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"Loro Eccellenza": giovani che non sanno essere giovani

Nei licei di Palo Alto, dentro il cuore della ricchissima Silicon Valley, il tasso di suicidi è quasi cinque volte superiore alla media nazionale. Questo lo dice la rivista Atlantic in un articolo che potete trovare qui.
La domanda è scontata quanto immediata: perché proprio qui? 
Che i suicidi abbondino là dove si vive in comodissime villette a due piani con piscina, è un vecchio cliché nemmeno troppo infondato: il ricco è triste perché ha tutto. Ma questo è un benessere diverso: siamo nella Silicon Valley, nel cuore pulsante del Mondo, uno dei luoghi più innovativi che esista. Non c'è spazio per tristi storie di figli di papà rovinati da alcol e droghe. Qui si studia e si lavora sodo, la vita piena ce l'hai, altro che vuoto da colmare. Nei licei di Palo Alto entrano ragazzi destinati a cambiare il mondo. Cosa dovrebbe spingere allora un ragazzo come Cameron Lee, uno dei migliori della Gunn High School, a gettarsi sotto un treno in corsa?
"Le risposta principale" scrive sempre l'Atlantic, "ha a che fare con l'eccessiva enfasi che le scuole e le famiglie mettono sull'eccellenza."

1° racconto
Settimana scorsa faccio supplenza in una quarta liceo. I ragazzi mi conoscono già perché li ho tenuti per circa un mese nello scorso anno scolastico. Quando entro urlano tutti gasati. 
Dopo un'ora passata chi a studiare chi a controllare di sfroso il cellulare, la campanella suona e tutti si fiondano fuori. Rimane solo lei che mi si avvicina decisa con il suo Ipad in mano e mi dice: "Prof, legga. L'ho scritto per il giornalino della scuola, dica qualcosa."
Leggo un articolo ben fatto sui recenti fatti di Parigi, forse un po' retorico, ma ben fatto. Rimetto il tablet tra le sue mani. 
"Brava, quindi ti piace proprio... scrivere, intendo. Farai la giornalista?"
"No, prof. Ci ho già rinunciato!" risponde lei tagliando corto.
"Ma come?"
"Sì per forza, io non voglio mica finire a scrivere per un giornaletto qualsiasi della zona."
"Beh, ci puoi passare anche. Si fa così per arrivare in alto, se lo si desidera forte."
"Ma no prof, io voglio essere Oriana Fallaci 2. Ma siccome di Fallaci ce n'è una sola... E' impossibile diventare come lei. Inutile provarci."
"Beh, però..."
"Prof è così. Ormai è tardi."
"Quanti anni hai?"
"Eh, quasi 18." 

2° racconto
Questo ragazzo fa la terza liceo. E' bravissimo, scrive e si esprime come uno studente universitario. I suoi temi non hanno un segno rosso. Però chiede di fermarsi al pomeriggio, vuole che gli dia consigli di scrittura. Parliamo.
"E' che prof io non so cosa scrivere."
"In che senso? Scrivi quello che ti piace, no."
"Sì lo so, ma potrei scrivere qualsiasi cosa e alla fine non scrivo niente."
"Boh, non ti capisco."
"Prof, cioè, alla fine, io penso: siamo in 7 miliardi su questa terra..."
"Sì, più o meno sì"
"E'... Cioè perché dovrei arrivare io e scrivere cose che interessano alla gente?"
"Sì ma tu sei in terza superiore. Puoi scrivere semplicemente perché ti dà piacere."
"Dice?"

Allora penso che bisogna eccellere. Che la scuola è la scuola dell'eccellenza. Che il fantasma di essere nessuno adesso ti insegue già prima di avere la patente. Che devi scegliere bene, che i tempi vanno bruciati, che la balia che ti pulisce il culo deve parlare cinese così imparerai le lingue, che andrà a studiare all'estero così poi. Che io leggo continui buoni propositi ma alla fine mi accorgo che remiamo tutti dalla stessa parte, che non conta chi sei ma cosa sai fare, che in questa scuola e in questa società senza umanesimo non frega nulla se sei o non sei un buon cittadino, frega che i soldi e il tempo siano ben investiti. 
E poi alla peggio si finisce investiti.

Di scuola, velocità, cultura, tempi d'oggi.

Mark C. Taylor è un filosofo e professore statunitense. Il numero 1123 di "Internazionale" (9/15 ottobre 2015) ha pubblicato un suo saggio dal titolo "La velocità uccide". La prima parte si traduce in un lucidissimo sguardo sulle dinamiche socio-economiche dei tempi moderni. Il suo pensiero si potrebbe  riassumere in una semplice frase: le tecnologie che avrebbero dovuto liberarci ci schiavizzano e quelle che avrebbero dovuto farci risparmiare tempo non ci lasciano neanche un minuto per noi. Sacrosanto.
Nella seconda parte invece Taylor mette piede nel campo a lui familiare dell'istruzione. E' la parte che vorrei leggere e commentare con voi, almeno per quanto riguarda alcuni stralci:

[...] Purtroppo, molti degli sviluppi che hanno cambiato il nostro sistema economico hanno trasformato anche il nostro sistema scolastico. Spesso mi chiedono che variazioni ho notato negli studenti e nell’istruzione superiore durante i miei quarant’anni d’insegnamento. Non è facile dare una risposta, ma i cambiamenti principali possono essere classificati sotto cinque voci: iperspecializzazione, quantiicazione, distrazione, accelerazione e professionalizzazione. Come ho già detto, molte tecnologie che sono state concepite per mettere in contatto e avvicinare le persone stanno creando profonde divisioni sociali, politiche ed economiche. Nei mezzi di comunicazione, la proliferazione delle testate ha portato a una sorta di personalizzazione di massa, che permette a singoli individui e a gruppi isolati di ricevere notizie tagliate su misura per loro e di rinchiudersi nelle loro torri d’avorio senza preoccuparsi di conoscere altri punti di vista. Questo fenomeno sta contagiando anche l’istruzione. Dall’inizio degli anni settanta, l’istruzione superiore ha soferto di una specializzazione sempre più esasperata e, di conseguenza, di un’eccessiva professionalizzazione. Si è così creata una cultura della competenza specialistica in cui gli studiosi, che sanno sempre di più su sempre meno cose, passano tutta la loro vita professionale a parlare con altri studiosi che s’interessano a cose simili e si preoccupano poco del mondo che li circonda. E la conseguenza è stata una frammentazione di discipline, dipartimenti e piani di studio.
Penso alla progressiva frammentazione del nostro sistema liceale, che un tempo era il baluardo della formazione globale dell'individuo e ora si settorializza con una velocità disarmante (attualmente il nostro sistema scolastico conta 6 tipologie di liceo per un totale di circa 15 indirizzi diversi). Ma penso anche alla riforma universitaria che ha trasformato molti corsi di laurea in un "fai da te" sminuente quanto disorientante.

[...] La crescente preoccupazione per l’efficacia dell’istruzione primaria, secondaria e postsecondaria ha fatto concentrare l’attenzione di tutti sulla valutazione di studenti e insegnanti. Per gli amministratori, costantemente sotto pressione, il modo più rapido ed efficiente di fare queste valutazioni è stato adottare metodi quantitativi che si sono dimostrati molto efficaci nel mondo delle imprese. Misurare i flussi in entrata e in uscita e la capacità produttiva è diventato un metodo universalmente accettato per calcolare costi e benefici dell’istruzione. La valutazione quantitativa sarà anche efficace per alcune attività e materie, ma molti degli aspetti più importanti dell’istruzione non si possono quantificare. 
Vi dice niente la "Buona Scuola" di Renzi e il suo progetto di valutazione dell'insegnante?

[...] I giovani di oggi non sono solo distratti: internet e i videogiochi gli stanno riconfigurando il cervello. I neuroscienziati hanno riscontrato diferenze cerebrali evidenti tra gli adolescenti “dipendenti” e gli utenti “sani”. La dipendenza da internet è un’area su cui la ricerca scientifica ha appena cominciato a lavorare sul serio. L’epidemia di disturbo da deficit di attenzione è un’ulteriore dimostrazione degli effetti deleteri che ha un uso eccessivo degli strumenti di comunicazione digitali. Per aiutare i pazienti che hanno difficoltà a concentrarsi, molti medici prescrivono a cuor leggero il Ritalin, che è praticamente un’anfetamina, e gli studenti che restano alzati la notte per studiare lo prendono per avere un vantaggio sui loro colleghi.
Quello del deficit di attenzione è uno dei problemi più seri che la scuola è chiamata ad affrontare. Eppure la didattica sembra andare avanti come se niente fosse. Spesso anche perché i docenti non sono pronti (e direi aggiornati, pagati, motivati) per sostenere il cambiamento.

[...] Anziché resistere a queste pressioni, molti genitori le accentuano, programmando la vita dei loro figli fin dall’asilo in funzione del successo. Ma la vera conoscenza non si può programmare, e la creatività non si può affrettare: va coltivata lentamente e pazientemente. Come molti scienziati, scrittori e artisti ripetono da tempo, le idee più creative spesso vengono nei momenti di ozio.
Sembra la solita tiritera. E invece è proprio così. Esattamente così. L'orientamento scolastico quasi non esiste più, vittima com'è delle aspettative dei genitori, delle mode, delle derive economico-sociali.

[...] Molti si lamentano del fatto che i giovani non leggono o non scrivono più come facevano unavolta. Ma è un approccio sbagliato: probabilmente i giovani leggono e scrivono molto più che in passato. Il problema è come leggono e cosa scrivono. È ormai dimostrato che quando si è online ci si dedica a queste attività in modo diverso. Di nuovo, la variabile cruciale è la velocità. Il più delle volte, la lettura online sembra più un’elaborazione istantanea delle informazioni che una rilessione attenta e consapevole. I ricercatori hanno scoperto che la lettura dei contenuti web procede secondo un “modello a forma di F”: quando si scorre una pagina si leggono sempre meno parole su ogni riga man mano che si va avanti. Quando la velocità è essenziale, la brevità diventa una virtù, la complessità cede il passo alla semplicità e la profondità di significato si dissolve: email frammentate, tweet di 140 caratteri al massimo, blog sciatti e pieni di errori. Oscurità, ambiguità e incertezza, che sono la linfa vitale dell’arte, della letteratura e della filosofia, diventano questioni di decodifica. 
Prof, filosofia fa schifo. 
Prof, questi Promessi Sposi sono impossibili da leggere. 
Prof, la Divina Commedia è difficilissima, erano meglio i Promessi Sposi. 
Prof., non c'è qualcosa di più semplice? 
Prof, perché non ci prepara le slide su Carlo Magno? Sul libro ci sono scritte troppe cose.
Ma sì prof, cosa vuole che sia sbagliare verbo. Tanto si capisce lo stesso cosa voglio dire.
Incollo un'altra volta: Oscurità, ambiguità e incertezza.

[...] Infine, la professionalizzazione. Vista l’impennata dei costi dell’università, oggi genitori, studenti e politici s’interrogano sull’utilità dell’istruzione superiore. L’università prepara gli studenti per il mondo del lavoro di domani? Quale laurea dà più sbocchi professionali? Gli amministratori delle università difendono il valore economico dell’istruzione superiore citando il maggiore potenziale di guadagno dei laureati. Ma il valore non si misura solo in termini economici, e l’attenzione a ciò che il mercato considera utile e pratico ha portato a un declino del valore percepito delle arti e degli studi umanistici, che oggi molti vedono come lussi superlui. C’è un profondo equivoco su ciò che è pratico e ciò che non lo è, e anche una certa confusione tra il concetto di “pratico” e quello di “professionale”. Gli studi umanistici e letterari non sono mai stati così importanti come nel mondo globalizzato di oggi. L’istruzione focalizzata su scienza, tecnologia, ingegneria e matematica non basta: per sopravvivere – e magari anche per avere successo – nel ventunesimo secolo, bisogna studiare religione, ilosoia, arte, lingue, letteratura e storia. I giovani devono imparare che la memoria non può essere aidata alle macchine, e che le soluzioni a breve termine per problemi a lungo termine non sono mai sufficienti. I professori hanno la responsabilità di insegnare agli studenti a pensare in modo critico e creativo ai valori che guidano la loro vita e modellano la società in generale. Tutto questo non si può fare in fretta: ci vorrà il tempo che troppe persone oggi pensano di non avere.
Mi viene in mente quello che ho sentito dire una volta dalla prof.ssa Antonietta Porro a conclusione di una lezione sulle "Nuvole", una commedia del greco Aristofane. Diceva che la cultura non SERVE perché non è SERVA di niente e di nessuno. E' bene dirlo ai nostri ragazzi: guardate che la cultura non serve. La cultura è necessaria. E le parole di Taylor ce lo hanno ribadito ancora una volta.

Rodrigo, Cristoforo e Raiola. Da grande voglio essere...?

- R., come va laggiù? A che punto sei arrivato?
- Che gli hanno appena chiuso in faccia il portone del convento.
- A chi?
- A Renzo.
- Sei dispiaciuto?
- No.
- Ho capito. Non ti sta tanto simpatico Renzo?
- No.
- Chi è il tuo personaggio preferito dei Promessi Sposi?
- Don Rodrigo.
- Sì?
- Sì.
- Preferisci stare dalla parte dei cattivi, insomma.
- Ma non è cattivo lui.
- Beh, insomma.
- E' come Berlusconi.
- Dici?
- Ma sì, un po'.
- Quindi vorresti essere come Berlusconi?
- No.
- Non ho capito. Allora chi è che vuoi essere?
- Raiola.
- Chi???
- Mino Raiola.
- Il procuratore dei calciatori?
- Sì.
- Per i soldi?
- Sì, ma i soldi vengono dopo.
- E prima?
- Mi piace quello che fa lui.
- Fare il procuratore.
- Eh, andare in giro a vedere i giocatori, metterli sotto contratto e poi ci prendo la percentuale.
- Quindi Don Rodrigo è come Mino Raiola?
- Tipo...
- Mm
- Ascolta. Ragioniamo. Secondo me nei Promessi Sposi c'è uno che fa il procuratore ma non è Don Rodrigo.
- Boh..
- Pensaci bene. Uno che prende le parti di Renzo e Lucia, gli dice di fare così, di fare cosà...
- ....
- Dai!
- Fra Cristoforo.
- Esatto! Quindi vorresti essere uno come Fra Cristoforo.
- No.

Monza, 17/02/2015 ore 15.34

Istantanea (le cose viste nel momento in cui scrivo)

Cattedra. Un computer, un bicchiere di cartone Burger's Family con dentro del caffé americano ormai freddo, una penna rossa, una matita, una penna blu, forbici, chiavi della classe, Sacra Bibbia copertina rossa, porta-listini copertina blu.

Classe. 10 banchi vuoti e 13 riempiti. Tema. Fogli protocollo, penne, dizionari e dizionari dei sinonimi. 
E. guarda nel vuoto, intercetto il suo sguardo: ride.
M. si mangia le unghie con grande voracità, per ora ha scritto 8 righe.
Anche G. si mangia le unghie, ma meno; ha un astuccio arancione appoggiato sopra il diario, sulla costa del diario compaiono il suo nome e il suo cognome.
C. rigira con le dita una ciocca di capelli. Scrive la brutta copia con una matita porta-mine, tiene il vocabolario aperto sulla lettera "d". Ha un paio di occhiali dalla montatura tartaruga e i jeans strappati sul ginocchio.
M. scrive impegnatissimo, tiene il vocabolario chiuso, la sua calligrafia è tondeggiante ed enorme. 
A. siede composto, impugna una biro di colore blu elettrico, dal collo gli pende un ciondolo a forma di tartaruga. Porta una maglioncino grigio con le toppe blu sui gomiti.
M. occupa il posto in fondo a sinistra, mangiucchia il tappino della bic nera, si interrompe, riprende.
M. è mancino, ha già scritto molto, ha una penna di legno chiaro con in cima una marmotta intagliata. E. gli ha appena passato un fazzoletto per soffiarsi il naso. M. restituisce il pacchetto con un lancio leggermente troppo lungo.
N. è appoggiato al calorifero, intreccia le dita, le guarda. Se lo guardo assume un'espressione pensierosa. Il foglio è bianco
L. ha una felpa gialla e nera, i pantaloni neri, le scarpe nere. Le unghie delle mani sono di un rosso accesso con delle macchioline bianche. 
A. muove  in continuazione le gambe a ventaglio, le ginocchia non si incontrano per poco. Sul banco tiene anche un righello. 
E. ha un grosso anello sull'anulare sinistro e uno più piccolo sull'indice destro. Quando non scrive ha entrambe le mani impegnate a intrecciare una piccola ciocca di capelli corti e neri al centro della fronte. Se lo guardo, mi guarda.
E. tiene la testa appoggiata al dorso della mano sinistra. Ha appena girato il foglio. Ora sta chinato del tutto sul banco.

Oltre le finestre cielo nuvolo e compatto, pini grigi, sporgenze di palazzi. 

Monza, 16/12/2015. Ore 8.51


Provviste #19 - Atlante delle isole remote



Judith Schalansky ha scritto questo libro per me. La devo proprio ringraziare. Soprattutto per quella dedica iniziale, in cui mi pare metta perfettamente nero su bianco un pensiero che devo averle riferito in uno dei nostri incontri. Incontri avvenuti certamente in un’altra vita, dato che io e lei – in questa – non ci siamo mai incontrati. Judith scrive così:
“Che una bambina della mia classe fosse nata davvero a Helsinki, come c’era scritto sul suo documento d’identità, aveva per me dell’incredibile. H-e-l-s-i-n-k-i: queste otto lettere divennero la chiave per un altro mondo, e ancora oggi mi capita di trattare con mal celato stupore i tedeschi che, per esempio, sono nati a Nairobi o a Los Angeles, e non di rado li considero solo degli sbruffoni, proprio come se affermassero di venire da Atlantide, da Thule o da El Dorado. Naturalmente so che Nairobi e Los Angeles esistono davvero. Queste città infatti sono segnate sulla carte. Ma che qualcuno possa esserci stato realmente, o che addirittura ci sia nato, per me è inconcepibile, oggi come allora.”
Davvero non so come Judith possa esserne a conoscenza. Ma anch’io sono cresciuto con questo esatto pensiero. E più volte mi sono trovato a viaggiare con il solo obiettivo di controllare che certi luoghi – quelli che mille volte ho toccato sopra il mio Atlante Zanichelli tenuto insieme con lo scotch – esistessero per davvero. Mi è capitato a Buenos Aires, a Istanbul, a New York e a Oslo. Ed è il motivo per cui vorrei fiondarmi a Baku, a Ulan Bator, a Santiago del Cile e ad Antananarivo. Devono avere nomi esotici, epici, crudi; devono avere una storia travagliata (per questo va benissimo anche Sarajevo); non devono essere belli: se non sono belli meglio, basta che io ci possa andare e abbia conferma che le carte non mentivano, che le immagini viste in tv non fossero fotomontaggi.
Considero gli atlanti i più bei romanzi scritti dall’uomo. Spesso anche loro ingannano (la carta, il planisfero, il mappamondo ingannano sempre – niente può essere perfetta rappresentazione della Terra), ma lo fanno benissimo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro” dice la mia amica Judith, che è nata nella Germania Est e per molto tempo ha usato l’atlante per viaggiare in tutti quei luoghi, anche vicinissimi, che le erano proibiti. Sento che qui c’è di mezzo la vecchia questione del “vicino” e del “lontano”, e non sbaglia chi ha definito questo libro una sorta di epica della lontananza.
“Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò” è un compendio di luoghi infinitamente distanti e storie nate ai margini. Perché le isole? Perché esse sono come piccoli continenti imprigionati da un Oceano senza fine: spesso li crediamo dei paradisi, ma, come dice Judith, possono trasformarsi in inferni belli e buoni. Luoghi dove muoiono bambini o dove ricchi miliardari traslocano insieme alle loro follie.
Certamente le isole scelte da Judith hanno in comune il trovarsi a migliaia e migliaia di chilometri dalla terraferma. Sono puntini che spesso le carte dimenticano. Davvero non ci si spiega come un mucchietto di terra e rocce possa essere caduto nel mezzo del nulla, lì dove per esempio sorgono Diego Garcia o Sant’Elena o Pasqua.

A me piace pensare che siano le briciole cadute dalla tovaglia di Dio. E non mi accontento, come fa Judith. Io su una di queste ci voglio capitare per davvero, dare un’occhiata, farmi venire la voglia di tornare a casa e raccontare tutto.

Judith Schalansky
“Atlante delle isole remote - Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò”
Bompiani, 2013
pag. 142

Sudare a parole

Il mio primo ricordo è un piccolo quaderno blu con un cagnolino disegnato sopra. Era uno di quelli con la copertina rigida che si potevano chiudere grazie a un piccolo lucchetto. Praticamente un diario. E in effetti il compito era proprio quello: tenere un diario della nostra estate, scriverci sopra i posti che avremmo visto, la gente che ci sarebbe capitato di incontrare, i pensieri sparsi che in qualche maniera avremmo desiderato mettere nero su bianco. Vi sto parlando della seconda media, estate 1997, quella che all'oratorio feriale per poco la mia squadra non vinceva il torneo. Della professoressa ricordo ancora nome e cognome: Maria Paola Paolillo. Disse che me l'ero cavata: nel diario le raccontavo delle serate in cui costringevo mia nonna Rosa a guardare con me interminabili partite di calcio, per esempio, oppure del viaggio in Portogallo con mamma e papà e di tante altre piccole e grandi faccende che possono capitare a un ragazzino di 13 anni in un'estate lunga e caldissima, compresi i dubbi e le paure sul primo bacio della mia vita. 
Perché ricordo tutto così bene? Perché quella fu, più o meno, la prima volta che scrissi qualcosa di mio. E a rileggerlo adesso fa un sacco ridere: volevo fare il poeta senza riuscirci. 
Poi ho un altro ricordo. A 15 anni, in una sera di giugno, scrivo una poesia. Parla di campi di grano, di Ulisse, del mare e di fuga. Tutti vogliamo andarcene da dove ci troviamo, a 15 anni. E io quella volta l'ho voluto scrivere, perché avevo la precisa sensazione che dopo una serata in cui nessuno ti dà retta, se non scrivi quello di cui parlano i tuoi sogni, quelli rischiano di andarsene via e non tornare più. 
Mesi dopo ero ancora lì che scrivevo poesie. Stavolta il mio cuore aveva cambiato programmi: non voleva più scappare, voleva restare, restare qui. Perché qui c'era Federica e io sentivo di amarla tantissimo. Il fatto che lei mi reputasse il suo migliore amico fu una vera tragedia ma allo stesso tempo fu la molla che mi spinse a continuare a scrivere ogni giorno qualcosa che parlasse di lei. Anche le pagine di questo diario poetico, se le rivedo adesso, fanno ridere. Ma del resto, come diceva Benedetto Croce (un importante filosofo e pensatore italiano vissuto a cavallo tra '800 e '900): "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie." Per cui, diciamolo, non ho commesso niente di strano. Il fatto è che la frase di Croce prosegue, e prosegue così: "Poi quelli che continuano a farlo o sono dei poeti o sono dei cretini." E qui devo ammettere, purtroppo, che fino ad oggi ho dato prova di essere un tenacissimo cretino. 
Ma tornando per un attimo alle poesie per Federica, ho capito anche un'altra cosa: sono brutte. Sono brutte perché semplicemente sono scritte male. E credo per due motivi: 
1) all'epoca non leggevo poesie, se non le poche che la professoressa di italiano ci spiegava in classe.
2) non ci mettevo nemmeno un po' di fatica; ossia scrivevo quello che mi veniva e morta lì.

Questo per dire che che la scrittura ci può regalare moltissime soddisfazioni (per esempio la possibilità di esprimerci per quello che realmente siamo e di farci capire dagli altri in maniera chiara) ma in cambio ci chiede anche due grandi sforzi: il primo è LEGGERE. Nessuno ha mai imparato a dipingere senza prima aver visto un quadro. E non conosco musicisti che prima di iniziare a suonare uno strumento non si siano lasciati stregare dal suono di una musica composta da altri. Allo stesso modo, pretendere di scrivere bene, di prendere bei voti nei temi, di mettere insieme magnifiche poesie da dedicare alla propria innamorata, senza aver letto... beh, è una bella pretesa, appunto!
Secondo: occorre imparare delle tecniche e applicarle. Non basta buttare sul foglio le prime cose che ci vengono in mente. Questo è importante per dare avvio alla nostra vena creativa, ma poi deve intervenire qualcos'altro. Insomma, la scrittura richiede anche fatica. La fatica di fare e rifare, scomporre, tagliare, rivedere, cambiare. Non è una cosa semplice, ma si può imparare a farlo. Esattamente come voi avete imparato uno sport, vi siete appassionati, avete accettato piano piano di spendere fatica per averne in cambio soddisfazioni.

La fatica di scrivere, insomma. E questo sudare a parole che faremo insieme. Cercando, naturalmente, di divertirci e metterci passione. 

P.s.: E oggi? Oggi continuo a scrivere un pochetto ogni giorno. E' un compito che mi sono dato, ma spesso bigio e non lo rispetto. Di sicuro, ogni volta che mi ci metto, sudo. E faccio una fatica boia.



Una scuola delle tante

Una struttura nemmeno troppo vecchia, anni '90, con i pavimenti di linoleum, le scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola statale delle tante. Lampugnano, la ricca Milano.
Nella folla dell’ingresso riconosco Alice, ci abbracciamo come due migranti dopo la traversata dell’Atlantico. Mi aveva scritto qualche giorno fa: “Io lo tento, ne vale la pena. E tu?”
Io penso che forse forse non ne vale la pena. Per lei invece insegnare è sempre stata l’unica alternativa fin dai tempi del liceo. La trovo agitata, fuma l’ultima sigaretta, dice che le hanno dato il permesso di uscire anche se ha già ricevuto la busta sigillata con le domande. Dalle vetrate intravedo file di banchi già occupati e una grande agitazione per i corridoi. “Comunque sei in ritardo, come al solito” mi fa notare dopo il secondo tiro, e forse starà pensando a che professore voglio essere, senza la puntualità e la precisione. “Entra su, che solo per registrarsi ci vuole una vita.” Fa un caldo terribile, metà luglio, il primo giorno d’estate dopo cisterne di pioggia. Entro.
I quasi duemila sono stati divisi per lettere, cercare l’aula diventa una caccia spietata in cui mi sento maledettamente solo, i corridoi tuonano di urla: lunghissime code, lamentele, “signora sto facendo il mio lavoro”, trattarsi male ma con davanti il lei, “ma lei lo sa che sto girando come un matto da un’ora?”, l’accento meridionale che nella mia testa vuol dire bidelleria, suono della campanella, quel senso di approssimativo che ti tocca accettare fin da piccolo.
La bidella ha proprio quell’accento. E’ una signora bassa, in ciabatte, sta appoggiata alla parete mezza sudata. Per darle un tono le hanno messo una targhetta sul petto con scritto “T.F.A. - Servizio Assistenza”. “Da dove arriva?” mi chiede vedendomi col fiatone. Ho appena fatto quattro piani di scale dentro una torre che potrebbe essere quella di un penitenziario. Alla lettera O è toccata un’ala distaccata. “Praticamente da una maratona” le rispondo. Ride. “Eh, figlio mio, cosa dovrei dire? Tutti i giorni faccio i chilometri, io”. Si stacca dal muro e zoppicando mi accompagna dentro alla stanza dove vengo registrato. Esco con una busta in mano. Tutti gli altri sono già seduti addossati alle pareti di un corridoio che gira in tondo e non se ne vede la fine. Nessuna finestra. “Togliete i sigilli solo al suono prolungato della campanella” dicono quando le lancette dell’orologio segnano le dieci. Un’ora dopo - a due ore di distanza da quello che doveva essere l’orario ufficiale -, quando oramai le battute e le minacce si sono sprecate e nessuno ci spera più, sentiamo il trillo.
Le buste si aprono: ci sono sessanta domande a risposta multipla. Rido pensando a quante puntate del Milionario potrebbero farci, poi penso agli stipendi da fame che spetteranno ai più fortunati di noi e non rido più. L’unico milione con cui avremo a che fare sarà quello di Marco Polo, ammesso che resista al lento assottigliarsi dei programmi di letteratura.  
Le domande. Chi come me insegna già da qualche anno sa che uno dei ritornelli su cui insistono sempre più spesso presidi, Ministero e addetti al settore è quello di una scuola sempre meno nozionistica. Infatti. Qui c’è da sapere la data del concilio di Worms, i confini del Molise, i versi di Sbarbaro a memoria e lo Zollverein tedesco. Mi guardo attorno, sono tutti con la testa china. Chi riuscirà a collezionare quarantadue risposte esatte passerà. A cosa? A una prova scritta, e chi passerà anche quella arriverà al fatidico orale. A quel punto sarà ottobre, e ai pochi rimasti spetterà il premio: pagare un paio di migliaia di euro per frequentare un corso universitario di un anno (si chiama Tirocinio Formativo Attivo) al termine del quale avrà ottenuto l’abilitazione all’insegnamento. Dopodiché, anni di precariato nello Stato. E pensare che Dante ha dovuto fare tutta quella fatica per immaginarsi l’inferno.
I controlli non esistono. Alle mie spalle sento bisbigliare, all’inizio poco, poi sempre di più, e ogni volta penso che mi basterebbe andare in bagno, estrarre dalla tasca il telefono cellulare e verificare su internet le risposte. Ma non lo faccio, non voglio togliere al destino il compito di decidere se è davvero in posti così, tra gente così, che dovrei investire il mio futuro.
Alla fine delle due ore un altro suono di campanella. Veniamo chiamati a turno per riconsegnare le risposte in busta chiusa, le operazioni durano una vita. Nel frattempo, dall’altra parte della torre, nel lato oscuro di quel corridoio circolare, si procede a una bella revisione collettiva. Infine il serpentone di gente scivola giù per le scale. Mi alzo per ultimo, qualcosa mi spinge verso la stanza dove i dirigenti stanno impilando le buste. “Scusate…” dico, “permettetemi di chiedervi una cosa”. I tre alzano la testa abbozzando una specie di assenso. “Voi credete davvero alla serietà di quello che state facendo?”. In due ridono, la terza reagisce seccata, mi indica l’uscita, dice che non mi devo permettere perché lei sta rappresentando lo Stato. Allora me ne vado e penso che tutto sommato non ha tutti i torti, in effetti lo Stato finora lei lo ha rappresentato benissimo. Per due ore, seduta scomposta su una sedia e con i piedi fuori dalle scarpe, ha letto annoiata 1984 di Orwell dimostrando almeno un paio di cose: di avere ancora qualche lacuna letteraria da colmare e di non porsi minimamente il problema di rendere efficace e credibile il suo operato.
All’uscita, nel marasma, ritrovo Alice. E’ inviperita, anche lei ha visto gente copiare con i più semplici stratagemmi. “Non è giusto” dice. “Già” rispondo io. E' sempre stata brava e preparata, non vuole che passi anche chi non se lo merita. Io invece mi chiedo dove stia la vera fortuna, se nel farla franca o nell'uscirne sconfitti.
Mi volto: scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola delle tante, senza studenti dentro, senza lo straccio di un sogno.




Maturità

All'intervallo esco per fumare una sigaretta. Finalmente le nuvole si sono aperte, c'è il sole. Incontro i più grandi, quelli di quarta. Di nome conosco solo Diego, che si avvicina, fumando anche lui, mi saluta:  "Prof. Oleari...", pausa, "buongiorno...". I suoi compagni lo seguono, parliamo. Forse un po' gli piace parlare con me. "Fra un mese è finita", dico. "Non proprio", mi risponde una di loro. "Ah già", dico, "la maturità..." Con il vecchio ordinamento, all'Artistico, si finisce in quarta.
Loro non lo sanno, ma io mi sento più uno di loro che un professore. Forse perché lo faccio da troppo poco tempo, forse perché fra un mese avrò già smesso di farlo. Era bello parlare con i professori, quelli buoni dico. E chissà quante volte prima della maturità ho detto le stesse cose che stanno dicendo loro a me: "io la tesina non l'ho manco iniziata!" - "e lei prof. su cosa l'ha fatta?" - "speriamo di finire presto" - "speriamo che i membri esterni siano buoni" - "speriamo che..."
Che figata. Che figata, dico, avere quella paura lì. Quella della maturità, del tema, dell'orale, dei prof... Che figata perché non è paura vera. E' la sensazione di esserci, di dover provare a fare cose nuove, di non avere voglia (che poi è la voglia di fare magari altro, ma è pur sempre voglia). Mentre li ascolto non rimpiango mica i miei 18 anni. Ma rimpiango quella cosa lì, quella paura non vera. Perché glielo leggo negli occhi che loro sono già oltre: qualcuno finalmente andrà a lavorare, qualcuno cazzeggerà per un po', qualcuno ha già comprato un biglietto sola andata per l'Australia. 
Io della mia maturità ricordo un po' di cose. Un Europeo finito male con Cassano in lacrime dopo due gol inutili alla Bulgaria, una caviglia rotta e avanti-indietro dalla scuola con le stampelle, un concerto con il gruppo (sempre con la caviglia rotta), la ragazza di cui ero innamorato, il biglietto già pronto per la Grecia e la versione di greco che era una stronzata ma io sono riuscito a sbagliarla quasi tutta. E poi il tema... Avevo scritto un sacco, come al solito, due fogli protocollo. Ma non mi ricordo su cosa. Montale di sicuro, ma che poesia? 
Potere dei motori di ricerca. Eccola. Splendida. La dedico a Diego, ai suoi compagni, ai loro occhi strapieni.

Eugenio Montale - Casa sul mare

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l'anima che non sa più dare un grido.
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d'acqua che rimbomba.
Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l'isole dell'aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell'ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s'appressa
l'ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s'infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l'avara mia speranza.
A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.


Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m'ode
salpa già forse per l'eterno.