Provviste #22 - Gianfranco De Franco

Prima ancora di spulciare il suo lungo curriculum di musicista, interprete, compositore, musicoterapeuta e più in generale di "sonorizzatore" del mondo, occorrerebbe fermarsi e parlare dell'audacia di Gianfranco De Franco. 

L'audacia di pensare a un disco, oggetto semisconosciuto sempre più vittima del web e dei nuovi metodi di fruizione musicale.
L'audacia di pensare a un disco con tempi e modalità completamente affrancate dalle logiche commerciali (s'è preso almeno tre anni, e non mi pare poco).
L'audacia di pensare a un disco con tempi e modalità completamente affrancate dalle logiche commerciali e di metterci dentro una musica dalla difficile definizione stilistica ma che risponde a un senso di EFFICACIA (cos'è l'efficacia? Credo pensare qualcosa che risponda esattamente a ciò di cui hai bisogno tu come artista per esprimerti e contemporaneamente a ciò di cui ha bisogno chi ascolta per dire: ecco, così deve suonare).
L'audacia di pensare a un disco con tempi e modalità completamente affrancate dalle logiche commerciali e di metterci dentro una musica dalla difficile definizione stilistica ma che risponde a un senso di EFFICACIA e, questo disco, realizzarlo.

IMAGO è un'esperienza sonora che mi ha lasciato stupefatto. Conoscevo già da tempo alcuni brani nella loro versione originale: Gianfranco intrecciava tutti i suoni di cui lui e i suoi strumenti sono capaci. Ma il prodotto finale è molto di più. 

Dopo efficacia voglio spendere un'altra parola: questo disco ha SENSO. Perché diciamoci la verità: la sperimentazione è bella, è alternativa, fa figo, fa happening, fa situazione in divenire, eccetera eccetara ma poi alla fine è spesso inascoltabile. Gianfranco De Franco invece usa le armi della progettazione, della professionalità, del gusto e della capacità compositiva per regalarci qualcosa di poetico e narrativo al tempo stesso, una specie di colonna sonora che non riempie semplicemente il silenzio della nostra stanza, ma lo rimodella e ce lo racconta. Terza e ultima parole: è BELLO (dove per bello intendo il bello musicale, cioè ha ritmo, senso della misura, armonia, richiama e dice cose nuove al tempo stesso).

Mi rivolgo anche a chi non è abituato ad ascoltare musica strumentale: provateci. Immaginatevi altrove, in altri panni, con altri pensieri. E' un esperimento che vi potrebbe riuscire.




An orange exodus

"An orange exodus" è una breve serie di fotografie scattate il 3 luglio 2016 presso il Santuario di Santa Maria del Giogo nel comune di Sulzano (Brescia). Ritraggono l'opera "The floating piers" dell'artista Christo.

Ho rinunciato alla calca per osservare dall'alto, in silenzio. Mi è sembrato di osservare un esodo muto: non sono in grado di dire se pacifico o meno. A quell'ora del pomeriggio, in quel punto preciso rivolto a ovest, una sola cosa ha invaso me e l'obiettivo della mia macchina: la luce. Ho scelto di colorare quella luce con lo stesso arancio con cui l'artista bulgaro Christo ha colorato le sue passerelle, in modo che tutto si confondesse in un travaso di land-art.





Un esodo verso dove e da dove? Un esodo per quale motivo?

Una guerra contro il tempo

Ovviamente tutti abbiamo in mente l'inizio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno..." e via così. Ma quello non è mica l'inizio. Sono solo le prime righe del primo capitolo. Prima c'è l'introduzione: sono tre paginette di cui tutti ci dimentichiamo volentieri anche perché, come vedremo fra poco, attaccano molto meno poeticamente e con parole ben più difficili rispetto all'incipit che abbiamo malvolentieri imparato a scuola. Questa introduzione però ha una sua utilità, ossia serve sostanzialmente a due cose: da una parte permette a Manzoni di creare il famoso gioco del manoscritto (vi ricordate? Manzoni dice di non essere l'autore del racconto di Renzo e Lucia ma solo colui che, ritrovato un vecchio manoscritto del '600, decide di riscrivere la storia che esso contiene utilizzando un linguaggio più comprensibile), dall'altra presenta delle considerazioni dell'autore riguardo alla Storia (quella con la S maiuscola appunto) tutt'altro che banali.
Il finto manoscritto, che Manzoni avrebbe ritrovato chissà dove, inizia così (faccio una parafrasi al volo visto che l'orginale, ovviamente, è in un difficile italiano secentesco):

"La Storia si può definire un'importante guerra contro il tempo, perché sottraendogli gli anni che sono ormai suoi prigionieri, già morti li richiama in vita, li passa in rassegna e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gli storici che in tale lotta raccolgono grandi successi e gloria, tolgono al tempo soltanto i bottini più ricchi, perché raccontano e ricordano con i loro scritti solamente le imprese dei Principi, dei potenti, dei personaggi più illustri... "

Pensavo a queste righe una domenica di fine giugno mentre me ne stavo seduto con la macchina fotografica al collo sul sagrato di una piccola chiesa di paese, non un capolavoro architettonico, anonima, ma dall'aspetto famigliare. Era la chiesetta di Tornavento, una frazione del comune lombardo di Lonate Pozzolo (Varese), a due passi dallo scalo internazionale di Malpensa. Di lì a poco avrebbero fatto la loro irruzione nella piazzetta (splendida, con vista sulla valle del Ticino e sul Monte Rosa) uomini e donne vestiti del '600 con tanto di moschetti, spade, picche e persino cannoni. Aveva così inizio la XX edizione della rievocazione storica della battaglia di Tornavento. 
Perché pensavo alle parole del Manzoni? Non tanto perché i figuranti che comparivano in piazza erano su per giù vestiti come i personaggi del suo romanzo, ma perché mi ero messo a ragionare su che senso abbiano queste rievocazioni storiche. 
Premessa: il 22 giugno 1636 nei pressi di questo piccolo borgo avvenne una battaglia tra francesi e spagnoli, all'epoca impegnati nella guerra dei trent'anni (esatto, la stessa che si cita nei Promessi). Fu una battaglia piuttosto sanguinosa, ma sinceramente viene difficile considerarla un episodio di vitale importanza nella storia italiana ed europea. Eppure da vent'anni qualcuno spende del tempo e del denaro per rievocarlo. Perché? Ci potrebbero essere mille perché, ma a me cinicamente ne viene in mente per primo uno: perché, se non fosse per questa battaglia, Tornavento resterebbe nascosto nell'anonimato più totale. C'è qualcosa si sbagliato in questo? Assolutamente no, anzi. E' sempre questione di prospettive: per il piccolo (paese), il piccolo (episodio storico) è qualcosa di grande che lo aiuta a sentirsi meno piccolo. Quella domenica, la guerra contro il tempo si è ripetuta: gli anni già morti vengono passati in rassegna e schierati di nuovo in battaglia. Ma non è vero che al tempo si tolgono solo i bottini più ricchi: c'è chi ha bisogno del bottino più povero per sentirsi (giustamente) importante.
 















Un sacro disordine

Targu Neamt, regione della Moldavia, nord est della Romania. E' un inizio d'anno gelido, il cielo è quasi sempre coperto, la luce dura poche ore. Da Bucarest sono risalito fino alla città di Iasi per ritrovare una persona che non vedevo da quando ero piccolo. L'ho trovata, come se il tempo non fosse passato per nulla. Insieme abbiamo mangiato una fetta di panettone e ci siamo parlati a lungo mentre fuori dalla finestra, lontano a ovest, il manto di nubi finiva  e il cielo accennava un tramonto. 
Sulla strada del ritorno un cartello segnala un monastero. Ci sono cartelli così in tutta la Romania: è probabile siano sorti più monasteri qui che in tutto il resto dell'est Europa. Quello di Targu Neamt non è certamente il più bello: giorni prima, nella regione della Bucovina al confine con l'Ucraina, Voronet si è presentato ai miei occhi come una meraviglia che forse non sarò mai in grado di spiegare. A Targu Neamt, però, mi sono imbattutto in un posto davvero bizzarro.
La struttura del monastero rispetta la tradizione: forti mura perimetrali, un grande spiazzo interno con al centro l'antica chiesa le cui pareti interne non hanno un centimetro di intonaco che non sia affrescato. Monaci con lunghi e pesanti soprabiti neri escono dalle loro stanze, attraversano lo spiazzo bianco di neve e ci si infilano dentro. I suoni sono ovattati: scarponi che scricchiolano sulla neve fresca, cani in lontananza, una mamma che sgrida una bambina. Tante famiglie approfittano delle vacanze di Natale per visitare i luoghi di una fede che in Romania resta, al contrario che altrove, forte e salda.
La sorpresa per me arriva una volta uscito dal monastero. Nel piazzale esterno, oltre le poche auto parcheggiate, c'è una struttura circolare con un'alta cupola sovrastante. Parrebbe un battistero o una cose dal genere, invece da lontano, sopra la porta d'ingresso, leggo la scritta "libreria". Quando entro non ci voglio credere. Sotto una volta finemente affrescata c'è tutto. Ossia: tutto. Un bazar in piena regola, senza il minimo concetto di ordine. Migliaia di libri accatastati, icone, crocifissi ma anche cassette di frutta e verdura, martelli, caramelle, un frigorifero con i gelati, quadri, pacchetti di patatine, rullini fotografici, bibite, scarpe, attrezzi da lavoro. Torno a guardare il soffitto per qualche secondo, poi riabbasso gli occhi: è ancora tutto lì. Un prete barbuto e con indosso un maglione liso si aggira in questo marasma con la stessa compostezza di un custode del Louvre. Cerco di toccare tutto, pesco libri a caso: biografie di monaci, spiritualità, storia nazionale. Più in là: paramenti sacri e abiti comuni. Me ne vado senza la minima idea del luogo e della sua funzione. Una cosa è certa: quelle figure angeliche in alto, quel casino in basso, una metafora del cosmo di cui ho trattenuto un vago senso di sacro.





People from Baku

Marzo 2015. 

Baku è nei giorni del Novruz, l'antico capodanno persiano in cui si festeggia l'arrivo della primavera. Le scuole sono chiuse, la gente si trasferisce in centro per festeggiare. La notte qualche fuoco si accende attorno alle mura della città vecchia e i giovani ballano in cerchio con rapidi passi dei piedi. Baku è una città divisa tra tradizione e voglia di modernità, di Europa, di Occidente. Il vetro e l'acciaio delle costruzioni più recenti si unisce alla pietra della città vecchia, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. 

Nei miei 4 giorni in Azerbaijan ho avuto la sensazione di un Paese costretto a nascondersi, obbligato a mostrare solo il lato migliore di sé, fatto di gente semplice dal sorriso appena accennato. Un Paese di frontiera (qui da sempre occidente e oriente si incontrano) in un periodo della sua storia decisivo per dettarne il futuro.


Baku, panorama

Una famiglia si gode un giro sopra la discutibile riproduzione di una gondola veneziana

Baku, ritratto

Baku, ritratto

L'artista Farid Rasulov nel suo studio

Baku, Città vecchia

Baku, Città vecchia

Baku, una giovane danzatrice in abiti tradizionali

Baku, venditore ambulante

Baku, una compagnia di ballo si esibisce sul palco della festa di Novruz

Baku, pubblico davanti al palco della festa di Novruz
Baku, festa di Novruz

Baku, ritratto

Baku, Heydar Aliyev Centre


Provviste #24 - Lettera del Vampiro (alla Vamp)



Da quando è uscito lo scorso 25 novembre (e non è un caso, visto che in quella data si celebra la giornata mondiale controla la violenza sulle donne), il video di Marcondiro, artista e cantautore romano di finezza ed esperienza, ha fatto parlare di sé. Lettera del Vampiro (alla Vamp), brano che anticipa l'uscita del suo prossimo disco, è a tutti gli effetti e per stessa ammissione dell'autore, "un'ironica invettiva contro la misoginia". Del suo ritornello - "Se ti viene voglia di amare qualcuno, uccidilo: è il tuo vampiro" - si è già chiarita altrove la valenza metaforica, ironica e volutamente irriverente (per esempio su L'Huffington Post).
Quello che non dovrebbe passare inosservato è però il valore culturale dell'operazione svolta da Marcondiro. Riprendere una vecchia lettera di Antonin Artoud e trasformarla in canzone non è una cosa da poco. Soprattutto perché significa scommettere su uno dei geni artistici più oscuri ed enigmatici del '900.

Attore, commediografo, regista e scrittore, Artaud fu maestro di quello che ancora oggi viene definito "Teatro della crudeltà", dove per crudeltà non si intende dolore o violenza ma catarsi. Per poter giungere ad essa è necessario ricorrere a tutto ciò che possa disturbare la sensibilità dello spettatore, provocando in lui una sensazione acuta di disagio interiore. Disagio che abitò in Artaud fin dalla gioventù: vittima da bambino di una meningite, ebbe seri problemi neurologici che lo portarono poi, tra le altre cose, alla dipendenza da droghe e alcol. Nel febbraio 1945, a Rodez, nell’Istituto Psichiatrico in cui era ospite da circa due anni, Antonin Artaud comincia a riempire dei quaderni «di appunti sulla letteratura, la poesia, la psicologia, la fisiologia, la magia, la magia soprattutto», quasi senza interruzione, fino alla morte, ad Ivry-sur-Seine, il 4 marzo 1948. La sua vita era stata segnata da otto anni d’internamento coatto, una cinquantina di elettroshock, “succubi e supplizi” d’ogni tipo e dalle tappe di un delirio sempre piú intenso.

In un'esistenza del genere, quale spazio per l'amore? Quale voce dare a ciò che potrebbe rivelarsi fonte di altre sofferenze?
In una delle sue lettere Artaud dichiara di volersi tenere alla larga dalla passione travolgente, da quel sentimento "forte e incontrollato" di fronte al quale teme di essere ancora vittima. Meglio immaginare un rapporto di coppia statico, che non mini la tranquillità del quotidiano: è il compromesso di un Amore-materasso sopra cui adagiarsi e sotto cui nascondere velleità e chimere. Ma è così - rinunciando alla sua forma più pura e ardente - che l'amore si trasforma in terreno di violenza e alienazione.

Marcondiro traduce tutto in chiave contemporanea: al centro del suo video compare una coppia fiacca e insofferente, dove lui, pigro ed irriverente, preferisce guardare film pornografici piuttosto che dare attenzioni a lei che lo stuzzica e lo provoca senza successo. E' la fiera della vacuità, dell'anti-amore che diverte e ammicca (l'arrangiamento moderno e un'estetica vintage sono a tal proposito più che funzionali, ma vero linguaggio nel linguaggio). E il Vampiro da uccidere? Il Vampiro è metafora di ciò che impedisce il sentimento vero: quella parte di noi che non vuole cambiare né tendere verso l'altro, così come l'altro quando si approfitta di noi per soddisfare il proprio ego.

Nessuna violenza vera, ovviamente. Solo ricerca di significati e sperimentazione di un nuovo linguaggio. Quel linguaggio che Artaud ha indagato così insistentemente da rimetterci la vita: un linguaggio assoluto, sganciato, folle, nuovo, catartico. Il linguaggio di una lettera d'amore scritta e buttata infinite volte.


Il sito dell'artista: www.marcondiro.it

Inviolabile Mostar

Mostar est, dicembre 2014. 

Camminiamo in una Brace Fejica semi deserta. Sono gli ultimi giorni dell’anno, qualche donna esce da un supermercato e corre a casa con il pandoro e una bottiglia da tenere in fresco fuori dal davanzale. E’ buio, le insegne dei bar e di qualche cevabdzinica illuminano i marciapiedi mentre il minareto della moschea del centro s’accende come un faro sulle acque gelide della Neretva. Poco più in là, oltre le nostre spalle, se ne sta solitario sulla sua schiena d’asino il ponte Stari Most, emblema di una guerra che da queste parti non ha smesso di lasciare tracce. Lo hanno fatto saltare le truppe croato-bosniache la mattina del 9 novembre 1993 dopo che per oltre 400 anni era stato il simbolo di una città in cui etnie e religioni erano riuscite nel difficile esercizio della convivenza. E’ di nuovo al suo posto dal 2004, in estate i giovani sono tornati a tuffarsi e a gironzolare tra negozi di souvenir. Ma in questa stagione le serrande restano abbassate, d’inverno per i turisti qui non c’è granché.
Si sentono colpi da lontano, qualche ragazzino ha iniziato in anticipo con i petardi. “Cosa ci facciamo qui?” chiedo a Marco. Lui ride, a sua volta si starà chiedendo cosa diavolo lo ha spinto a seguirmi in mezzo a tutto questo grigiore che adesso minaccia pioggia o forse neve. “Fumiamoci sopra” rispondo. 

Ma l’accendino, come al solito, è rimasto in macchina.

Qualcuno mi sorpassa, con la coda dell’occhio scorgo un paio di scarpe da ginnastica arancioni. Poi, dietro a una fiammella accesa, un paio di occhi azzurrissimi. “Upaljac” dice il ragazzo. “In bosniaco. Accendino: upaljac”. Parla un italiano scorretto ma comprensibile, porta un berretto di lana e un giubbino leggero, la barba di qualche giorno e le guance butterate.
Ringrazio. Dopo il mio primo tiro, ne accende una anche lui. Ha l’aria di uno che non vuole andarsene. Vorrà dei soldi, noi italiani siamo prede fin troppo facili. “Di dove siete?”. Milano, rispondo. Vicino Milano, ribatte Marco. “Volete vedere dove tre italiani sono morti e io mi sono beccato una scheggia nella schiena?”
La domanda è così secca e tagliente che la mia testa non ha tempo di pensare una risposta. L’istinto invece ne ha già una. “Sì” dico, “dove?” Un attimo dopo siamo già partiti, tengo il passo a fatica, lo sconosciuto cammina veloce, si è già infilato in un vicolo buio e non asfaltato. Marco invece, per prudenza, procede qualche metro più indietro. Forse l’ho cacciato in un guaio, avrei dovuto lasciar perdere.
Si chiama Ibrahim, si è voltato e me l’ha detto proprio nell’istante in cui entravamo nel cortile tra palazzoni immersi nel buio. Il grande spiazzo centrale è un parcheggio di terra umida. Ci sono degli alberi e qualche lampione. E’ qui che comincia la sua storia.
“Durante la guerra stavo in quell’appartamento lassù, al terzo piano, a casa di mia zia e mia cugina. Ma la maggior parte della giornata noi bambini la passavamo qui, c’era un rifugio dove trasmettevano quelli di Radio Mostar”. Mi indica una porta di metallo male illuminata. In quei giorni terribili senza più acqua, né corrente, né telefono le radio erano strumento di comunicazione, davano il conto dei vivi e dei morti, mettevano in contatto le persone, suggerivano spostamenti. “Quel giorno eravamo qui fuori nel cortile con tre signori della televisione italiana. E’ arrivata una prima granata. I croati sparavano da nord, sulle colline. Poi una seconda, molto più vicina. Il colpo mi ha spinto in questo pozzetto, è l’ingresso di un bunker. Nella schiena mi è arrivata una grossa scheggia. Mi sono salvato.”
Marco Luchetta era un giornalista triestino della Rai. Con lui, per la Bosnia, erano partiti gli operatori Alessandro Ota e Dario D’Angelo. Dovevano realizzare un reportage per il Tg1 sulle tragiche condizioni dei bambini di Mostar, orfani di guerra oppure abbandonati dalle loro madri perché figli di uno stupro. Erano arrivati a Mostar da Medjugorje su mezzi della Croce Rossa Internazionale, scortati dal contingente spagnolo dei caschi blu. Venerdì 28 gennaio 1994 sono morti mentre intervistavano Zlatko, un altro bambino salvatosi per miracolo.
Una targa li ricorda nell’esatto punto in cui tutto è accaduto. Ibrahim me la indica, è scritta nella doppia lingua. Nella parte in bosniaco alcune lettere sono state cancellate: “Abbiamo insistito perché il sindaco facesse togliere la parola bratoubilacki, che significa fratricida. Non era una guerra fratricida quella, i fratelli non si scannano. Era una guerra civile.” Sono passati vent’anni e le parole pesano ancora come macigni. Non sarà forse il caso di Ibrahim, ma temo che non riconoscere un tuo fratello nel nemico di un tempo possa comportare il non volerlo cercare oggi in chi ti abita a fianco. Le barriere da qualche parte restano: sono sottili, nascoste, per abbatterle non basta ricostruire.

Mostar, la targa in ricordo dei giornalisti italiani uccisi




Un’ora dopo sediamo ai tavolini di un bar di Mostar ovest. Nevica e Ibrahim sorride. Dice che una volta la sua storia l’ha raccontata anche alla televisione italiana, lo intervistava un giornalista molto grasso, famoso. Poco fa invece, in Alekse Santica, ha insistito perché entrassimo con lui dentro a un palazzo sventrato. Le torce dei nostri telefonini che illuminano i corridoi: muri crollati, calcinacci, pareti nere, i sacchi di sabbia alle finestre. Al terzo piano ci abitano ancora, la gente non ha fatto altro che tirare un muro di mattoni a vista e rifarsi un appartamento nella via dove si è combattuto finestra dopo finestra fino all’ultimo bossolo: da una parte i croati dell’HVO, a nemmeno trenta metri i bosniaco-musulmani dell’Armija.
Non lontano, oltre il ponte di Tito, c’è una struttura d’inizio ‘900 ricostruita grazie a fondi italiani. E’ il Gradsko Kupatilo, il bagno pubblico di origine ottomana. Al secondo piano un gruppo di persone aspetta sul pianerottolo. Ibrahim discute a lungo con la signora che nella guardiola gioca a un solitario davanti a un vecchio pc: possono entrare, non possono entrare, il problema sono le nostre scarpe. Poi capiamo il perché: oltre la porta a vetri smerigliati ci investe il tepore di un corridoio avvolto dalla condensa delle docce, il pavimento è bagnato, si sentono degli schiamazzi; infine, svoltato l’angolo, c’è quello che non ti aspetti: una piccola piscina dentro a un salone neoclassico con archi e colonne, le pareti color acquamarina, una cupola dai vetri rossi gialli e verdi. E’ un gioiello. “Vedete?” ripete Ibrahim allegro. Il maestro di nuoto soffia nel fischietto, i bambini si tuffano in acqua e fanno le prime bracciate. Uno di loro riaffiora accanto a noi e si aggrappa al bordo per prendere fiato, mi scorge con indosso la giacca a vento, il cappello di lana e gli scarponi sporchi di fango. “Sorridi” gli dice Ibrahim, “questo signore ti fa una foto per un giornale italiano.” Quando ce ne andiamo la signora interrompe i suoi affari e fa un cenno di saluto: srtna nova godina, buon anno nuovo! Ibrahim qui conosce tutti, lavorava come istruttore di nuoto prima che lo licenziassero. Ora non sa come far mangiare la moglie e i due figli. In Bosnia la disoccupazione sfiora il 40%.
Per ultimo Ibrahim mi regala un pezzo di fumo. “Per la notte” dice. Poi chiede dei soldi come farebbe una guida alla fine del suo tour. Di spalle si allontana, le scarpe da ginnastica arancioni pestano i primi fiocchi di neve.

Mostar, la mia ombra dentro a un palazzo di via Alekse Santica

La storia di Ibrahim mi ha fatto compagnia per giorni. Tornato in Italia, mosso da non so cosa, ho contattato la signora Luchetta, vedova di Marco. A convincermi è stata una coincidenza cha sarebbe lungo spiegare e che riguarda una mia vecchia partecipazione a un concorso letterario. Il giorno in cui le ho telefonato (abita a Trieste) mi sono accorto di un’altra coincidenza: la sera prima era andata in onda la prima puntata di uno sceneggiato televisivo ambientato a Sarajevo. Era la storia di un inviato di guerra che riesce a portare in Italia una bambina bosniaca per adottarla. 

La signora Daniela però non lo ha visto. Di proposito. “Non voglio farmi del male” mi dice con una voce  chiara. “Devo andare avanti, non posso farmi ancora ferire alle spalle”.
Marco, mi spiega, era andato in Bosnia almeno una decina di volte prima di quella. Si era fatto prendere da una febbre. Quando tornava era felice, ma allo stesso tempo iniziava subito a pensare a quando sarebbe potuto ripartire. “Quando conosci davvero cosa significa vivere sotto le bombe, quando vedi con i tuoi occhi i bambini giocare in mezzo alle esplosioni, quando tocchi con mano le tragedie della gente, non riesci a essere più lo stesso. O decidi che non ti interessa nulla, cerchi di liberartene, oppure quella diventa una cosa tua che ti prende i pensieri e non te li molla più. Nemmeno sarei in grado di dire quanto la Bosnia, per Marco, fosse un’urgenza”.
Il fatto all’epoca sconvolse tutta l’Italia. Dopo la seconda guerra mondiale era forse la prima volta che dei giornalisti italiani venivano uccisi in guerra. Per Trieste poi fu una vera tragedia.
“Venimmo a sapere di Zlatko, il bambino ferito dalla granata” racconta ancora la signora Daniela. “Ci dicemmo che dovevamo portarlo al più presto via di lì. Come privati cittadini era quasi impossibile, allora formammo un comitato. Ci mettemmo in contatto con il padre di Zlatko, il quale dopo l’inizio della guerra era emigrato in Svezia. Non fu facile fare tutto, ma poi finalmente il bambino arrivò in Italia con la madre. A quel punto, visto che ci eravamo riusciti con uno, prendemmo fiducia. Così nacque la nostra Associazione. La sede Rai di Napoli ci inviò 50 milioni raccolti tra giornalisti e operatori. La provincia di Trieste fornì in comodato la casa che ancora ospita la sede. Ma la cosa che mi diede più fiducia, all’epoca, fu l’aver ricevuto una telefonata dal sindaco di Mostar. Mi disse: Voglio che voi sappiate che dal momento in cui suo marito e i gli altri giornalisti sono morti, i Croati hanno smesso di bombardarci: l’attenzione del mondo è stata talmente focalizzata su Mostar Est che noi abbiamo smesso di morire. Vede, è questo che dà un senso a tutto quanto”. 
La signora Daniela ha evidentemente realizzato cosa significa, nel senso etimologico della parola, il sacrificio di suo marito: dal latino "fare sacro", dove sacro sta per "inviolabile". La morte di Marco Luchetta e dei due operatori Ota e D’Angelo ha reso inviolabile un pezzo di terra di Bosnia. E la Fondazione Luchetta-Ota-D’Angelo-Hrovatin continua su quella strada: protegge i bambini, ovvero gli inviolabili per eccellenza.

A questo punto della telefonata le racconto di Mostar e del mio incontro con Ibrahim. Mi dice che non ne sa nulla, non ha mai sentito parlare di un altro bambino presente al momento della tragedia. Consiglia di provare a chiedere a suo figlio Andrea, giornalista a Roma, che in questi anni si è speso più di lei nel tentativo di ricostruire i fatti. Lo contatto via mail, lo trovo disponibile fin da subito, rimaniamo d’accordo per una telefonata di lì a qualche giorno.

Non l’ho mai chiamato.

Ibrahim oggi è mio amico su Facebook, ha compiuto gli anni da poco. Era davvero presente quando quella granata è caduta? Non voglio chiederglielo e non mi importa più granché. Ho tenuto tutto in disparte fino ad oggi. Certe storie se non le finisce l’uomo, le chiude il tempo.


Mostar, colori sui muri crivellati



Provviste #21 - Murakami Haruki

La sincerità è un sistema complesso. È difficile scrivere un libro sincero, ma a volte qualcuno ci riesce. Allora leggere è un piacere.
La strana biblioteca di Murakami Haruki (pubblicato da Einuadi) è un libro sincero e tutti i meriti vanno al suo autore. Sulla trama non bisogna dire molto: un ragazzo entra in una biblioteca. Da lì, il resto.
Haruki Murakami, da vero artigiano del racconto, ci immerge con esperienza tra pieghe dark ed intriganti; coltiva, sopra una prosa minimalista, elegante e ipnotica, un racconto di grande elasticità sul piacere della lettura e sull’elaborazione del lutto. Sotto la maschera di ambiguità e spiazzante stranezza, infatti, faticano a rimanere frenati i nobilissimi movimenti etici dell’autore giapponese, equilibrista capace di progettare la sua opera in bilico tra gli estremi fiabeschi e quelli puramente formativi. Il risultato è a dir poco magnetico. Anche perché il significante è perfettamente complementare al significato e tutto rientra coerentemente non solo nella cifra stilistica dell’autore ma anche in quella contenutistica. Di questo equilibrio sono gioiosa testimonianza i disegni di Lorenzo Cecchotti, artista italiano scelto per l’edizione italiana del libro (in ogni nazione l’illustratore è diverso), tutti tesi a impaginare le acrobazie poetiche dello scrittore pur conservando l’identità artistica dell’illustratore. La strana biblioteca pertanto condivide senza eccezione quella rara cornice estetica dei grandi romanzi illustrati, dove la calma delle parole incontra il crepitio del disegno e l’occhio esulta con la mente. In tre parole: la sincerità paga.

(scritto da Leonardo Strano)



Leonardo dice: "Piacere, sono nuovo qui, mi chiamo Leonardo Strano. Pochi anni sulle spalle, frequento il Liceo Classico, ho qualche passione. Scrivere (per lo più recensioni), il cinema e leggere sono le maggiori. Per il resto amo il profumo della carta, il bianco e nero, i faggi in autunno e la neve che scricchiola sotto i piedi. "

I passi del cuore

Passi from Antonio Oleari on Vimeo.

Personaggi:
Francesca
Paolo

Dove:
Ospedale di Desio (Monza e Brianza)

Quando:
giugno 2015

Perché:
perché dopo che papà ha avuto un infarto ho pensato spesso a quanto fossero preziosi i passi che ogni giorno, verso le cinque del pomeriggio, mi portavano da lui. Non erano fatti con le gambe, ma col cuore. E mi portavano al suo. Un giorno ho deciso di contarli...

Acque


Personaggi:
Foli
Simone
Federico

Dove:
Valli di Premana (Lecco)

Quando:
primavera inoltrata del 2015

Perché:
perché l'acqua è la cosa migliore da filmare, perché cadeva il polline dagli alberi, perché c'erano gli asini e perché è così che si forma un giorno in cui senti tutto scorrere.

La canzone è di Pallante ed è tratta dal suo album Ufficialmente pazzi (IT.POP, 2015)

"Loro Eccellenza": giovani che non sanno essere giovani

Nei licei di Palo Alto, dentro il cuore della ricchissima Silicon Valley, il tasso di suicidi è quasi cinque volte superiore alla media nazionale. Questo lo dice la rivista Atlantic in un articolo che potete trovare qui.
La domanda è scontata quanto immediata: perché proprio qui? 
Che i suicidi abbondino là dove si vive in comodissime villette a due piani con piscina, è un vecchio cliché nemmeno troppo infondato: il ricco è triste perché ha tutto. Ma questo è un benessere diverso: siamo nella Silicon Valley, nel cuore pulsante del Mondo, uno dei luoghi più innovativi che esista. Non c'è spazio per tristi storie di figli di papà rovinati da alcol e droghe. Qui si studia e si lavora sodo, la vita piena ce l'hai, altro che vuoto da colmare. Nei licei di Palo Alto entrano ragazzi destinati a cambiare il mondo. Cosa dovrebbe spingere allora un ragazzo come Cameron Lee, uno dei migliori della Gunn High School, a gettarsi sotto un treno in corsa?
"Le risposta principale" scrive sempre l'Atlantic, "ha a che fare con l'eccessiva enfasi che le scuole e le famiglie mettono sull'eccellenza."

1° racconto
Settimana scorsa faccio supplenza in una quarta liceo. I ragazzi mi conoscono già perché li ho tenuti per circa un mese nello scorso anno scolastico. Quando entro urlano tutti gasati. 
Dopo un'ora passata chi a studiare chi a controllare di sfroso il cellulare, la campanella suona e tutti si fiondano fuori. Rimane solo lei che mi si avvicina decisa con il suo Ipad in mano e mi dice: "Prof, legga. L'ho scritto per il giornalino della scuola, dica qualcosa."
Leggo un articolo ben fatto sui recenti fatti di Parigi, forse un po' retorico, ma ben fatto. Rimetto il tablet tra le sue mani. 
"Brava, quindi ti piace proprio... scrivere, intendo. Farai la giornalista?"
"No, prof. Ci ho già rinunciato!" risponde lei tagliando corto.
"Ma come?"
"Sì per forza, io non voglio mica finire a scrivere per un giornaletto qualsiasi della zona."
"Beh, ci puoi passare anche. Si fa così per arrivare in alto, se lo si desidera forte."
"Ma no prof, io voglio essere Oriana Fallaci 2. Ma siccome di Fallaci ce n'è una sola... E' impossibile diventare come lei. Inutile provarci."
"Beh, però..."
"Prof è così. Ormai è tardi."
"Quanti anni hai?"
"Eh, quasi 18." 

2° racconto
Questo ragazzo fa la terza liceo. E' bravissimo, scrive e si esprime come uno studente universitario. I suoi temi non hanno un segno rosso. Però chiede di fermarsi al pomeriggio, vuole che gli dia consigli di scrittura. Parliamo.
"E' che prof io non so cosa scrivere."
"In che senso? Scrivi quello che ti piace, no."
"Sì lo so, ma potrei scrivere qualsiasi cosa e alla fine non scrivo niente."
"Boh, non ti capisco."
"Prof, cioè, alla fine, io penso: siamo in 7 miliardi su questa terra..."
"Sì, più o meno sì"
"E'... Cioè perché dovrei arrivare io e scrivere cose che interessano alla gente?"
"Sì ma tu sei in terza superiore. Puoi scrivere semplicemente perché ti dà piacere."
"Dice?"

Allora penso che bisogna eccellere. Che la scuola è la scuola dell'eccellenza. Che il fantasma di essere nessuno adesso ti insegue già prima di avere la patente. Che devi scegliere bene, che i tempi vanno bruciati, che la balia che ti pulisce il culo deve parlare cinese così imparerai le lingue, che andrà a studiare all'estero così poi. Che io leggo continui buoni propositi ma alla fine mi accorgo che remiamo tutti dalla stessa parte, che non conta chi sei ma cosa sai fare, che in questa scuola e in questa società senza umanesimo non frega nulla se sei o non sei un buon cittadino, frega che i soldi e il tempo siano ben investiti. 
E poi alla peggio si finisce investiti.

Di scuola, velocità, cultura, tempi d'oggi.

Mark C. Taylor è un filosofo e professore statunitense. Il numero 1123 di "Internazionale" (9/15 ottobre 2015) ha pubblicato un suo saggio dal titolo "La velocità uccide". La prima parte si traduce in un lucidissimo sguardo sulle dinamiche socio-economiche dei tempi moderni. Il suo pensiero si potrebbe  riassumere in una semplice frase: le tecnologie che avrebbero dovuto liberarci ci schiavizzano e quelle che avrebbero dovuto farci risparmiare tempo non ci lasciano neanche un minuto per noi. Sacrosanto.
Nella seconda parte invece Taylor mette piede nel campo a lui familiare dell'istruzione. E' la parte che vorrei leggere e commentare con voi, almeno per quanto riguarda alcuni stralci:

[...] Purtroppo, molti degli sviluppi che hanno cambiato il nostro sistema economico hanno trasformato anche il nostro sistema scolastico. Spesso mi chiedono che variazioni ho notato negli studenti e nell’istruzione superiore durante i miei quarant’anni d’insegnamento. Non è facile dare una risposta, ma i cambiamenti principali possono essere classificati sotto cinque voci: iperspecializzazione, quantiicazione, distrazione, accelerazione e professionalizzazione. Come ho già detto, molte tecnologie che sono state concepite per mettere in contatto e avvicinare le persone stanno creando profonde divisioni sociali, politiche ed economiche. Nei mezzi di comunicazione, la proliferazione delle testate ha portato a una sorta di personalizzazione di massa, che permette a singoli individui e a gruppi isolati di ricevere notizie tagliate su misura per loro e di rinchiudersi nelle loro torri d’avorio senza preoccuparsi di conoscere altri punti di vista. Questo fenomeno sta contagiando anche l’istruzione. Dall’inizio degli anni settanta, l’istruzione superiore ha soferto di una specializzazione sempre più esasperata e, di conseguenza, di un’eccessiva professionalizzazione. Si è così creata una cultura della competenza specialistica in cui gli studiosi, che sanno sempre di più su sempre meno cose, passano tutta la loro vita professionale a parlare con altri studiosi che s’interessano a cose simili e si preoccupano poco del mondo che li circonda. E la conseguenza è stata una frammentazione di discipline, dipartimenti e piani di studio.
Penso alla progressiva frammentazione del nostro sistema liceale, che un tempo era il baluardo della formazione globale dell'individuo e ora si settorializza con una velocità disarmante (attualmente il nostro sistema scolastico conta 6 tipologie di liceo per un totale di circa 15 indirizzi diversi). Ma penso anche alla riforma universitaria che ha trasformato molti corsi di laurea in un "fai da te" sminuente quanto disorientante.

[...] La crescente preoccupazione per l’efficacia dell’istruzione primaria, secondaria e postsecondaria ha fatto concentrare l’attenzione di tutti sulla valutazione di studenti e insegnanti. Per gli amministratori, costantemente sotto pressione, il modo più rapido ed efficiente di fare queste valutazioni è stato adottare metodi quantitativi che si sono dimostrati molto efficaci nel mondo delle imprese. Misurare i flussi in entrata e in uscita e la capacità produttiva è diventato un metodo universalmente accettato per calcolare costi e benefici dell’istruzione. La valutazione quantitativa sarà anche efficace per alcune attività e materie, ma molti degli aspetti più importanti dell’istruzione non si possono quantificare. 
Vi dice niente la "Buona Scuola" di Renzi e il suo progetto di valutazione dell'insegnante?

[...] I giovani di oggi non sono solo distratti: internet e i videogiochi gli stanno riconfigurando il cervello. I neuroscienziati hanno riscontrato diferenze cerebrali evidenti tra gli adolescenti “dipendenti” e gli utenti “sani”. La dipendenza da internet è un’area su cui la ricerca scientifica ha appena cominciato a lavorare sul serio. L’epidemia di disturbo da deficit di attenzione è un’ulteriore dimostrazione degli effetti deleteri che ha un uso eccessivo degli strumenti di comunicazione digitali. Per aiutare i pazienti che hanno difficoltà a concentrarsi, molti medici prescrivono a cuor leggero il Ritalin, che è praticamente un’anfetamina, e gli studenti che restano alzati la notte per studiare lo prendono per avere un vantaggio sui loro colleghi.
Quello del deficit di attenzione è uno dei problemi più seri che la scuola è chiamata ad affrontare. Eppure la didattica sembra andare avanti come se niente fosse. Spesso anche perché i docenti non sono pronti (e direi aggiornati, pagati, motivati) per sostenere il cambiamento.

[...] Anziché resistere a queste pressioni, molti genitori le accentuano, programmando la vita dei loro figli fin dall’asilo in funzione del successo. Ma la vera conoscenza non si può programmare, e la creatività non si può affrettare: va coltivata lentamente e pazientemente. Come molti scienziati, scrittori e artisti ripetono da tempo, le idee più creative spesso vengono nei momenti di ozio.
Sembra la solita tiritera. E invece è proprio così. Esattamente così. L'orientamento scolastico quasi non esiste più, vittima com'è delle aspettative dei genitori, delle mode, delle derive economico-sociali.

[...] Molti si lamentano del fatto che i giovani non leggono o non scrivono più come facevano unavolta. Ma è un approccio sbagliato: probabilmente i giovani leggono e scrivono molto più che in passato. Il problema è come leggono e cosa scrivono. È ormai dimostrato che quando si è online ci si dedica a queste attività in modo diverso. Di nuovo, la variabile cruciale è la velocità. Il più delle volte, la lettura online sembra più un’elaborazione istantanea delle informazioni che una rilessione attenta e consapevole. I ricercatori hanno scoperto che la lettura dei contenuti web procede secondo un “modello a forma di F”: quando si scorre una pagina si leggono sempre meno parole su ogni riga man mano che si va avanti. Quando la velocità è essenziale, la brevità diventa una virtù, la complessità cede il passo alla semplicità e la profondità di significato si dissolve: email frammentate, tweet di 140 caratteri al massimo, blog sciatti e pieni di errori. Oscurità, ambiguità e incertezza, che sono la linfa vitale dell’arte, della letteratura e della filosofia, diventano questioni di decodifica. 
Prof, filosofia fa schifo. 
Prof, questi Promessi Sposi sono impossibili da leggere. 
Prof, la Divina Commedia è difficilissima, erano meglio i Promessi Sposi. 
Prof., non c'è qualcosa di più semplice? 
Prof, perché non ci prepara le slide su Carlo Magno? Sul libro ci sono scritte troppe cose.
Ma sì prof, cosa vuole che sia sbagliare verbo. Tanto si capisce lo stesso cosa voglio dire.
Incollo un'altra volta: Oscurità, ambiguità e incertezza.

[...] Infine, la professionalizzazione. Vista l’impennata dei costi dell’università, oggi genitori, studenti e politici s’interrogano sull’utilità dell’istruzione superiore. L’università prepara gli studenti per il mondo del lavoro di domani? Quale laurea dà più sbocchi professionali? Gli amministratori delle università difendono il valore economico dell’istruzione superiore citando il maggiore potenziale di guadagno dei laureati. Ma il valore non si misura solo in termini economici, e l’attenzione a ciò che il mercato considera utile e pratico ha portato a un declino del valore percepito delle arti e degli studi umanistici, che oggi molti vedono come lussi superlui. C’è un profondo equivoco su ciò che è pratico e ciò che non lo è, e anche una certa confusione tra il concetto di “pratico” e quello di “professionale”. Gli studi umanistici e letterari non sono mai stati così importanti come nel mondo globalizzato di oggi. L’istruzione focalizzata su scienza, tecnologia, ingegneria e matematica non basta: per sopravvivere – e magari anche per avere successo – nel ventunesimo secolo, bisogna studiare religione, ilosoia, arte, lingue, letteratura e storia. I giovani devono imparare che la memoria non può essere aidata alle macchine, e che le soluzioni a breve termine per problemi a lungo termine non sono mai sufficienti. I professori hanno la responsabilità di insegnare agli studenti a pensare in modo critico e creativo ai valori che guidano la loro vita e modellano la società in generale. Tutto questo non si può fare in fretta: ci vorrà il tempo che troppe persone oggi pensano di non avere.
Mi viene in mente quello che ho sentito dire una volta dalla prof.ssa Antonietta Porro a conclusione di una lezione sulle "Nuvole", una commedia del greco Aristofane. Diceva che la cultura non SERVE perché non è SERVA di niente e di nessuno. E' bene dirlo ai nostri ragazzi: guardate che la cultura non serve. La cultura è necessaria. E le parole di Taylor ce lo hanno ribadito ancora una volta.

Una caramella al limone

Dentro alla moschea di Mustafa Pasha a Skopje, in Macedonia, sono stato avvicinato da un giovane pakistano con un copricapo turchese che come prima cosa mi ha chiesto: “Come ti senti?”. Ho risposto “molto bene”, ed era vero: ero seduto su una seggiola rossa accostata a un grosso finestrone tenuto spalancato per far girare aria. Guardavo fuori da quel finestrone e vedevo il tramonto con tutti quei colori a spargersi nel cielo, e in controluce il colle che cinge la città a occidente, sopra il quale non so chi e non so quando ha piazzato una croce enorme che negli anni è diventata uno dei simboli di Skopje (e quando dico enorme intendo grossa ma molto grossa). Mi piaceva l’idea che quel simbolo e la moschea da dove lo osservavo si facessero compagnia tutti i giorni, con qualsiasi tempo. 
Il ragazzo ha iniziato a parlare in un fitto inglese invitandomi a riflettere sul posto in cui mi trovavo, sulla bellezza della preghiera, su quello che mi aspetta dall’altra parte se avrò agito bene sulla Terra: usava la parola relax unita ad Allah, paradiso, giuste azioni. Invitava a dimenticare ogni cosa terrena. Faceva, insomma, una specie di catechismo. Lo stavo ad ascoltare mentre un altro uomo, vestito più o meno come lui, si avvicinava e si metteva sdraiato accanto a me. Ormai circondato, ho sentito i primi calori dell'imbarazzo. Non solo: in un pensiero un pochino più malvagio, ho creduto che quelle due persone volessero fare del proselitismo, convincermi di qualcosa, farmi passare dalla loro (che poi dire "farmi passare" significa che io sto già da qualche parte, quando non è così). Allora ho avuto l’istinto di mettere in campo la mia religione, giusto per chiarire che ero cristiano e che non c’era trippa per gatti (è una cosa un po’ triste, lo so, un po’ come quando cerchi di far capire più o meno esplicitamente che sei etero a un omosessuale che ti ha avvicinato per fare due chiacchiere - siamo deboli e umani, suvvia). Insomma, ho fatto presente che molte delle verità (o presunte tali) che mi stava dicendo sono cose in cui crediamo anche noi cristiani (Dio, il paradiso, il relax…). Ma io appunto non sono uno che crede. Al massimo sono uno – come ho sentito dire da Valerio Magrelli – “che vorrebbe non credere”. Ho sorriso tristemente dentro di me pensando alla mia tragica incoerenza (usi la religione quando ti fa comodo, questa è la verità, mi sono detto). Di contro il ragazzo non ha fatto una piega, ha proseguito con i suoi messaggi e mi ha invitato, una volta tornato in Italia, ad andare in visita alla grande moschea di Roma. A quel punto ho capito che un po’ di proselitismo in effetti lo stava facendo, tuttavia non gli potevo negare il tono amichevole, la serenità dello sguardo, la compostezza dei gesti. Gli ho promesso che sì, magari un giorno sarei andato anche alla moschea di Roma. Quando ho fatto per andarmene lui ha messo la mano in tasca e in segno di amicizia mi ha regalato una caramella (doveva essere molto goloso perché quella sera stessa, tre le viuzze della città vecchia, accompagnato dagli altri suoi fratelli barbuti, l’avrei rivisto a un banco dei gelati portarsi via un cono al cioccolato). Era una caramella gommosa e rettangolare avvolta da una carta grigia con il disegno di un limone. L’ho messa in tasca ringraziandolo, ho pronunciato un terribile inshallah, sono uscito e ho raggiunto i miei amici.
Camminavo con loro lungo una delle strade che scende verso il grande bazar quando mi sono ricordato che i miei occhiali da sole erano rimasti di fianco a una vecchia copia del Corano, così ho fatto immediatamente dietrofront, sono tornato davanti all’ingresso, ho tolto nuovamente le scarpe e ho camminato per la seconda volta in pochi minuti sui tappeti che ricoprono per intero il pavimento della moschea. Ora si era riempita di fedeli giunti per la preghiera della sera. Da visitatore mi stavo trasformando in disturbatore. E a quel punto non ho potuto scacciare un’ipotesi quantomeno imbarazzante: l’amico pakistano, vedendomi tornare, avrebbe potuto pensare a una mia conversione improvvisa, a un miracolo di Allah, al concreto successo della sua opera di predicazione. Come spiegargli che ero tornato solo per i miei Ray Ban blu elettrico? Con quale coraggio sbandieravo la mia venialità terrena dopo tutti i suoi discorsi? Rosso di vergogna per aver appena attraversato tutta la sala, con una folla di persone inginocchiate rivolte verso di me, mi sono girato e ho scorto il suo viso sorridente. Ho risposto con un cenno della mano, forse ho anche mosso le labbra in un timidissimo “ciao…”, poi ancora più rosso ho chinato il capo e sono scappato fuori. Mentre l’aria fresca della sera mi asciugava la fronte, stuzzicato dai rimproveri benevoli del mio amico Paolo, ricordo di aver pensato per la prima volta nella vita al valore sociale delle cordicelle colorate che mia madre si mette al collo per non perdere gli occhiali.
Il giorno successivo mi trovavo sulle sponde del lago Matka, un canyon dalle acque verdi e calmissime a pochi chilometri da Skopje. Nel piccolo monastero intitolato a Sant’Andrea ho notato questa icona di fronte alla quale i fedeli avevano lasciato monete, rosari, fiori ma soprattutto caramelle. Non so se esse fossero doni di bambini o se più in generale si trattasse di una consuetudine ortodossa. In tasca tasca ho ritrovato la caramella al limone del pomeriggio prima e l’ho regalata alla Madonna. Ovviamente non è stato un gesto di fede (di fronte a un’icona come a una copia del Corano sei solo un curioso, mi dicevo). Mi piaceva solo pensare che una caramella arrivata dal Pakistan nelle tasche di un musulmano fosse finita sopra un piccolo altarino di una chiesa cristiana. E’ stato un gesto di amicizia, come quello che io avevo ricevuto. Come quella grande croce che dall’alto della collina ogni giorno fa compagnia al minareto sotto di sé. 



Provviste #20 - Marco Missiroli

Di questo libro, prima che ancora venisse pubblicato, conoscevo la prima pagina e la frase finale. Mi sentivo un po' onorato e un po' sfortunato, perché delle cose tanto attese non vorremmo mai sapere nulla, vorremmo goderci la sorpresa senza anticipazioni.

Ho incontrato Marco due giorni prima dell'uscita di Atti osceni in luogo privato. L'avevo invitato a parlare di letteratura nella scuola dove insegno. Sapevo che sarebbe andata alla grande: i ragazzi lo adorano e ora qualcuno di loro starà leggendo un libro di Marco senza che nessun professore gliel'abbia chiesto. Alla fine dell'incontro ci siamo bevuti un caffé al bar. "Come ti senti?" "Agitatissimo" mi ha risposto lui. Mentre spazzavo la spuma del cappuccino dal fondo della tazza ricordo di essermi chiesto come fosse possibile che un autore come lui, con tanti premi in tasca, tradotto in Europa e negli Stati Uniti, si agitasse prima dell'uscita di un suo libro. La risposta in realtà me l'aveva già data un paio di settimane prima, quando in un bar in zona Crocetta avevamo parlato a lungo di molte cose, tra cui la genesi di questa fatica. Una sfida, diceva, con me stesso e nei confronti di chi mi conosce, di chi mi legge. Aveva usato anche qualcuna delle sue espressioni colorite, e dopo esserci lasciati me n'ero andato verso la metropolitana con la certezza che leggere Atti osceni in luogo privato sarebbe stato qualcosa che mi avrebbe riguardato da vicino.

Ho inseguito quell'ultima frase senza sapere come arrivarci. Ho conosciuto Libero Marsell, il protagonista, e me ne sono innamorato. Un bambino che scopre i tradimenti della madre e lo fa nel modo più sconvolgente possibile. Un ragazzino che vive Parigi e la scoperta del mondo con un respiro infinitamente luminoso. Perché a dispetto di quello che può far pensare il titolo, questo libro è luminosissimo: non c'è il buio delle licenziosità, ma il sole della scoperta. Le strade di Parigi, quelle di Milano, piccoli appartamenti che hanno sempre una finestra da cui guardare (sai Marco, quegli appartamenti mi ricordano tanto l'Algeri del nostro Camus, i balconi da cui osservare la vita che si calma nel cuore del tramonto). 

Nella parabola fisica di Libero ho rivisto la mia adolescenza, la scoperta del corpo e delle pulsioni, l'ossessione per le forme del seno. La lontananza dall'universo femminile, il desiderio, il lento avvicinarsi. Marie, il primo e mai realizzato desiderio erotico di Libero, consiglia al giovane amico di conservare la purezza del cuore. Le donne ne sono affascinate e ti cercheranno, gli dice. Ricordo ancora chi mi disse la stessa cosa, tanti anni fa. Non ci avevo creduto.

Gli atti osceni della nostra intimità non sono osceni, e ci aiutano a prendere coscienza di noi, a liberarci. Libero lo fa anche attraverso la letteratura e il cinema. Scopre chi è sua madre, chi era suo padre. Passa di donna in donna come si farebbe con i libri di una sconfinata bilbioteca. Conosce anche quando non vuole. Nelle pagine di Missiroli la letteratura si veste di un fascino erotico. E sono sicuro che tra i miracoli che compirà questo libro ci sarà anche quello di spingerci verso pagine e pellicole che avevamo tenuto lontane. Lo farà anche con i giovanissimi, e sarà un bene, perché la letteratura è questo. Innamoramento. (Il protagonista e la sua scelta radicale di dedicarsi all'insegnamento: è un po' come passare dalla masturbazione all'amore, il piacere per sé che diventa piacere per gli altri).

Non posso andare oltre. Le #Provviste dovrebbero avere il dono della brevità e qui rispetto al solito ho sforato. Vorrei leggeste questo libro perché è uno dei migliori romanzi di formazione scritti negli ultimi decenni. Un romanzo di formazione atipico: perché formerà anche le generazioni che si sentono già formate.
Io intanto continuerò a inseguire il senso di quell'ultima frase. C'è dentro la compiutezza.







Rodrigo, Cristoforo e Raiola. Da grande voglio essere...?

- R., come va laggiù? A che punto sei arrivato?
- Che gli hanno appena chiuso in faccia il portone del convento.
- A chi?
- A Renzo.
- Sei dispiaciuto?
- No.
- Ho capito. Non ti sta tanto simpatico Renzo?
- No.
- Chi è il tuo personaggio preferito dei Promessi Sposi?
- Don Rodrigo.
- Sì?
- Sì.
- Preferisci stare dalla parte dei cattivi, insomma.
- Ma non è cattivo lui.
- Beh, insomma.
- E' come Berlusconi.
- Dici?
- Ma sì, un po'.
- Quindi vorresti essere come Berlusconi?
- No.
- Non ho capito. Allora chi è che vuoi essere?
- Raiola.
- Chi???
- Mino Raiola.
- Il procuratore dei calciatori?
- Sì.
- Per i soldi?
- Sì, ma i soldi vengono dopo.
- E prima?
- Mi piace quello che fa lui.
- Fare il procuratore.
- Eh, andare in giro a vedere i giocatori, metterli sotto contratto e poi ci prendo la percentuale.
- Quindi Don Rodrigo è come Mino Raiola?
- Tipo...
- Mm
- Ascolta. Ragioniamo. Secondo me nei Promessi Sposi c'è uno che fa il procuratore ma non è Don Rodrigo.
- Boh..
- Pensaci bene. Uno che prende le parti di Renzo e Lucia, gli dice di fare così, di fare cosà...
- ....
- Dai!
- Fra Cristoforo.
- Esatto! Quindi vorresti essere uno come Fra Cristoforo.
- No.

Monza, 17/02/2015 ore 15.34

Istantanea (le cose viste nel momento in cui scrivo)

Cattedra. Un computer, un bicchiere di cartone Burger's Family con dentro del caffé americano ormai freddo, una penna rossa, una matita, una penna blu, forbici, chiavi della classe, Sacra Bibbia copertina rossa, porta-listini copertina blu.

Classe. 10 banchi vuoti e 13 riempiti. Tema. Fogli protocollo, penne, dizionari e dizionari dei sinonimi. 
E. guarda nel vuoto, intercetto il suo sguardo: ride.
M. si mangia le unghie con grande voracità, per ora ha scritto 8 righe.
Anche G. si mangia le unghie, ma meno; ha un astuccio arancione appoggiato sopra il diario, sulla costa del diario compaiono il suo nome e il suo cognome.
C. rigira con le dita una ciocca di capelli. Scrive la brutta copia con una matita porta-mine, tiene il vocabolario aperto sulla lettera "d". Ha un paio di occhiali dalla montatura tartaruga e i jeans strappati sul ginocchio.
M. scrive impegnatissimo, tiene il vocabolario chiuso, la sua calligrafia è tondeggiante ed enorme. 
A. siede composto, impugna una biro di colore blu elettrico, dal collo gli pende un ciondolo a forma di tartaruga. Porta una maglioncino grigio con le toppe blu sui gomiti.
M. occupa il posto in fondo a sinistra, mangiucchia il tappino della bic nera, si interrompe, riprende.
M. è mancino, ha già scritto molto, ha una penna di legno chiaro con in cima una marmotta intagliata. E. gli ha appena passato un fazzoletto per soffiarsi il naso. M. restituisce il pacchetto con un lancio leggermente troppo lungo.
N. è appoggiato al calorifero, intreccia le dita, le guarda. Se lo guardo assume un'espressione pensierosa. Il foglio è bianco
L. ha una felpa gialla e nera, i pantaloni neri, le scarpe nere. Le unghie delle mani sono di un rosso accesso con delle macchioline bianche. 
A. muove  in continuazione le gambe a ventaglio, le ginocchia non si incontrano per poco. Sul banco tiene anche un righello. 
E. ha un grosso anello sull'anulare sinistro e uno più piccolo sull'indice destro. Quando non scrive ha entrambe le mani impegnate a intrecciare una piccola ciocca di capelli corti e neri al centro della fronte. Se lo guardo, mi guarda.
E. tiene la testa appoggiata al dorso della mano sinistra. Ha appena girato il foglio. Ora sta chinato del tutto sul banco.

Oltre le finestre cielo nuvolo e compatto, pini grigi, sporgenze di palazzi. 

Monza, 16/12/2015. Ore 8.51


Eleonor

Eleonor aveva appena smollato una sgradevole impellicciata all’angolo tra la Wellington e la Little Queen. Quella tipa aveva pure preteso i dieci scellini che le venivano di resto, senza dimostrare la minima solidarietà femminile verso l’unica tassista donna di tutta Leeds. “Crèpaci, dentro la tua pelliccia” mormorò a labbra strette Eleonor mentre ingranava la prima e puntava la circonvallazione.
Dal finestrino abbassato usciva il fumo della sua Dunhill ed entrava pioggia mista a ghiaccio. Aveva i piedi congelati senza sapere il perché. Per fortuna il turno era finito, non restava che tornarsene a casa, stendersi sul divano sotto un paio di copertoni di lana e accendere su Match of the Day per scoprire com’era andata la trasferta dei ragazzi a Londra, in casa di quei fottuti ebrei del Tottenham. La sola idea di essere saliti a cinque punti dall’Everton eccitava Eleonor. Non chiedeva altro al suo sabato sera. Nient’altro. Solo una classifica migliore per continuare a sperare nel titolo.
Ma poi un braccio sbucò dal marciapiede. Era di un uomo alto col cappello, immobile sotto la pioggia dentro un trench grigio polvere. Per un istante Eleonor fu tentata di dare gas e lasciarlo lì dov’era: agli highlights mancavano appena quindici minuti, massimo venti se avessero esagerato con gli spot pubblicitari. Qualcosa invece la spinse a frenare e accostare. L’ultimo, si disse, l’ultimo e poi non se ne parla più.
“Buonasera, York Street per favore” telegrafò l’uomo. Era rilassato e più vecchio di quanto Eleonor avesse pensato in un primo momento. Cinquanta più o meno, e due baffi grigi. Tolse il cappello. Lei non disse nulla, accese l’insegna gialla e invertì il senso di marcia nascondendo il disappunto. Con quel traffico ci sarebbero voluti non meno di venti minuti per arrivare dall’altra parte della città. 
Al primo semaforo alzò la mano e sistemò lo specchietto retrovisore. Ormai ci aveva rinunciato e guidava senza correre, la nuca abbandonata al poggia testa. Aveva la sensazione di essersi fatta contagiare dalla rilassatezza di quell’uomo che si era adagiato sul sedile con entrambe le mani sulle ginocchia e lo sguardo perso al di là del finestrino. Alla sua destra c’era un pacchetto, la carta era di un rosso lucido e dal fiocco di raso blu pendeva un biglietto a forma di cuore.
“Cazzo, San Valentino…” pensò Eleonor. Strinse le mani al volante, poi si portò la destra sulla bocca per obbligarsi a tacere. Porca troia. Se l’era completamente dimenticato.  
Pensò all’ultima volta che lo aveva sentito, due giorni prima, e lui era stato al solito troppo carino e maledettamente garbato. Com’è che era andata a prendersi quel borghesuccio senza carattere, tutto pettinato bene e con le unghie pulite? Si erano conosciuti due mesi prima durante un turno di notte. Era entrata in un caffè dalle parti del museo, il locale era deserto e lui se ne stava seduto davanti a un latte macchiato lasciato a metà. Avevano parlato per un’ora buona e poi lei si era offerta di portarlo a casa senza fargli pagare la corsa, ma poi si era pentita perché il tizio abitava in un bel quartiere dietro la Querry House.
Si erano rivisti. Lei lo andava a prendere al campus e poi parcheggiavano dalle parti dello stadio fino all’ora di cena. Il ragazzino aveva appena diciotto anni, non diceva nulla e giocava a fare il timido. Ora che ci pensava, Eleonor proprio non riusciva a spiegarsi come avesse fatto a uscire per due interi mesi con un tipo del genere. Per un istante lo rivide dentro a uno di quei maglioni orribili con lo stemma del college e sentì persino di odiarlo.
A questo punto la giornata era andata a farsi fottere. Se anche si fosse concessa il divano, la coperta e lo United, Eleonor sapeva che si sarebbe sentita in colpa. Lui le aveva dato appuntamento per quella sera alle sette al solito posto, “ho una sorpresa per te” aveva detto prima di riattaccare, ma lei in silenzio aveva già deciso di non presentarsi.

“Certo che ne è passato di tempo da quando in questa città si lavorava per davvero”. L’uomo aveva rotto il silenzio ed Eleonor tornò a guardare il volante con un po’ di spavento. Fuori dal finestrino centinaia di coppie abbracciate affrontavano l’ingresso dei pub pronte a giocarsi lo stipendio settimanale.
“E’ sabato, signore. Si deve bere” concluse intristendosi Eleonor. Poi deglutì.
“Possibile che i giovani d’oggi non abbiano in testa nient’altro che musica e birra?” ribatté lui.
Eleonor non aveva la benché minima voglia di difendere la vita delle persone normali contro le alitate benpensanti di un vecchio cinquantenne in trench. Non fosse stata così stanca ci sarebbe stata anche lei in mezzo a tutta quella gente, appoggiata al bancone e con della musica, oh sì, con della maleodorante musica a volumi assurdi che le stordisse i timpani. Sarebbe stato un bel modo per lasciarsi alle spalle una delle relazioni più inutili che avesse avuto negli ultimi quindici anni.
L’uomo adesso aveva voglia di parlare.
“Non me la prendo con lei signorina, ma dica ai suoi amici là fuori di iniziare a rimboccarsi le maniche o la nostra Inghilterra diventerà un letamaio.”
Di nuovo non si sforzò, Eleonor. Si limitò a fulminarlo dallo specchietto con i suoi tondi occhi neri. E lui si sentì piccolo e vulnerabile, pronto a ritrattare e a farsi mansueto.
“Nulla in programma per San Valentino?” chiese allora l’uomo per salvare la discussione.
“Nossignore, nulla…” rispose Eleonor.
“Mi permetta allora di offrirle un’opzione…” disse l’uomo mettendo mano al taschino interno del cappotto. “Prenda, li ho appena sequestrati a mio figlio. In sei mesi di college il signorino non si è ancora degnato di dare un esame. Non crederà che io e sua madre sborsiamo migliaia di sterline per farlo ubriacare ai concerti rock”. Tra medio e indice stringeva un paio di biglietti lunghi e stretti. Li alzò per metterli bene in vista, poi li adagiò sul sedile vuoto di fianco a Eleonor.
“Ci vada con chi vuole, se vuole…” aggiunse l’uomo.
Eleonor tentò di dire qualcosa ma era troppo impegnata a cercare di leggere quello che c’era scritto sopra quelle due striscioline di carta giallognola. Non ci riuscì.
“Non si faccia problemi, signorina. Mia moglie cucina dell’arrosto troppo buono per farmi anche solo prendere in considerazione la bizzarra ipotesi di andare a rendere omaggio a questi…” l’uomo si era chinato in avanti e aveva ripreso in mano uno dei due biglietti per leggerci: “The Who!”
Non ci poteva credere: gli Who. Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle, Keith Moon. La sola formazione che valesse la pena ricordare a memoria dopo l’undici titolare di Don Revie, naturalmente. Il figlio di quell'uomo ne sapeva, pensò Eleonor. 
Ora sì che le cose si stavano mettendo per il verso giusto. Forse la serata sarebbe potuta risorgere.
“Beh, ma non… non credo di poter accettare signor…”
“Barrass signorina, Benjamin Barrass”.
A sentire quel cognome il cuore di Eleonor diede un sussulto e grippò.
“Barrass?” chiese allora con la voce strozzata e le labbra ridotte a una fessura.  
“Barrass, sì, con due esse finali” rispose l’uomo.
Inchiodò. Il paraurti si fermò giusto a una cicca di sigaretta dalla Ford Zodiac che li precedeva.
“Tutto bene signorina?”
Eleonor abbassò il finestrino e cercò roba utile per respirare. Passarono trenta  secondi, poi il semaforo scattò sul verde ma lei non si mosse.
“Insomma signorina, se c’è qualcosa che non va me lo deve dire!”
“Mi scusi” disse Eleonor, mise in marcia e svoltò a destra in York Street. Avevano appena passato la Querry House.
“Ecco, poco oltre la panetteria va benissimo” indicò il signor Barrass. Per Eleonor fu la conferma definitiva.
Il taxi si fermò davanti al portone del civico 115. Un elegante palazzo di tre piani con gli scalini in marmo, il citofono illuminato e tutto il resto. L’uomo le disse di tenersi la mezza sterlina di mancia.
“Allora se dovesse decidere di andarci, si diverta anche per me…” scherzò con un piede già fuori dalla portiera e il pacchetto rosso tra le mani.
“Grazie signore. Mi spiace per suo figlio…”
Le parole di Eleonor uscirono distratte. Un rimasuglio di cortesia sbucato fuori dal nugolo di pensieri che le invadeva le pupille.

Il concerto doveva essere appena finito. I ragazzi uscivano dal College cacciando grida e spintonandosi. Qualcuno sventolava brandelli sfilacciati di Union Jack. Le prime motociclette si accesero.
Ernie ed Eleonor erano sdraiati sui sedili posteriori del taxi. Nudi e avvolti da una coperta ruvida che puzzava di benzina.
Quando sentirono le prime voci invadere il silenzio del parcheggio si rannicchiarono uno contro l’altro per non essere visti. Risero e si ribaciarono. Poi parlarono sottovoce.
“Non graffiarmi i piedi…” fece Ernie.
“Cristo, signorino Barrass, quanto è delicato lei!” sbottò Eleonor con voce buffa prima di rifilargli una sberla sulla chiappa gelida.
Risero di nuovo. La macchina a fianco mise in moto e se ne andò.
“Adesso però mi devi dire cos’hai fatto in questi sei mesi, visto che alla facoltà di economia non ti hanno praticamente mai visto”.
Il taxi rimase in silenzio. A dire il vero Eleonor non voleva sapere proprio nulla di Ernie. Non voleva sapere chi era davvero, almeno fino a quando non avrebbe fatto giorno.
Le urla di eccitazione da fuori si fecero più forti. Sentirono una mano sbattere sul cofano con un tonfo sordo. Tre ragazzi ubriachi si allontanarono barcollando.
“Certo che… Essere venuti sin qui” lasciò in sospeso Eleonor. “Potevamo almeno sfruttarli i biglietti di tuo padre.”
“Sei stata tu a baciarmi per prima… Io avevo già aperto la portiera” convenne Ernie.
Era vero, pensò Eleonor. Alla fine non aveva saputo resistere, era stato così eccitante scoprire che quel ragazzino con la riga da parte non era chi diceva di essere.
“Qualcosa mi dice che invece malediremo questa scopata per i prossimi cinquecento San Valentino che ci toccherà sopportare” disse lei provando a immaginare un futuro. “Non essere entrati a un concerto degli Who pur avendo i biglietti! Se mio cugino Pete lo viene a sapere mi ammazza”.
Ernie Barrass teneva gli occhi chiusi. Serrò il braccio attorno al collo di lei e rise dal naso.
“Che ne sai, magari lo hanno registrato, ci faranno un disco e noi lo potremo riascoltare ogni volta che ne avremo voglia”.

Eleonor allungò il suo braccio muscoloso in cerca delle sigarette. Ne accese una scottandosi con il fiammifero. Si ricordò che ancora non sapeva quanti punti ci fossero tra la sua squadra e la cima della classifica.