orecchie, scendi con piccole mosse centinaia di gradini, in basso a una scalinata un papà fa dormire il suo bambino: “Dormi, sei in viaggio anche quando non ti muovi” gli dice tenendoselo stretto, e tutto resta come nei versi di Pessoa il poeta, seduto a un tavolino del caffè “A Brasileira”, immobile e con le gambe accavallate: 

Lontano da me in me esisto
fuori da chi io sono,
l'ombra e il movimento in cui consisto.
(F. Pessoa, Longe de mim, 1920)


Hai due compagni. Con loro attraversi Rua dos Correiros, Rua Augusta, Plaça do Comércio. E intanto parlate di figli da crescere, dell’egoismo di non mettere al mondo nessuno. Quante volte, in sere così fresche, davanti a un bicchiere, avete parlato con in testa il futuro. Futuro che a parlarne non si compie mai, la parola lo frena e voi vi sentite come la principessa Sherazade, credete che il racconto possa salvarvi dalla vita.
Infine vedete il mare, ve lo indica Re Giuseppe I a cavallo, e restate in silenzio. Il mare che qui si chiama Oceano Atlantico, è il vostro nuovo orizzonte. Il padre di tutti. L’imprevisto più bello.


Leggimi #Se ti abbraccio non aver paura

Un libro con la copertina verde e una moto. In Se ti abbraccio non aver paura Fulvio Ervas racconta il viaggio di Franco Antonello e di suo figlio Andrea, 18 anni, autistico da quando aveva trenta mesi. Una storia di viaggio dietro cui si nasconde il ben più lungo e tortuoso cammino di una vita da condividere con una bestia sconosciuta come l'autismo. L'indecifrabilità. 
Ne hanno parlato in tanti, qualcuno dei miei alza la mano e dice che ha visto un servizio in tv che ne parlava.
"Lo leggiamo insieme?"
"Sì."
Mica lo leggeranno tutti. Qualcuno è troppo pigro, qualcuno odia leggere, qualcuno pensa che queste sono cose noiose e da sfigati.
Ma come? Un padre e il suo figlio autistico prendono una moto e attraversano gli States, poi finiscono in Messico, in tutto il centro America, viaggiano in macchina in aereo e in nave, incontrano sciamani, poliziotti, indios, gente buona soprattutto, amici. Finiscono in Brasile per portare una lettera segreta... non mi pare un libro noioso. Infatti io lo divoro. E voglio sapere i miei ragazzi cosa ne pensano.

Di Andrea mi sono rimasti i comportamenti. Abbraccia tutti, è un ragazzo senza pregiudizio. (Marina)

Ho scoperto che Andrea ha sentimenti, cioè non è che non capisce quello che gli accade intorno ma al contrario è molto attento alle persone [...] Ho capito anche che i ragazzi autistici hanno una soglia molto bassa del dolore, come racconta il padre sull'aereo. (Aurora)

Un ragazzo autistico non riesce a comandare il suo corpo e non riesce ad esprimere quello che in realtà vorrebbe dire. (Manuel)

Come si diventa acustici (sic.)? (Andrea)

Mi si è stretto un nodo alla gola quando ho letto che la vita ha delle dimenticanze, una volta si dimentica un orecchio, una mano, un pezzetttino di cervello. (Francesca)

Non ho capito se l'autismo si possa in qualche modo migliorare. (Benedetta)

Andrea per colpa dell'autismo non potrà mai essere normale come tutti. (Elena)

Mi chiedo come riesce a essere sempre così felice. (Roberto)

Prima di leggere questo libro pensavo che i ragazzi autistici non capissero niente o quasi. Andrea mi ha fatto aprire gli occhi. (Edoardo)

Di Andrea mi rimane la sua fiducia infinita che ripone nel padre ascoltandolo con attenzione tutto quello che dice. (Andrea)

Io conosco una ragazza autistica, il suo pregio è quello di ricordarsi tutto, ogni minimo particolare. (Serena)

Adesso che è autistico potrà continuare ad avere una vita sociale? E soprattutto una sentimentale? (Gabriele)

Secondo me non è una malattia: con l'autismo si vede il mondo con occhi diversi (Susanna)

Se Andrea avesse toccato a me la pancia, mi sarei spaventata e forse avrei urlato, ma poi mi sarei tranquillizzata. (Alice)

Andre in modo particolare ama i colori e ci gioca: dentifricio, colluttorio, sapone e gelato, tentando sempre nuovi accordi cromatici. (Alessandra)

Anche col cibo, ad esempio la pizza, Andrea mangiava prima la mozzarella, poi la pasta della pizza e poi la crosta. (Benedetta)

Conoscevo un ragazzo che era autistico, e si comportava in modo strano, viveva nel suo mondo, tutto ciò che lo circondava era suo, e se gli dicevi che stava sbagliando allora si arrabbiava e sbatteva gli oggetti. (Lorena)

Posso testimoniare un'altra forma di disabilità: la sindrome di Smith Lemly Opitz; una malattia strana anch'essa. Mio fratello Simone è affetto da questa sindrome, non è facile conviverci, e stimo pienamente Franco per aver fatto fare a suo figlio un'esperienza così straordinaria. (Gabriele)