Su tre lati argentini #3 (San Telmo)

Un uomo cammina nella notte tra Almagro e Avenida Corrientes con le mani che gli si stringono nelle tasche dell'impermeabile. Si chiama Enrique Cadicamo ma tutti lo chiamano Il Tano per via delle sue origini italiane. Scrive tanghi. Le parole dei tanghi. E a volte le firma Rosendo Luna, altre Yino Luzzi, altre ancora con il suo nome vero. Tano non lo usa mai per firmare le parole dei tanghi. 
L'umidità gli fa sciogliere la brillantina tra i capelli. Un tassista rallenta, si accosta, lo guarda dal finestrino e poi riparte. Cadicamo vuole pensare, e per pensare gli ci vogliono tempo e centinaia di passi. I lampioni di Buenos Aires e le loro ombre, di notte, fanno da complici ai cuori pesanti.
La sera è volata a guardare ballare la gente in compagnia di una bottiglia di vino. L'uomo è rimasto come al solito sconvolto da tutto quel movimento. Ha osservato con un po' di mestizia le scarpe sfrisate e consunte dei tangheri, i loro passi, i gomiti, i menti. Ogni tanto il grammofono risuonava di canzoni sue, di quelle per cui aveva messo insieme le parole tempo prima, e allora cercava di distrarsi, andava alla toilette, qualcuno in corridoio lo riconosceva e gli sorrideva minaccioso. Forse Cadicamo non ha mai amato il tango, e neppure riesce a capire come si possa ballare sopra tanta sofferenza.
In Argentina far piangere è un pregio e un mestiere. E a Enrique le storie tristi vengono bene da sempre. "Non cambiare, andresti in rovina" gli aveva detto qualcuno, una volta, al Caffè Dorrego. Quando Gardel aveva chiesto di incidere "Pompas de jabon" gli era tornata in mente quella frase che all'epoca aveva preso come una iattura. Gardel era il sogno, la voce, l'Argentina. 
Ora l'uomo attraversa una minuscola via dalle parti di Belgrano. Attorno a lui non vede quasi più nulla, i rumori giungono ovattati, la città sembra sparire dietro una cortina di sogno, diventa fatta solo di cose che non si possono toccare. Pensa a queste frasi, a come scriverle su un foglio: 

"La notte sembra un pozzo di ombre;
ed io cammino lentamente tra le ombre.
nel frattempo pioviggina
e sento le sue spine nel mio cuore...
In questa notte tanto fredda e tanto mia,
pensando sempre la stessa cosa, sprofondo
anche se vorrei strapparla,
rifiutarla e dimenticarla,
la ricordo ancor di più…"

Il portone sbatte alle sue spalle. Le suole sfregano senza fretta sopra le pietra fredda dei gradini. Una volta in casa si toglie l'impermeabile e lo appende all'attaccapanni di ferro che si nasconde dietro l'angolo della porta: è fradicio, e pesa. Sul tavolo del soggiorno una lettera con grafia femminile. 
Le altre parole vengono subito dopo, mentre dalla finestra guarda impaurito la strada da dove è appena venuto


"Pioviggina...
Solo e triste sul marciapiede
va questo cuore affranto,
come una casa abbandonata..."

Il tintinnio del collo di una bottiglia di rum contro il bordo di un bicchiere. 

"Pioviggina...
Tristezza...
Perfino il cielo si è messo a piangere!"

Cadicamo decide che ha pronto quel tango che Troilo gli ha chiesto un mese fa. Domani gli farà avere un telegramma con la prima strofa. Gli andrà bene. Al Pichuco va sempre bene tutto. Lui è uno di quelli a cui piace fare quel che sanno fare.
L'uomo si addormenta con la luce accesa, seduto composto sul divano, mentre tre le vie di Buenos Aires la pioggia si assottiglia in tanti fili di lana.


Mi trovo alla "Poesia", un locale che sull'insegna porta scritta la definizione di esquina de encuentro. La cameriera ritira i piatti. Io la guardo: ha i capelli color noce, un piercing all'ombelico e uno sulla nuca all'altezza della prima vertebra. "Cos'è la Garua?" le chiedo. Lei mima con le dita una specie di gocciolio. "La pioggerella fine fine, quella fastidiosa..."
In Calle Bolivar, nel cuore di San Telmo, invece ora c'è un sole che non scalda. Faccio qualche centinaio di metri e sbuco in Plaza Dorrego. Al centro un uomo e una donna ballano tango sopra una moquette bianco grigia che fa loro da pista. I vecchi palazzi, le vetrine degli antiquari e qualche passante sono il loro pubblico. Io penso a Cadicamo. E mentre seguo quei piedi strisciare con la suola sul pavimento, quelle quattro gambe rigide e tese intrecciarsi con quella grazia e con quella violenza, sono già sicuro di quello che vedo: pennelli. Lasciano segni per terra, riscrivono a caratteri enormi l'alfabeto della tristezza.  




[Enrique Cadicamo detto il Tano ha scritto "Garua" nel 1943, un tango musicato da Anibal Troilo. Come omaggio alla sua lunga carriera di autore e poeta il governo argentino nel 1987 lo dichiarò Ciudadano Ilustre de Buenos Aires e nel 1996 fu nominato Personalità Emerita della Cultura Argentina. Morì a 99 anni il 3 dicembre del 1999]     

Per lasciare una casa

Per lasciare una casa ci vuole molto scotch. 
Il primo tipo dev'essere marrone scuro, adesivo, arrotolato: serve per tenere insieme gli scatoloni, chiudere gli scatoloni, affrancare la confezione di detersivo in polvere che hai usato solamente una volta per lavare le mutande nel mastello e un sacco di altre cose che nelle condizioni in cui si trovano non potrebbero mai lasciare una casa. 
Il secondo tipo occorre sia di un giallo paglierino oppure color dell'ambra, di solito sta dentro una bottiglia trasparente o verde e serve per ritrovarsi nel pieno della notte a osservare muri spogli, camini incredibilmente puliti, ragnatele alle finestre e un sacco di vuoto che poi è un pieno di ricordi. 
Questa storia del vuoto è molto interessante ma incasinata. In qualche maniera c'entra sempre la musica. Voglio dire, avete presente la musica? Se la riduci ai minimi termini salta fuori che è un semplice alternarsi di suono e silenzio. Pieno e vuoto. Se non ci fosse il silenzio non ci capiresti nulla ma proprio nulla. Quel vuoto serve per sentire. Questa metafora mi sembra azzeccata perché è proprio quello che succede quando te ne stai seduto sopra uno sgabello bianco in compagnia dei tuoi due scotches (un plurale che Calboni pronuncerebbe così magnificamente) e ti prepari a lasciare una casa: tutto quello che è successo nel tempo in cui ci hai vissuto torna a suonare in un solo istante, tu lo senti distintamente, lo percepisci in tutte le sue sfumature e te lo godi in perfetta solitudine. La solitudine è un altro di quei vuoti indispensabili per apprezzare al meglio la musica delle persone amiche, degli amori, dei casini. Ma se ci mettiamo a parlare anche di solitudine non ce la caviamo più. Piuttosto, tornando al silenzio, mi viene in mente il sabato santo: a catechismo ci dicevano che il sabato santo è importante perché Gesù è dentro nel sepolcro e il mondo intero fa silenzio e che è importante far silenzio perché così è più bello gridare di gioia il giorno di Pasqua. E anche questa è una bella metafora perché vuol dire che il sepolcro è una specie di posto in cui si sta mezzi morti in attesa di risorgere: per esempio io adesso, prima di occupare la mia nuova casa, devo restare qualche giorno nella casa dei miei.

Per lasciare una casa serve radunare oggetti. Questi oggetti di solito sono molti, ma nella situazione in cui sei, vorresti fossero pochi. Allora ti ritrovi a chiederti quanto è molto e quanto è poco. In pratica discuti con te stesso riguardo alla relatività di molte cose. E anche questa è una bella metafora, perché quando lasci una casa non si sa come ma ti ritrovi a ragionare su cosa hai combinato nella vita: al primo sorso di scotch (del secondo tipo, ovviamente) ti pare di aver fatto moltissimo, all'ultimo pochissimo. Ma è una cosa relativa, l'abbiamo appena detto. Così vorresti avvolgerti il cervello con lo scotch (del primo tipo) per chiudere la bocca ai pensieri e lasciare andare le cose come devono andare. Ne viene fuori che si sta parecchio meglio.

Quando gli scotches sono terminati vuol dire che è arrivato il momento di lasciare la casa per davvero. Ormai è mattina e si deve compiere più volte la rampa delle scale. E' a questo punto che occorrono molti muscoli.
Il primo tipo di muscoli sono quelli delle braccia: tutta quella roba avvoltolata nello scotch bisogna sollevarla.
Il secondo tipo di muscoli sono quelli delle dita: prima di andarsene bisogna scrivere su un foglio tutte le cose che ci hanno fatto felici dentro quelle quattro mura.
Il terzo è il muscolo del cuore: lì c'è la speranza e il desiderio. La speranza di trovare prima o poi un posto che sia una vera casa, una di quelle in cui vorresti fermarti per sempre e metterci dentro tutti gli oggetti che vuoi, e il desiderio invece di non fermarsi mai, lasciare altre mille case, ogni volta con qualche oggetto in meno, in una specie di allenamento al contrario: meno peso metti sul bilanciere, più il tuo cuore diventa un muscolo invincibile.
Ma questa qui è una metafora un po' troppo complicata anche per me.



Su tre lati argentini #2 (Rio de Janeiro - Buenos Aires)

Arrivarci dal Brasile.

Un grosso aeroplano si alza, si mette orizzontale e fila dritto. Ora è a diecimila metri sopra il Brasile. L’equatore una cosa superata. Lontano si fa un po’ più vicino, ha il suono del soffio, per la prima volta in vita tua sei oltre l’equatore, nell’emisfero australe. Le cose a testa in giù…
Guardi fuori: verde infinito, polmone del mondo. E pensi al tuo viaggio, a quello che ti aspetterà, alle cose sconosciute, se sarai in grado, se ti sentirai a tuo agio, se te la godrai, se il mondo nuovo ti sarà amico, se lo spagnolo lo parlerai o morirai di vergogna. Poi guardi il tuo cuore, pensi al cuore di tutti quelli che viaggiano, immersi come sono nell’euforia e nella domanda, nel coraggio e nell’incertezza. E’ un’amazzonia rossa, quel cuore, che come l’abbatti ricresce. Così piena d’ossigeno, eppure sempre in apnea.
Aeroporto di Rio de Janeiro, prigionieri dentro una gabbia di vetro e aria condizionata. Per uscirne ci vogliono dollari e tempo, due cose che voi non avete. Allora con lo sguardo cercate di arrivare il più lontano possibile: laggiù si alzano le colline e i primi grattacieli riflettono i raggi stanchi del sole. E’ un tramonto velocissimo. Poi buio e lucine.
Nei discorsi e negli sguardi dei brasiliani l’eco dei mondiali di calcio si è spento. Cerchi di immaginare cosa fosse quest’aeroporto due settimane fa e pensi a uomini e donne da ogni dove, squadre, euforia, speranze, soldi, televisioni, desideri, brasile-germania, pianti, proteste, brasile-olanda, delusioni. Il grande pallone, anni per gonfiarlo, così poco per farlo scoppiare. E dopo ogni cosa, la vita. Spostarsi, lavorare, tirare a campare. Mondiali o no quella donna laggiù con il grembiule e il berretto avrà continuato a servire centinaia di caffè al giorno dispensando almeno il doppio dei sorrisi. Avrà lavorato la sera della finale? Forse sì, e con un po’ di cinismo avrà detto “meglio così”, meglio che se la giochino Germania e Argentina, il mio paese in festa e io chiusa qui dentro è una cosa terribile. E alla fine avrà festeggiato comunque vedendo gli odiati vicini argentini buttare al vento tutto a pochi minuti dai rigori. Il non sopportarsi è una cosa molto sudamericana.
E’ notte quando v’imbarcate per l’ennesima volta. Un volo stracolmo, volti assonnati e sfatti di brasiliani, argentini e tre italiani. Lontano, per un attimo, fugge un po’ più in là. Poi si convince a farsi prendere, e tu lo vedi dall’alto, di un’arancione che brilla nell’inchiostro nero e si sparge per chilometri, finché toccate terra, il portellone si apre, ognuno è in silenzio, la gente cammina come se tutto fosse normale e invece no, nulla è normale quando scopri il volto di Lontano. Esiste davvero, non è un’invenzione: Buenos Aires.   

Ezeiza è la porta dell’Argentina. Un aeroporto dal nome di donna come Malpensa, ma con storie ben diverse da raccontare. So per esempio che nel giugno ’73 ce n’erano tre milioni di persone qui fuori, tre milioni ad aspettare Peron che tornava dall’esilio. Ma l’aereo che aspettavano non sarebbe atterrato. Per paura di brutte sorprese il presidente fu fatto atterrare altrove. Tutti restarono con la testa all’insù, tre milioni con la testa all’insù, fin quando dall’alto non arrivò Peron ma le pallottole dei cecchini. Erano appostati ovunque. Fecero tredici morti e centinaia di feriti. Erano della destra peronista e sparavano a quelli della sinistra. L’Argentina ripiombava in quella stanza nebbiosa chiamata instabilità per uscirne di lì a poco ammanettata dalla dittatura di Videla. Ezeiza, dunque. Un aeroporto, una donna, un massacro.

La città dorme. Immagino i bambini argentini nelle loro stanze, sotto le coperte, la maglia di Messi per pigiama. Lo immagino perché il tassista ha voluto parlare della finale, mentre un’autopista semivuota taglia la città da sud a nord, mostrandola stranamente povera. Fa freddo, fuori ci saranno non più di 5 gradi. “Quella notte era tutto bloccato” racconta l’uomo al volante, “la folla ci rendeva impossibile lavorare…” Dico che è normale quando c’è rabbia e delusione per la sconfitta. “Ma che!” risponde lui staccando una mano dal volante, “noi festeggiavamo!”
In calle Paraguay varco la soglia di un hotel dal nome francese pensando a un popolo capace di fare festa per una finale persa. Forse qui non hanno bisogno di vincere a tutti costi, gli basta sentirsi tra i migliori. Gli basta essere guardati.








Provviste #18


La mia lettura dell'estate, giù lungo la corrente del Po. Anzi, la Po (Francesco Guccini avrebbe da ridire su questa faccenda di chiamare i fiumi al femminile, "ma l'acqua è femmina" gli ribatte Paolo in un passo del libro). Rumiz informa, narra e racconta. Sono le tre cose che fanno un libro di viaggio. Sarà anche prolisso in alcuni punti, ma quanta cultura e sapienza, quanto aver visto che c'è in lui. Uomo che si mette in viaggio: tutto il Po navigabile da Pian del Re fino a Sansego, fino al mare aperto così spaventevole per chi per lunghi giorni ha avuto due argini dentro cui chiudere i propri orizzonti. Il fiume maltrattato, rene costretto a farsi carico dei mali di un Paese, strada d'acqua in cui l'uomo getta e da cui l'uomo toglie. Su tutto, il fascino di uno scorrere (parole, pensieri, Storia, popoli, cibo) vero e metaforico, per sempre allergico alla precisione della sua traiettoria:

"Un fiume che corre dritto verso il mare dà assai poco al mondo" avevo letto da qualche parte. [...] Un fiume rettilineo impazzisce, parte alla carica come un rinoceronte africano in una piantagione geometrica. Per questo il meandro è anche metafora grandiosa: la ricchezza dell'arrivo a Itaca sta negli infiniti giri che per anni Odisseo compie per raggiungerla. E davvero non c'è niente di peggio di una via tirata col righello, priva di paure, incidenti, errori e ritorni. Ma il fiume è anche narrazione: e poiché, nel discorso, meandro è sinonimo di tortuosità, digressione e intrico, ecco che censurare i meandri di una discussione equivale a castrarla del suo meglio. Sono le digressioni delle favole la cosa che piace di più ai bambini. E sono sempre i meandri a farci penetrare un romanzo con maggiore efficacia.

Ricordo quella gita sull'Adda, una domenica di giugno. Il colore dell'acqua, il sottile profilo dell'argine. Ancora non mi era capitato per le mani Morimondo. Ma l'avevo chiamato, ne sono sicuro.

Una frase: L'aria era di vetro, i pioppi nel vento facevano un brusio da mercato di paese e una luce color del tè stava ricoprendo ogni filo d'erba sull'argine. 

Su tre lati argentini #1 (Lisbona)

Lisbona. L’imprevisto.

Hai salutato l’Europa affacciandoti alla sua ultima finestra, quella in fondo al corridoio, lì da dove anche l’occhio più acuto non può scorgere altro che un infinito e sconosciuto mare.
I viaggi vivono d’imprevisti. E il viaggiatore li accoglie come una benedizione, il segno inequivocabile che la sua rotta ha una guida. E’ ad essa che egli accetta di sottostare: non padrone del viaggio, ma del viaggio garzone. Ogni volta, più di prima, apprendista.
E così una coincidenza saltata ti riporta a Lisbona per la terza volta. Nelle altre due occasioni viaggiavi con i tuoi genitori, stavi nel dolce fiume della tranquillità, accettavi il dono della curiosità, cedevi senza fretta alla bellezza di Lontano, divinità sfuggente e senza volto. Nei tuoi ricordi sbiaditi c’è solo il Tago, fiume largo, ultimo corridoio, comandante di un'armata di nostalgie che dalle colline scendono fino al mare. Ma tutto è ancora lì: il Barrio Alto, i festoni ai davanzali, i locali rumorosi, le auto che si stringono nelle vie facendosi spazio dove non ce n’è. Ogni cosa - che ci piaccia o no - vive al di là delle nostre dimenticanze.
E’ notte, il pensiero è per strada, illuminato dai lampioni, rotto dall’insistenza degli spacciatori che all’italiano offrono sempre la bamba migliore. Cammini e ti fischiano le orecchie, scendi con piccole mosse centinaia di gradini, in basso a una scalinata un papà fa dormire il suo bambino: “Dormi, sei in viaggio anche quando non ti muovi” gli dice tenendoselo stretto, e tutto resta come nei versi di Pessoa il poeta, seduto a un tavolino del caffè “A Brasileira”, immobile e con le gambe accavallate: 

Lontano da me in me esisto
fuori da chi io sono,
l'ombra e il movimento in cui consisto.
(F. Pessoa, Longe de mim, 1920)


Hai due compagni. Con loro attraversi Rua dos Correiros, Rua Augusta, Plaça do Comércio. E intanto parlate di figli da crescere, dell’egoismo di non mettere al mondo nessuno. Quante volte, in sere così fresche, davanti a un bicchiere, avete parlato con in testa il futuro. Futuro che a parlarne non si compie mai, la parola lo frena e voi vi sentite come la principessa Sherazade, credete che il racconto possa salvarvi dalla vita.
Infine vedete il mare, ve lo indica Re Giuseppe I a cavallo, e restate in silenzio. Il mare che qui si chiama Oceano Atlantico, è il vostro nuovo orizzonte. Il padre di tutti. L’imprevisto più bello.


Una lettera in volo

Qualche giorno fa viaggiavo a bordo di un aeroplano che da Buenos Aires mi avrebbe riportato in Italia. Ero con due amici, all’aeroporto di Ezeiza la signorina del check-in ci aveva assegnato tre posti vicini, ma una volta salito sull’aereo mi sono accorto che intere file erano rimaste libere. Ho chiesto all’assistente di volo, un uomo calvo e dall’accento romano, se mi fosse stato possibile occupare una delle file vuote. Ho ricevuto un sì deciso e gentile.
Prima di sedermi ho dato un’occhiata in giro: mi trovavo in coda, a poche file dall’ultima, ed ero felice. Mi piace la coda dell’aereo, la collego alla terza classe di un vecchio transatlantico, immagino sempre che ci piazzino gli spiantati e i ritardatari.
Quando l’aereo è decollato ho salutato con una strizzata d’occhi Buenos Aires, l’Argentina, l’inverno australe e tutti gli infiniti chilometri di asfalto che in tre settimane di viaggio avevo battezzato, l’ho fatto con una stretta al cuore, come se qualcuno da laggiù mi stesse guardando andar via dopo aver speso fino all’ultima goccia di sudore per convincermi a restare. Era intorno all’una. Un paio di ore dopo il Boeing è caduto nel torpore e le tendine degli oblò sono state abbassate per simulare la notte. Un notte finta in cui non riuscivo a dormire.
Poi all’improvviso mi sono ricordato della tendina chiusa e del finestrino. L’ho alzata, e fuori ho visto quello che in vita mia non avevo mai visto. Volavamo sopra l’oceano scuro appena oltre le coste brasiliane, e laggiù, a ovest, sulla fine del mondo, il sole dipingeva l’orizzonte col più incredibile dei rossi, un’infinita striscia di sangue che ridisegnava la curvatura terrestre facendomi intuire, come poche altre volte nella vita, l’esistenza di Dio. Il giorno si spostava un po’ più in là, correva sempre più a ovest fino a diventare est, per essere giorno altrove. E mentre la striscia si assottigliava e diventava di un rosa conchiglia ho pensato che quel sole che ora interpretava la più tragica delle morti l’avrei visto rinascere qualche ora dopo a Roma, in un’alba che si sarebbe rivelata pallida e afosa. Il mondo è una grande giostra, mi dicevo.
Per sicurezza non ho più abbassato la tendina. La notte si inspessiva, fissavo il vuoto imponendomi il sonno, quando l’occhio mi è caduto altrove, nello spazio vuoto tra il sedile davanti a me e quello reclinato al suo fianco. Era il posto di un argentino basso e dalla pelle olivastra, sulla quarantina, la testa grossa, una cuffia di tanti e corti capelli neri; portava una polo scura con il colletto alzato, l’avevo notata poco prima del decollo e mi aveva fatto ripensare a quella moda terribile diventata legge per colpa di un calciatore francese. Era un tipo inquieto: aveva a disposizione tutti i sedili della sua fila e da quando ci eravamo alzati in aria era stata una migrazione incessante in cerca del più comodo (per un paio d’ore aveva anche tagliato la testa al toro dormendo completamente sdraiato e occupandoli tutti). Ma da qualche minuto si era tranquillizzato e aveva scelto quello al centro.
Sono tornato a guardare verso di lui che aveva appena aperto un foglio mezzo spiegazzato, a righe, di quelli che si strappano dal quaderno. Quel foglio era una lettera. Era scritta in un castigliano semplice, a inchiostro nero, la grafia femminile. Era una lettera d’amore. L’ho capito con un tuffo al cuore dopo pochissime parole. Una lettera d’amore va sempre letta, che tu sia o non sia il destinatario. E questa parlava di litigi, momenti difficili, di una rottura. Parlava a lui ma anche a me, che insieme a uno sconosciuto leggevo riga per riga senza fretta: un segreto che si svelava per la prima volta. A tratti staccavo gli occhi, li mettevo sulla spalla di lui, oppure ne cercavo lo sguardo. Era in quei momenti che mi sentivo scoperto e il cuore mi batteva più forte. Entrare nella vita dagli altri, così da vicino, senza chiedere permesso, senza sentirsi in colpa. C’è così poca distanza, a volte, tra chi deruba e chi è derubato.
Lei continua ad amarlo. Crede che le cose possano migliorare stando insieme. Si rivolge a lui con quel vos che gli argentini usano al posto del tu, una cosa splendida, ha il sapore di altri tempi. Ho pensato a quanto sia magnifico trovarsi da soli sopra un aeroplano che ti sta portando dall’altra parte del mondo e poter leggere la lettera di una donna. Non credo mi sia mai capitato. Ho ricevuto sì lettere d’amore, la prima la ricordo ancora perfettamente, era scritta anche quella su un foglio di quaderno, di quelli con i buchi, color malva. L’ho sempre conservata in una specie di cassetto bunker, praticamente introvabile, un po’ per gelosia e un po’ per vergogna. Poi sono arrivati i telefoni cellulari. La memoria affidata ai cip, lo schermo consumato a furia di rileggere lo stesso messaggio, interpretarlo, impararlo a memoria come una litania o una formula magica che la faccia comparire esattamente lì, davanti a te, a dirti di persona le stesse cose. Mai però ho letto d’amore a bordo di un aereo. Per questo lo invidiavo: fuggire e sapere che qualcuno alle tua spalle ti aspetta. C’è qualcosa di più bello?
“Ti amerò sempre” proseguiva. Avevamo girato il foglio e attaccato a leggerne il retro. “Voglio che tu sia felice.” Non era granché originale, ma mi piaceva così. Ho immaginato chi potesse averla scritta, se era bella, se era una ragazzina oppure una donna in carriera ormai disabituata a usare carta e penna; mi sono chiesto se si trattasse di una relazione clandestina, segreta, oppure di un rapporto duraturo che andava spegnendosi, magari un matrimonio; ho provato a osservare la scena di lei che scrive in cucina, dentro un appartamento alla periferia di Buenos Aires, ma non sono riuscito a scegliere in che modo gliela possa aver consegnata: sulla porta di casa, guardandolo andar via, oppure all’aeroporto, all’ultimo secondo, dopo una corsa in taxi e con il fiatone che toglie le parole.
Quel che è certo è che lei sapeva della sua partenza. Nella lettera gli augura che questo tempo da passare lontano possa aiutarlo a scegliere se darle un’altra opportunità oppure no. Scrive con un tono gentile e premuroso e allo stesso tempo insistente. Arriva a supplicarlo di non farla soffrire, che qualsiasi sia la sua scelta gliela faccia sapere subito, anche da lontano. E io già da qualche riga ho iniziato a pormi la domanda più scontata: dove sta andando costui? A fare che? E soprattutto: perché non ha aperto subito la lettera ma ha aspettato tutte queste ore?
Più si avvicinava la fine più i caratteri si facevano grandi, l’interlinea aumentava, la scrittura si stortava. “Ti amo” ripetuto all’infinito, disperato, un po’ fanciullo. Mi mancava solo una cosa per dire di aver completato la mia lettura, la cosa più importante, quella senza la quale tutto sarebbe rimasto una beata invenzione: il nome di lei. Ho giurato a me stesso che non l’avrei mai dimenticato, che sarebbe rimasto per sempre in un angolo, in attesa di scriverci un libro o di incontrare una donna dallo stesso nome e sposarla. Ero certo ci fosse un motivo nascosto dietro al destino di capitare dentro a una cosa così. Ma ecco che quando mancava meno di un centimetro per poterlo leggere, quando già ero arrivato a scorgere il tua seguito dalla virgola, il foglio ha smesso di scorrere. Lui è rimasto immobile, evidentemente era giunto alla fine prima di me, aveva letto anche il p.s. che io solo intuivo.
Dal mio nascondiglio, fissando oltre il pertugio con più desiderio di prima, l’ho pregato di andare avanti per un solo centimetro. L’ho fatto con così tanta foga che per un attimo ho temuto di aver parlato. Ma l’uomo è restato senza muoversi per un tempo che mi è parso infinito. Poi finalmente si è mosso: eccolo, lo vedevo girare il foglio sulla prima pagina, osservarla, voltarla a testa in giù. E d’improvviso, senza che il mio cuore se lo potesse minimamente aspettare, appallottolare il foglio con entrambe le mani. E’ stato un gesto compostissimo, quasi rilassato, gli ho visto le dita grassocce stringere la carta fino a schiacciarla, sul medio della mano sinistra portava un grosso anello d’oro. Quando si è chinato per riporre la lettera tra i rifiuti il suo volto era annoiato, senza espressione. Si è alzato, dopo un minuto era di ritorno con un bicchiere di Fanta e dei salatini. Si è messo a guardare un film giapponese.

Adesso fuori dal finestrino vedevo la notte africana. Algeri dall’alto era un alveare di luci, le sue strade si perdevano nel deserto per chilometri. Le navi in rada mi apparivano lucciole sottili nel buio d’acqua. 
L'aereo era tornato vuoto come le ore, come i segreti che si perdono, come le domande senza risposta.

      

Una poesia e l'ultimo giorno di scuola

La poesia a 17 anni. La studi, la odi, poi la dimentichi. Oppure la scrivi. E con lei ti salvi da paure ansie incomprensioni debolezze.
A. dice: "Prof, un premio letterario? Me lo trova?"
"Sicuro" dico io.
Qualche giorno dopo stiamo già scegliendo quale poesia mandare, lo facciamo alla sera, per e-mail.
Due mesi e arriva la notizia: A. è seconda, e il premio importante (clicca qui)
"Prof, ha visto che roba?"
"Ho visto, ho visto..." e mi si allarga un sorriso che nemmeno quando di premi è capitato di vincerne a me.
"Il 7 giugno vado ad Arezzo a ritirarlo!"
"Per forza!" dico io.
Il 7 giugno è l'ultimo giorno di scuola. Il 7 giugno è oggi.
A. era a scuola. Ma avrei tanto voluto fosse ad Arezzo.
"Ti ci porto io!" le dico senza calcolo di orari, impegni, preavvisi.
"Lasci stare, prof...". Ha gli occhi rossi.

Ebbene, cara A., visto che oggi non ne hai ricevuti, un premio te lo consegno io. Il concorso lo chiamiamo "Primo Concorso Nazionale di Poesia «Io ad Arezzo non ci posso andare»", facciamo che l'ho creato cinque minuti fa ma che è già mooooolto importante. La vincita non è granché, solo una pagina bianca da riempire, ma la tua poesia merita di essere letta.
E vedrai che le burrasche dell'adolescenza passeranno con la stessa fretta che hai messo per scrivere questi versi. Dieci minuti d'orologio, come mi hai detto tu.

Presente al passato

Cercavo l'abbraccio tra gli sguardi
avida ricerca sfuggevole
e sfuggivo anche io.
Leggevo lo sguardo degli sguardi
comune
e cambiavo io.
Volevo uno sguardo per me
quarto desiderio
e lo respingevo.
Silenzio

Che avevo sempre in mente il vento
abbraccio uragano
e aprire le braccia che regge lui
che soffia sulla pelle
polvere e foglie.
Dalle altalene che salendo entra negli occhi
e quando scendi risucchia.
Inappropriato caldo o freddo vento sbuffato piomba dal nulla.
Il mio vento per stanchezza o per un grido,
per una risata o per noi.
Sottratto ad altro vento da artigli tesi
abbandona ancora
erano i miei.
Mangiavo il vento
Mi proteggevo
Ostacolavo il vento
Mi lasciavo avvolgere.

Gelare di caldo
a stento resto in piedi.

Vorrei un amico adesso,
ma senza fretta. 

Ehi, sappi che quel che fai è importante. Salva il mondo. E lo fa in gran segreto... 
Abbraccio te e tutte le tue compagne: date sempre voce, vi prego, a quello che siete.

Antonio





"L'Armata S'agapò", un saggio di Antonio Oleari e Arturo Cattaneo


Nei mesi scorsi è uscito in libreria il secondo volume di Giustizia e Letteratura, pubblicato da Vita & Pensiero. L'opera trae origine dai cicli seminariali organizzati dal Centro Studi "Federico Stella" sulla giustizia penale e la politica criminale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra quelli di eminenti scrittori, giuristi, critici letterari ed esperti in comunicazione è presente anche il contributo mio e di Arturo Cattaneo, titolare della cattedra di lingua e letteratura inglese presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Ecco un breve abstract del nostro saggio:


Antonio Oleari – Arturo Cattaneo
«L’Armata S’agapò»: il processo al bravo soldato italiano

Nel 1953 la rivista “Cinema Nuovo” pubblica una proposta di film sulla campagna italiana in Grecia nella seconda guerra mondiale: L’Armata S’agapò. E’ subito scandalo, perché l’articolo presenta un esercito poco propenso al conflitto e molto di più alle imprese amorose,  mettendo in luce un aspetto della storia bellica italiana che causa imbarazzo e risentimento nell’establishment. Il processo per vilipendio alle forze armate che Renzo Renzi (autore dell’articolo) subisce insieme a Guido Aristarco (direttore della rivista), è l’inizio di un lungo dibattito critico sulla figura del “bravo soldato italiano” che – tra editoria e grande schermo – si concluderà in maniera del tutto auto-assolutiva con Mediterraneo, il film premio Oscar di Gabriele Salvatores. 
  

In 1953 the magazine “Cinema Nuovo” publishes an article called The S’agapò Army, containing the idea for a film on the Italian campaign in Greece in World War II. The article, which presents an Italian army more given to love making than to fighting, creates embarrassment and concern among the Italian establishment. The writer of the article, Renzo Renzi, and the magazine’s editor, Guido Aristarco, are tried for offensive behavior to the armed forces. It’s the beginning of a debate on the “good Italian soldier” that has been going on both on paper and on the screen, whose culmination is the Oscar winning film Mediterraneo by Gabriele Salvatores.


Scienza e fede. Roba da prendere per le corna.

Oggi svegliandomi e gironzolando pigramente per facebook mi sono imbattuto in questa frase, scritta da uno sconosciuto: "sono una persona dalle normali capacità intellettive, quindi ateo." Ero ancora nel letto, e il primo pensiero della giornata l'ho dedicato a quanto mi sembrasse triste questa rivendicazione di ateismo. Mi pare un po' cinica, di quelle che aprono e chiudono la questione come se si trattasse di decidere quanti etti di prosciutto ordinare al salumiere... Mentre mi sciacquavo il viso e mi vestivo ho continuato a pensare a questa cosa che chiamiamo ateismo. Mi sono domandato cosa sono io: sono ateo perché non vado in chiesa? Non direi. Sono ateo perché, nonostante tutto, su questa faccenda di Dio io non abbia le idee chiare? Sono ateo perché come molti ritengo la Chiesa una costruzione che nella maggior parte dei suoi aspetti nulla c'azzecca con la ricerca spirituale che ogni uomo sente dentro si sé? Ancora non lo so. Ma credo che l'ateismo non possa essere liquidato come una scelta di campo, una specie di out out politico: se non è così, allora è cosà; se non mi dà fiducia quello, allora vado su quell'altro. Pensieri confusi, lo ammetto. Ma era prima mattina, cercate di capirmi. 

A colazione bevo un caffé, mangio biscotti al cioccolato e leggo a voce alta "Vita di Pericle" dello storico greco Plutarco. Non giudicate troppo frettolosamente le mie abitudini mattutine: era semplicemente il primo libro che avessi sotto mano. E sono stato fortunato, perché proprio tra queste pagine ho rimediato la mia buona dose di consolazione giornaliera. Sentite cosa mi è capitato di leggere:

"Si dice che una volta la testa di un ariete con un solo corno fu portata a Pericle dalle sue campagne, e che l'indovino Lampone, come vide il corno duro e robusto che spuntava al centro della fronte, interpretò il fenomeno così: essendoci in città due poteri (quello di Tucidide e quello di Pericle) il potere sarebbe toccato a uno solo, più precisamente a quello in casa del quale si era verificato il prodigio. Al che lo scienziato Anassagora, fatto spaccare il cranio dell'ariete, mostrò però che il cervello non aveva riempito tutta la scatola cranica, ma appuntito come un uovo era caduto da tutta la cavità in quel posto da cui la radice del corno aveva inizio. E allora Anassagora fu ammirato dai presenti. Poco tempo dopo invece fu ammirato Lampone, visto che Tucidide venne sconfitto come era stato predetto e tutti gli affari del popolo finirono sotto il controllo di Pericle. Niente impediva, credo, che fossero riusciti sia il fisico che l'indovino: l'uno aveva afferrato bene la causa, l'altro il fine del fenomeno; allo scienziato spettava infatti esaminare per quali motivi e in qual modo esso si fosse verificato, all'indovino di dire a che scopo si fosse verificato e che significato avesse. Quelli che dicono che la scoperta della causa comporta la confutazione del significato non si rendono conto che in questo modo respingono, insieme ai segni divini, anche quelli escogitati dall'uomo, come il suono dei timpani, le luci delle torce e le ombre prodotte da una meridiana: effetti prodotti tutti da una causa al fine di significare qualcosa."

Che soddisfazione alzarsi al mattino, porsi una domanda, incappare in una testa d'ariete e trovare una risposta grande come l'universo. Far nascere l'ateismo dal semplice "ho buon senso, posso spiegarmi tutto senza che ci sia bisogno di una ragione o di un Dio" è un pochetto sterile. Le cose che si vedono e quelle che non si vedono vivono legate le une alle altre. O almeno è molto bello crederlo. 

Ti avevo chiesto di tagliarti le mani


 
Ti avevo chiesto
di tagliarti le mani
e di lasciarmele,
almeno quelle
come il cuscino
di tutte le cose che hai toccato,
l’impronta degli atti buoni
che hai compiuto.
Sarebbero invecchiate con me le tue mani,
io stesso le avrei incise di rughe
ogni volta che ne avessi scoperta
una in più sulle mie;
le avrei messe in un vaso
come fiori strappati
tenute vive
dalla mia pioggia d’occhi
che sono fontane spente
non hanno più chi guardare.

Delle tue mani
cercavo le dita
per contare di una vita
quali sono gli attimi sani,
ma non ti bastavano
due cuori lontani.
Con un colpo di mano

ti sei rubata anche le mani.

(dall'antologia Se soltanto partissimo, Giulio Perrone Editore, 2014)