Sottolineature da Borges

Sono entrato realmente in contatto con la scrittura di Jorge Luis Borges un pomeriggio assolato della scorsa primavera, quando mi era possibile leggere all'aperto, in alto a una torretta, nella magnifica pace delle mie prime solitudini. Pensavo che leggere della poesia in lingua potesse aiutarmi con il mio spagnolo (meditavo di raggiungere presto quella terra che a Borges ha dato i natali) e così, in un'antologia di poesia americana del '900, mi imbattei in un lungo elenco di quartine di endecasillabi che porta il nome di Ariosto y los arabes. Restai rapito dai primi cinque versi, che restano tuttora una delle poche cose dette in spagnolo che potrei ripetere a memoria (le altre appartengono, con immutata dignità letteraria, ai ritornelli dei Righeira): 

Nadie puede escribir un libro. Para que                         Nessuno può scrivere un libro. Un libro
un libro sea verdaderamente,                                          perché esista davvero, è necessaria
se requieren la aurora y el poniente,                              l'aurora col tramonto, secoli, armi
siglos, armas y el mar que une y separa.                        e il vasto mare che unisce e separa.
   
Asì lo pensò Ariosto...                                                      Così pensava Ariosto...                                   

Al primo verso ero già cotto di Borges. "Nessuno può scrivere un libro". Esistono parole più definitive? Nell'Apocalisse di San Giovanni? O nell'epopea di Gilgamesh? Ridevo e pensavo tra me che avrei dovuto correre al più presto da un notaio per mettere nero su bianco come avrebbe dovuto incominciare il mio testamento. Perché in quella frase, troppo facile a dirsi, c'è la più grande consolazione per coloro che si ritengono scrittori incompiuti, una specie di "liberi tutti" che ci sgrava da ogni ansia e ci dà il permesso di uscire per un aperitivo in centro senza alcun rimorso di coscienza. Niente più fatiche e struggimenti. La partita è annullata.
Una medesima sfiducia nel potenziale creativo della scrittura Borges la doveva esprimere nel prologo di Storia universale dell'infamia (1935), dove presenta al lettore i suoi scritti come "l'irresponsabile gioco di un timido che non ha avuto il coraggio di scrivere racconti e che per svagarsi ha falsificato e distorto (talora senza alcuna giustificazione estetica) storie altrui". Se nessuno può scrivere un libro, si diventa scrittori riscrivendo. La stessa cosa che a ben vedere fece Ariosto, componendo l'Orlando Furioso a partire dall'Innamorato del Boiardo. Borges è Ariosto, insomma.
Mi viene da osservare che è proprio in questa poetica del limite che si realizza il processo creativo: in quella quartina Borges non si limita ad affermare quel che è impossibile, ma prosegue compendiando ciò che dovrebbe essere la letteratura. E' come se l'autore argentino vivesse una profonda spaccatura tra ciò che non può essere e ciò che deve essere. Ed è qui che interviene, improrogabile, il destino individuale. Afferma Asterione, protagonista di uno dei racconti contenuti in L'Aleph (1949): "La verità è che sono unico. Non mi interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura." Una spaccatura sottolineata anche dalla studiosa americana Helena Percas: "Borges vede nella lingua l'unico mezzo di cui dispone l'uomo per rivelare e fissare la sua verità umana; perciò essa è per lui una costante preoccupazione."
Eccomi tornato al mio inizio, a quel verso iniziale e al suo senso di liberazione. Vedo in Borges l'uomo travagliato, lo scrittore incerto che ama e odia ciò di cui, in ogni caso, non può fare a meno. Colui che per fissare il reale ha bisogno del metafisico, di un fantastico che non scappi nell'etere ma che resti qui per dare senso a quel che c'è.
Nell'ultimo mese ho letto ogni mattina, appena alzato, un passo dell'Aleph. "Leggere, del resto, è un'attività successiva a quella di scrivere: più rassegnata, più civile, più intellettuale" diceva Borges.


   
  

Provviste #19 - Atlante delle isole remote



Judith Schalansky ha scritto questo libro per me. La devo proprio ringraziare. Soprattutto per quella dedica iniziale, in cui mi pare metta perfettamente nero su bianco un pensiero che devo averle riferito in uno dei nostri incontri. Incontri avvenuti certamente in un’altra vita, dato che io e lei – in questa – non ci siamo mai incontrati. Judith scrive così:
“Che una bambina della mia classe fosse nata davvero a Helsinki, come c’era scritto sul suo documento d’identità, aveva per me dell’incredibile. H-e-l-s-i-n-k-i: queste otto lettere divennero la chiave per un altro mondo, e ancora oggi mi capita di trattare con mal celato stupore i tedeschi che, per esempio, sono nati a Nairobi o a Los Angeles, e non di rado li considero solo degli sbruffoni, proprio come se affermassero di venire da Atlantide, da Thule o da El Dorado. Naturalmente so che Nairobi e Los Angeles esistono davvero. Queste città infatti sono segnate sulla carte. Ma che qualcuno possa esserci stato realmente, o che addirittura ci sia nato, per me è inconcepibile, oggi come allora.”
Davvero non so come Judith possa esserne a conoscenza. Ma anch’io sono cresciuto con questo esatto pensiero. E più volte mi sono trovato a viaggiare con il solo obiettivo di controllare che certi luoghi – quelli che mille volte ho toccato sopra il mio Atlante Zanichelli tenuto insieme con lo scotch – esistessero per davvero. Mi è capitato a Buenos Aires, a Istanbul, a New York e a Oslo. Ed è il motivo per cui vorrei fiondarmi a Baku, a Ulan Bator, a Santiago del Cile e ad Antananarivo. Devono avere nomi esotici, epici, crudi; devono avere una storia travagliata (per questo va benissimo anche Sarajevo); non devono essere belli: se non sono belli meglio, basta che io ci possa andare e abbia conferma che le carte non mentivano, che le immagini viste in tv non fossero fotomontaggi.
Considero gli atlanti i più bei romanzi scritti dall’uomo. Spesso anche loro ingannano (la carta, il planisfero, il mappamondo ingannano sempre – niente può essere perfetta rappresentazione della Terra), ma lo fanno benissimo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro” dice la mia amica Judith, che è nata nella Germania Est e per molto tempo ha usato l’atlante per viaggiare in tutti quei luoghi, anche vicinissimi, che le erano proibiti. Sento che qui c’è di mezzo la vecchia questione del “vicino” e del “lontano”, e non sbaglia chi ha definito questo libro una sorta di epica della lontananza.
“Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò” è un compendio di luoghi infinitamente distanti e storie nate ai margini. Perché le isole? Perché esse sono come piccoli continenti imprigionati da un Oceano senza fine: spesso li crediamo dei paradisi, ma, come dice Judith, possono trasformarsi in inferni belli e buoni. Luoghi dove muoiono bambini o dove ricchi miliardari traslocano insieme alle loro follie.
Certamente le isole scelte da Judith hanno in comune il trovarsi a migliaia e migliaia di chilometri dalla terraferma. Sono puntini che spesso le carte dimenticano. Davvero non ci si spiega come un mucchietto di terra e rocce possa essere caduto nel mezzo del nulla, lì dove per esempio sorgono Diego Garcia o Sant’Elena o Pasqua.

A me piace pensare che siano le briciole cadute dalla tovaglia di Dio. E non mi accontento, come fa Judith. Io su una di queste ci voglio capitare per davvero, dare un’occhiata, farmi venire la voglia di tornare a casa e raccontare tutto.

Judith Schalansky
“Atlante delle isole remote - Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò”
Bompiani, 2013
pag. 142

Il teatro

E pensare che potevi esserci anche tu. Ci avevo pensato, sai, di invitarti a teatro questa domenica. Mi ero detto così: magari le scrivo per sapere se le piace il teatro, e se le piace le dico che c'è questo spettacolo qui, che un mio amico ci ha fatto le musiche e che magari potremmo andarci insieme. Ma poi ho commesso una serie di errori tra cui quello di provare a venire in quel locale pieno così di gente e con la scusa di bere qualcosa poterti guardare e magari parlare. Però il locale era un po' troppo pieno e allora succede che io in quelle situazioni non mi senta tanto bene così sono stato zitto, mi sono fatto largo in quella bolgia che urlava sopra quel pezzo di Jovanotti e sono uscito a cercare una fettina d'aria da respirare. Avevo un po' di quella vecchia paura, quella di stare male in un posto pieno di gente e non sapere che fare. Poi mentre ero lì che fumavo in un angolino ho visto uscire una persona che conosco bene per essere stato il suo professore (non stiamo qui a discutere del fatto che professori e studenti capitino nella stessa discoteca, altrimenti non finiamo più). Era appena svenuta, il suo ragazzo e uno dei buttafuori la reggevano e alla fine sono venuti proprio dove ero io. Dopo un po' si è ripresa, così le ho fatto compagnia cercando di tranquillizzarla mentre il suo ragazzo andava a prendere le giacche, e intanto che lei guardava nel vuoto io come un pirla le chiedevo su cosa avrebbe fatto la tesina di maturità, ma intanto pensavo: cazzo potevo essere io, e invece è toccato a lei. E' toccato a lei che non ha bevuto nulla, mentre io, se proprio dobbiamo metterla sul bere, sono già avanti di due coca e jack.
Cinque minuti dopo ho chiesto ai miei amici se anche noi per piacere ce ne potevamo andare, e mentre mi accendevo l'ennesima sigaretta mi ricordavo perfettamente di quella giacchetta rossa che portavi perché alla fine ti ho vista e ti sono stato davanti un minuto buono senza dire una parola. E mi vergognavo un po' di tutto, voglio dire, della mia età, del posto in cui ero appena stato, di quello che mi era venuto al cuore. E niente, ci mancava anche di scriverti così dal nulla per invitarti a teatro. Chissà cosa te ne frega a te del teatro.
Ci sono andato da solo. Tra l'altro mi è toccato anche pagare due biglietti: il ragazzo dietro al vetro diceva che la mia prenotazione era per due e che ne dovevo pagare due. Sì, ma io sono da solo, gli ho detto. Fa niente, ormai ne ho stampati due. Eh ma magari qualcuno non trova posto e non può entrare mentre io ne ho uno in più, gli ho fatto notare. Mi spiace, non li cambiamo, e non se la prenda con noi, ha detto. No, non me la prendo con voi però cosa faccio adesso, mi metto fuori a fare il bagarino? Veda lei, mi ha risposto, basta che non lo fa qua, e ha indicato l'ingresso del teatro tutto pieno di gente in fila che mi guardava male e si lamentava. Alla fine sono entrato con quei due biglietti e allora ho pensato: vedi, è un po' come se ci fossi anche tu, t'è capitato il posto proprio accanto al mio. E avrei voluto che quel posto rimanesse libero libero perché c'eri tu lì con me, ma poi la signora seduta davanti si è voltata, ha visto che non c'era nessuno al mio fianco e mi ha chiesto se per favore poggiavo il suo paltò verde proprio lì, dove potevi esserci tu. 
Poi è venuto buio, le voci sono scomparse e per cinque secondi tutto era nero. Ho pensato ancora a quella cosa lì, a quella che mi viene quando non deve, e infatti lei è arrivata puntuale quando gli attori in scena parlavano sopra a un tappeto di clarinetto. Guardavo la camicetta di seta gialla che portava lei, così composta nei gesti, e tentavo di convincermi che è pur sempre meglio un cuore che batte all'impazzata piuttosto che uno che non batte per nulla. Ma non serviva, e allora continuavo a graffiarmi i palmi delle mani. All'improvviso un urlo ha squarciato la sala, un uomo seduto al centro si era sentito male, se ne stava rigido con l'occhio vitreo e dava scosse con le gambe e con la braccia. Sua moglie urlava come se fosse già morto quando le luci si sono accese e delle persone sono corse in quella direzione ripetendo un medico, un medico, chiamatelo subito. Io avrei voluto fare qualcosa e stavo anche per muovermi ma poi ho sentito quella solita frase che si dice sempre, tipo largo, fategli spazio, lasciate fare, e dunque sono rimasto dov'ero mica di dare fastidio. Ho anche pensato che per la seconda volta in poche ore avevo passato il mio male a qualcun altro: prima la ragazza in discoteca, poi questo signore in platea. Possibile? mi chiedevo. 
Ho guardato i due attori, immobili sulla scena, mi sono detto che tutto si era rotto, che erano piombati all'improvviso nel mondo reale, anche la camicetta gialla di lei era tornata ad essere una camicetta qualunque, nei loro occhi tutte le preoccupazioni per una storia d'amore malata avevano lasciato il posto alle preoccupazioni per una persona vera, che esiste davvero. A un certo punto hanno persino varcato la soglia invalicabile, quella del palco, quella sacra, e sono venuti in mezzo a noi, hanno seguito quell'uomo fin sul portone della sala mentre i signori dell'ambulanza lo portavano via, per fortuna cosciente. Sono trascorsi minuti, le luci restavano accese, poi hanno detto che si ricominciava, di mettersi ognuno al suo posto, io mi sono voltato e il paltò verde era ancora lì. Allora mi sono detto che era stata una fortuna non aver avuto il coraggio di invitarti a teatro. Ecco sì, che forse sei proprio fortunata a non conoscermi. Porto una sfiga tremenda. Anche se io vorrei dirti un'altra cosa, vorrei convincerti che se stai con me tutte le cose brutte succedono agli altri.



Post scriptum: ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, forse. E tu sei tu, oppure chiunque, oppure nessuno. Mettetevi d'accordo e poi mi fate sapere.


Su tre lati argentini #4 (Tucuman-Tafì)

Fuori dall'aeroporto di Tucuman ci sono le stelle e una grande pianura buia. Il volo da Buenos Aires è atterrato in orario, le famiglie con il passeggino, qualche signora abbronzata e due anziani se ne vanno in pochi minuti. Poi resta il silenzio e una vecchia Ford marrone chiaro. La portiera cigola, un uomo si offre di condurci in città.
Le prime luci sono avvolte dalla nebbia. Deve essere all'incirca mezzanotte e l'aria un poco più calda rispetto alla capitale. Dal finestrino scorgo altri segni di povertà: un carro, un cavallo e una famiglia sopra. Sono case basse di mattoni, bar aperti fino a tardi e ragazzi che fumano. Ogni tanto qualcuno attraversa il vialone con superbia e sprezzo del pericolo. 
Lentamente la città prende forma insieme alle insegne di un Casinò e di qualche hotel, lo Sheraton per esempio. Ma si sente che non sono veri. La città è più brutta, di notte persino minacciosa. Nel nostro albergo ci sono luci basse. Assisto al viavai di ragazzine truccate vestite succinte: in una sala dei sotterranei dev'essere in corso una festa. E' sabato sera tardi, passano solo donne, ma a dire il vero sono bambine. 
La mattina non sappiamo che fare, dove andare. La signorina al bancone consiglia Tafì del Valle, un posto bello, con il lago, loro se possono ci vanno nei week end estivi. Allora trasciniamo gli zaini fino alla stazione degli autobus: di giorno la città è ancora più brutta. Cammino sperando che qualcosa all'improvviso cambi, che questa o quella via ci facciano sbucare in una bella piazza con una bella chiesa o un palazzo o qualcosa, ma nulla. Il nostro percorso è fatto apposta perché di San Miguel de Tucuman noi possiamo portarci via una brutta impressione. Eppure è qui che nel 1816 è nata la Repubblica Argentina, è qui che fu costruito il primo palazzo del Congresso. Dov'è? Il parco 9 de Julio rende assai poco onore a quella storica data. Sono grandi prati spelacchiati sopra cui si gioca a pallone. Gli alberi spogli, la basura, l'immondizia un po' ovunque. Mi dico che la Gloria e la Storia qui ci mettono piede solamente d'estate.

Non ricordo cosa mi disse quel vecchio dalle grandi rughe che incontrai alla stazione degli autobus di Tucuman. Diceva di avere origini spagnole e di essere stato in Italia così tanto tempo fa. Faceva il marinaio. E mi parlò di oro, lingotti d'oro, credo. Ma non riesco ad andare oltre. Mi fece così con la mano mentre salivo sul pullman. Prima mi aveva persino baciato.
Uscire dalla città fu una cosa lentissima, ricordo un intero paese bloccato per via del mercato. Poi prendemmo finalmente velocità e i campi di canna da zucchero si fecero sentire ai nostri nasi prima ancora di comparire davanti ai nostri occhi. Mi addormentai. Al mio risveglio l'autobus si stava inerpicando su per alcuni stretti tornanti: era un paesaggio di montagna come quelli che già conoscevo. Legni secchi, prati, alpeggi di pietra. Ma tutto mutò rapidamente: ancora qualche tornante e venne la foresta sub-tropicale. L'aria umida scaldata dal sole, i vapori, la vegetazione opprimente. La montagna era un muro. Poi i tornanti sparirono: era l'altipiano di erba gialla, macchie di neve, le vette della precordigliera. Un deserto a 2.500 metri. 
Dissi per la prima volta che mai avevo visto roba simile. Il lago artificiale era uno specchio di luce grigia nell'enorme conca della valle. L'autobus si fermò a El Mollar, sulle sue sponde. Poi proseguì fino a Tafì del Valle, il sole batteva forte e l'aria restava fredda e pungente. Trovammo da dormire in una estancia al bordo del paesino, nel giardino un gruppo di lama restava immobile nella luce. Sentivo nascere in me la frenesia del cuore che ancora collego istintivamente a quelle montagne. La parola "Ande" ha per me una sola traduzione: "ciò che non si può contenere".
Quella sera, mentre fuori la temperatura precipitava sotto lo zero, mentre le braci di qualche parilla si smorzavano lentamente sotto le stelle, scrivevo queste cose davanti al computer nella sala da pranzo del nostro rifugio:

Qui Tafi' del Valle, 2000 metri, sulla celebre Ruta 40 che dalla Bolivia scende fino alla Terra del Fuoco passando anche da Bariloche. Scrivo che e' notte e la temperatura scende sotto lo zero. Non c'e' nulla, se non le stelle che non ho mai visto, un lago, le montagne intorno. Non c'e' nemmeno il programma dei giorni che verranno, santo cielo quanta strada. Pero' c'e' quella solita frenesia di andare macinare vedere esserci e vivere le cose lontane. C'e' la paura di essere fuori tempo, fuori luogo, fuori tutto. E ci sono le nostre prime foglie di coca, comprate per 15 pesos in un negozio indio. C'e' anche da inseguire il Re del Mondo, che ci tiene prigioniero il cuore. Lo trovero', se non qui, altrove.

Il mattino seguenti avrei visto solo il rosa di un'alba fredda. Il crinale dei monti ghiacciato, la nebbia sul lago. Il suono delle mie Nike sopra il prato duro coperto di brina.
In quel momento pensai all'uomo che il pomeriggio prima ci aveva fatto fare avanti e indietro dal lago per 150 pesos. Viaggiava su una Fiat Uno e masticava foglie di coca. Le sue mani, le sue unghie. Adesso era ancora lì, alla stazione. 700 pesos, per Cafayate. 


Il turno di notte

L'attentato di Parigi esplode delle solite catene, dei video, delle prese di posizione, dei dibattiti. Genera slogan, ripropone vecchie teorie di complotti, dimentica i fatti per creare antefatti e ipotizzare scenari futuri. Retweetta, condividi, metti un like. Difendi la libertà d'opinione con un click. E intanto bada bene a fartene una, di opinione. Posta, copia e incolla. Guarda e riguarda nei dettagli. 
Così il mondo si ingolfa. Con tutto questo rumore il suo cuore rischia l'arresto.
Scriveva Izet Sarajlic, poeta bosniaco nato a Doboj: "Chi ha fatto il turno di notte per impedire l'arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti".
Le sue parole mi ricordano che è proprio vero. Perché nel mare di cose che ho letto in queste poche ore, sento venire a galla e confortarmi il pensiero dello scrittore libanese Dyab Abou Jahjah, che con un tweet ha spezzato la catena di "Io sono Charlie", l'hashtag (o se volete, lo slogan) nato a sostegno delle vittime del settimanale Charlie Hebdo. Scrive:
"Io non sono Charlie. Io sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie Hebdo metteva in ridicolo la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto di farlo". 
Le catene, anche le più nobili, legano sempre. Ci costringono i pensieri. Limitano le prospettive. E forse non fanno in tempo a costruire la pace.
Il poeta invece offre uno sguardo nuovo e diverso sulle cose. Impedisce che il cuore del mondo smetta di battere.

Facciamo il turno di notte, un po' per volta. Facciamolo al lume della consapevolezza che ogni storia ha tante storie e che i protagonisti, i buoni, i cattivi, non li possiamo scegliere noi.
Dopodiché facciamoci un'idea. Ma se non abbiamo parole nuove, coltiviamo la tolleranza nel silenzio.


Sudare a parole

Il mio primo ricordo è un piccolo quaderno blu con un cagnolino disegnato sopra. Era uno di quelli con la copertina rigida che si potevano chiudere grazie a un piccolo lucchetto. Praticamente un diario. E in effetti il compito era proprio quello: tenere un diario della nostra estate, scriverci sopra i posti che avremmo visto, la gente che ci sarebbe capitato di incontrare, i pensieri sparsi che in qualche maniera avremmo desiderato mettere nero su bianco. Vi sto parlando della seconda media, estate 1997, quella che all'oratorio feriale per poco la mia squadra non vinceva il torneo. Della professoressa ricordo ancora nome e cognome: Maria Paola Paolillo. Disse che me l'ero cavata: nel diario le raccontavo delle serate in cui costringevo mia nonna Rosa a guardare con me interminabili partite di calcio, per esempio, oppure del viaggio in Portogallo con mamma e papà e di tante altre piccole e grandi faccende che possono capitare a un ragazzino di 13 anni in un'estate lunga e caldissima, compresi i dubbi e le paure sul primo bacio della mia vita. 
Perché ricordo tutto così bene? Perché quella fu, più o meno, la prima volta che scrissi qualcosa di mio. E a rileggerlo adesso fa un sacco ridere: volevo fare il poeta senza riuscirci. 
Poi ho un altro ricordo. A 15 anni, in una sera di giugno, scrivo una poesia. Parla di campi di grano, di Ulisse, del mare e di fuga. Tutti vogliamo andarcene da dove ci troviamo, a 15 anni. E io quella volta l'ho voluto scrivere, perché avevo la precisa sensazione che dopo una serata in cui nessuno ti dà retta, se non scrivi quello di cui parlano i tuoi sogni, quelli rischiano di andarsene via e non tornare più. 
Mesi dopo ero ancora lì che scrivevo poesie. Stavolta il mio cuore aveva cambiato programmi: non voleva più scappare, voleva restare, restare qui. Perché qui c'era Federica e io sentivo di amarla tantissimo. Il fatto che lei mi reputasse il suo migliore amico fu una vera tragedia ma allo stesso tempo fu la molla che mi spinse a continuare a scrivere ogni giorno qualcosa che parlasse di lei. Anche le pagine di questo diario poetico, se le rivedo adesso, fanno ridere. Ma del resto, come diceva Benedetto Croce (un importante filosofo e pensatore italiano vissuto a cavallo tra '800 e '900): "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie." Per cui, diciamolo, non ho commesso niente di strano. Il fatto è che la frase di Croce prosegue, e prosegue così: "Poi quelli che continuano a farlo o sono dei poeti o sono dei cretini." E qui devo ammettere, purtroppo, che fino ad oggi ho dato prova di essere un tenacissimo cretino. 
Ma tornando per un attimo alle poesie per Federica, ho capito anche un'altra cosa: sono brutte. Sono brutte perché semplicemente sono scritte male. E credo per due motivi: 
1) all'epoca non leggevo poesie, se non le poche che la professoressa di italiano ci spiegava in classe.
2) non ci mettevo nemmeno un po' di fatica; ossia scrivevo quello che mi veniva e morta lì.

Questo per dire che che la scrittura ci può regalare moltissime soddisfazioni (per esempio la possibilità di esprimerci per quello che realmente siamo e di farci capire dagli altri in maniera chiara) ma in cambio ci chiede anche due grandi sforzi: il primo è LEGGERE. Nessuno ha mai imparato a dipingere senza prima aver visto un quadro. E non conosco musicisti che prima di iniziare a suonare uno strumento non si siano lasciati stregare dal suono di una musica composta da altri. Allo stesso modo, pretendere di scrivere bene, di prendere bei voti nei temi, di mettere insieme magnifiche poesie da dedicare alla propria innamorata, senza aver letto... beh, è una bella pretesa, appunto!
Secondo: occorre imparare delle tecniche e applicarle. Non basta buttare sul foglio le prime cose che ci vengono in mente. Questo è importante per dare avvio alla nostra vena creativa, ma poi deve intervenire qualcos'altro. Insomma, la scrittura richiede anche fatica. La fatica di fare e rifare, scomporre, tagliare, rivedere, cambiare. Non è una cosa semplice, ma si può imparare a farlo. Esattamente come voi avete imparato uno sport, vi siete appassionati, avete accettato piano piano di spendere fatica per averne in cambio soddisfazioni.

La fatica di scrivere, insomma. E questo sudare a parole che faremo insieme. Cercando, naturalmente, di divertirci e metterci passione. 

P.s.: E oggi? Oggi continuo a scrivere un pochetto ogni giorno. E' un compito che mi sono dato, ma spesso bigio e non lo rispetto. Di sicuro, ogni volta che mi ci metto, sudo. E faccio una fatica boia.



Una scuola delle tante

Una struttura nemmeno troppo vecchia, anni '90, con i pavimenti di linoleum, le scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola statale delle tante. Lampugnano, la ricca Milano.
Nella folla dell’ingresso riconosco Alice, ci abbracciamo come due migranti dopo la traversata dell’Atlantico. Mi aveva scritto qualche giorno fa: “Io lo tento, ne vale la pena. E tu?”
Io penso che forse forse non ne vale la pena. Per lei invece insegnare è sempre stata l’unica alternativa fin dai tempi del liceo. La trovo agitata, fuma l’ultima sigaretta, dice che le hanno dato il permesso di uscire anche se ha già ricevuto la busta sigillata con le domande. Dalle vetrate intravedo file di banchi già occupati e una grande agitazione per i corridoi. “Comunque sei in ritardo, come al solito” mi fa notare dopo il secondo tiro, e forse starà pensando a che professore voglio essere, senza la puntualità e la precisione. “Entra su, che solo per registrarsi ci vuole una vita.” Fa un caldo terribile, metà luglio, il primo giorno d’estate dopo cisterne di pioggia. Entro.
I quasi duemila sono stati divisi per lettere, cercare l’aula diventa una caccia spietata in cui mi sento maledettamente solo, i corridoi tuonano di urla: lunghissime code, lamentele, “signora sto facendo il mio lavoro”, trattarsi male ma con davanti il lei, “ma lei lo sa che sto girando come un matto da un’ora?”, l’accento meridionale che nella mia testa vuol dire bidelleria, suono della campanella, quel senso di approssimativo che ti tocca accettare fin da piccolo.
La bidella ha proprio quell’accento. E’ una signora bassa, in ciabatte, sta appoggiata alla parete mezza sudata. Per darle un tono le hanno messo una targhetta sul petto con scritto “T.F.A. - Servizio Assistenza”. “Da dove arriva?” mi chiede vedendomi col fiatone. Ho appena fatto quattro piani di scale dentro una torre che potrebbe essere quella di un penitenziario. Alla lettera O è toccata un’ala distaccata. “Praticamente da una maratona” le rispondo. Ride. “Eh, figlio mio, cosa dovrei dire? Tutti i giorni faccio i chilometri, io”. Si stacca dal muro e zoppicando mi accompagna dentro alla stanza dove vengo registrato. Esco con una busta in mano. Tutti gli altri sono già seduti addossati alle pareti di un corridoio che gira in tondo e non se ne vede la fine. Nessuna finestra. “Togliete i sigilli solo al suono prolungato della campanella” dicono quando le lancette dell’orologio segnano le dieci. Un’ora dopo - a due ore di distanza da quello che doveva essere l’orario ufficiale -, quando oramai le battute e le minacce si sono sprecate e nessuno ci spera più, sentiamo il trillo.
Le buste si aprono: ci sono sessanta domande a risposta multipla. Rido pensando a quante puntate del Milionario potrebbero farci, poi penso agli stipendi da fame che spetteranno ai più fortunati di noi e non rido più. L’unico milione con cui avremo a che fare sarà quello di Marco Polo, ammesso che resista al lento assottigliarsi dei programmi di letteratura.  
Le domande. Chi come me insegna già da qualche anno sa che uno dei ritornelli su cui insistono sempre più spesso presidi, Ministero e addetti al settore è quello di una scuola sempre meno nozionistica. Infatti. Qui c’è da sapere la data del concilio di Worms, i confini del Molise, i versi di Sbarbaro a memoria e lo Zollverein tedesco. Mi guardo attorno, sono tutti con la testa china. Chi riuscirà a collezionare quarantadue risposte esatte passerà. A cosa? A una prova scritta, e chi passerà anche quella arriverà al fatidico orale. A quel punto sarà ottobre, e ai pochi rimasti spetterà il premio: pagare un paio di migliaia di euro per frequentare un corso universitario di un anno (si chiama Tirocinio Formativo Attivo) al termine del quale avrà ottenuto l’abilitazione all’insegnamento. Dopodiché, anni di precariato nello Stato. E pensare che Dante ha dovuto fare tutta quella fatica per immaginarsi l’inferno.
I controlli non esistono. Alle mie spalle sento bisbigliare, all’inizio poco, poi sempre di più, e ogni volta penso che mi basterebbe andare in bagno, estrarre dalla tasca il telefono cellulare e verificare su internet le risposte. Ma non lo faccio, non voglio togliere al destino il compito di decidere se è davvero in posti così, tra gente così, che dovrei investire il mio futuro.
Alla fine delle due ore un altro suono di campanella. Veniamo chiamati a turno per riconsegnare le risposte in busta chiusa, le operazioni durano una vita. Nel frattempo, dall’altra parte della torre, nel lato oscuro di quel corridoio circolare, si procede a una bella revisione collettiva. Infine il serpentone di gente scivola giù per le scale. Mi alzo per ultimo, qualcosa mi spinge verso la stanza dove i dirigenti stanno impilando le buste. “Scusate…” dico, “permettetemi di chiedervi una cosa”. I tre alzano la testa abbozzando una specie di assenso. “Voi credete davvero alla serietà di quello che state facendo?”. In due ridono, la terza reagisce seccata, mi indica l’uscita, dice che non mi devo permettere perché lei sta rappresentando lo Stato. Allora me ne vado e penso che tutto sommato non ha tutti i torti, in effetti lo Stato finora lei lo ha rappresentato benissimo. Per due ore, seduta scomposta su una sedia e con i piedi fuori dalle scarpe, ha letto annoiata 1984 di Orwell dimostrando almeno un paio di cose: di avere ancora qualche lacuna letteraria da colmare e di non porsi minimamente il problema di rendere efficace e credibile il suo operato.
All’uscita, nel marasma, ritrovo Alice. E’ inviperita, anche lei ha visto gente copiare con i più semplici stratagemmi. “Non è giusto” dice. “Già” rispondo io. E' sempre stata brava e preparata, non vuole che passi anche chi non se lo merita. Io invece mi chiedo dove stia la vera fortuna, se nel farla franca o nell'uscirne sconfitti.
Mi volto: scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola delle tante, senza studenti dentro, senza lo straccio di un sogno.




Tutte le lingue

Il mio cuore ha disimparato tutte le lingue.
Ne ha smarrito la grammatica,
dimenticato le tracce e i segni,
perduto la scrittura e la voce.
Ogni giorno, di nascosto, ha bruciato una pagina del suo vocabolario.

Un cuore che non sa più parlare, la gente lo getta nella sala macchine,
solo il battere considera,
per bruciare energia, scaldare le case, far muovere treni, illuminare teatri.
Con un cuore privo di suoni non si dialoga. Ha una stagione
come l’hanno gli alberi. Cresce per essere bruciato.

Poi un mattino il mio cuore è fuggito, s’è fatto straniero
in quel paese straniero dove tu abiti,
dove si parla come un tempo anche lui parlava.
Non sente la fame, benedice l'ignoranza.
Mi ricorda un pellegrino felice del suo smarrirsi.

Adesso che lo ospiti, suo nuovo amore, il mio cuore ha una nuova virtù
è come un bambino che faccia per la prima volta una a, una e, una u.   


"Tutta la dignità del mondo" - Piccola lettera a Brittany Maynard

Cara Brittany,

e così è arrivata la reprimenda del Vaticano... Non sto nemmeno a chiederti se la cosa ti stupisca o meno: di certo, quando hai deciso di fare quello che hai fatto, sapevi che qualche questione di morale l'avresti sollevata. Con sincerità devo rivelarti di non essermi molto interessato alla tua vicenda. Ho avuto notizia della tua morte scorrendo velocemente un quotidiano on-line, e a quel punto mi sono fatto bastare titolo e prime righe dell'articolo. Poi, quando ieri ho sentito alla radio che un monsignore ti aveva sgridata, in un primo momento ho pensato che evidentemente qualcuno avesse perso l'ennesima buona occasione per fare un po' di silenzio. Ero lì lì per cambiare stazione, ma poi ho voluto ascoltare fino in fondo. Credo di aver fatto bene, perché tutto sommato la questione non è poi così banale, e alla fine mi sono venute in mente delle cose che vorrei dirti.
Monsignor Carrasco de Paula dice di non voler condannare la tua persona, ma il tuo gesto. "Il suicidio assistito", afferma, "è un'assurdità". Sbaglia, evidentemente. Come si può definire assurdo un comportamento così naturale e umano come il tentativo di non soffrire e di non far soffrire i propri cari? Io però voglio fare un passo oltre. E per farlo mi affido ancora una volta al peso delle parole. 
Non ho nessun dubbio sulla bontà della tua persona né su quella del tuo gesto. Metto in discussione invece la forma. Rivendichi il diritto di poter "morire con dignità", ma così sembra che chi invece sceglie di affrontare il proprio male fino in fondo di dignità non ne abbia. Dai l'idea che una fine dolorosa sia una fine indegna. Naturalmente so bene che non la pensi esattamente in questa maniera, è una forzatura - mi verrebbe da dire - "mediatica", ma così vanno le cose al giorno d'oggi: basta un virgolettato di quelli sbagliati e il messaggio che ne esce va dove vuole lui. Per questo non mi piace l'idea che potrebbe generarsi dalle tue parole (E lo dico qui per inciso: di parole ne hai dette di bellissime prima di morire, hai avuto pensieri di pace a affetto nei confronti della vita, della natura e delle persone a te care, hai una grande sensibilità, credimi, ho letto la tua storia, i tuoi viaggi intorno al mondo, però tutto questo io lo so perché ho scelto, in un secondo momento, di conoscerti meglio; se non mi fossi spinto qualche click più in là, ora come ora sarei ancora fermo a quella tua dichiarazione, e conserverei di te un'immagine parziale).
Bene, adesso ti dico cosa penso riguardo a questa faccenda della dignità. Io credo che sia degno di noi in quanto donne e uomini del pianeta Terra tutto ciò che è intrinsecamente e totalmente umano. La sofferenza è parte integrante della nostra natura, e chi sceglie di non privarsene accetta di essere uomo fino in fondo. Gesù Cristo è uomo fino in fondo solo quando va incontro con coscienza a tutti i suoi travagli. Qui stanno le basi di un credo religioso che dura da circa 2 mila anni, per questo mi pare normale che dal Vaticano vengano a dirti quelle cose. Io li capisco, per l'amor del cielo. E devo anche precisare il perché forse hanno così a cuore la questione della sofferenza: senza passare da essa Gesù non sarebbe mai potuto risorgere, e quindi elevarsi alla sua natura divina. Così anche noi non possiamo aspirare a Dio senza accettare il nostro cammino di dolore. Non risorgiamo, se non soffriamo. 
Ma niente teologia, altrimenti rischiamo di uscire fuori strada. Certo è che qui non è solo una questione di etica cattolica. Proprio ieri chiedevo ai miei ragazzi di seconda ragioneria quale fosse il loro personaggio preferito tra quelli studiati l'anno scorso in epica: quasi tutti hanno risposto Ulisse per il fascino e lo spirito d'avventura, Alessandro invece dall'ultima fila ha alzato le braccia come in un coro da stadio e stringendo i pugni ha urlato "Achille!", mentre in un angolino Andrea, col suo solito fare svogliato, ha buttato lì un "Ettore...". Stupito, gli ho chiesto perché. E lui mi ha risposto: "Perché è più umano". Infatti. Se ci penso, è proprio difficile non sentirsi vicini a quell'eroe che va incontro al suo destino conoscendolo fin troppo bene, saluta la moglie e il figlio per andare a morire davanti al suo nemico, lo affronta di petto, senza fuggire. Verrà così trafitto, lacerato, il suo corpo sarà trascinato attorno alla città di Troia, conoscerà la più profonda delle umiliazioni. Ecco, io credo che Ettore sia uno dei più grandi esempi di dignità. Egli è lo sconfitto, il più umanamente debole, e proprio per questo totalmente eroe. 
Torniamo a te, Brittany. Questo significa che adesso sei tu quella che manca di dignità? No, affatto. Credo tu abbia scelto di fare quello che, conoscendomi, farei anch'io. La paura di soffrire mi spingerebbe a cercare nei progressi dell'uomo (scienza, medicina, ricerca) la via più semplice per andarmene. In questo modo nessuno mi vedrebbe deforme, diverso, sofferente, incosciente, privo delle mie facoltà. Me ne andrei ancora bello in volto, in piedi. Come Achille, in fin dei conti: una punturina di freccia sul tallone, zàc, e via. Nessuno strepito, niente sangue. Ma è anche vero che ad Achille è concesso morire così perché semi-dio: forse anche l'uomo moderno è figlio di una divinità, la Scienza. Ma mi rendo conto che da qui si aprono altre strade di riflessione che richiederebbero tempo e competenze che non ho.
Mi basta richiamare l'attenzione sui nostri i due estremi: Ettore e Achille. Uno è forse meglio dell'altro? Penso di no. I Greci, che avevano già capito tutto, non giudicano il primo come non giudicano il secondo. Sanno che cercare di non soffrire è tanto umano quanto scegliere di soffrire. Non c'è una morte più dignitosa dell'altra. Solo diversi tipi di dignità: quella del cuore ("accetto il mio destino, lo affronto in tutte le sue conseguenze") e la dignità della ragione ("ho la maniera di non soffrire, perché non usarla?"). Ricordo a te Brittany, e a tutti quelli che leggono, che l'uomo è fatto tanto di cuore quanto di ragione. E di mezzo c'è spazio solo per la compassione nei confronti dei nostri destini terreni. Qualcosa che solo Dio, o gli dei, conoscono fino in fondo. 
Ma prima di parlare a nome loro, prima di sentenziare, restiamo uniti.

Che la terra ti sia lieve, Brittany. Riposa in pace.



La funivia, le nuvole e la pioggia

Proprio oggi che inauguravo la mia funivia
modello nuovissimo, unica campata
l’acciaio che si flette a metà del cielo.
A benedirla un gabbiano stanco,
di quelli venuti in pensione sul lago
un reduce insomma.
Ha tenuto a dire degli anni nell’oceano,
e i colombieri di un brigantino coloniale,
e della volta che quasi perdeva una zampa.
L’uomo di mare – questa la fine della sua predica,
è solo un terrestre che non sa dove appendersi.
Un palmipede senza artigli.
A quel punto dormivano tutti
quando la funivia s’è mossa
la mia funivia
ha bucato le nuvole
s’è bagnata come un dito nell’ovatta.
Da sopra ho visto l’esatto momento in cui
ha iniziato a cadere: ombrelli aperti, pozzanghere
e il brontolio della gente che non desidera più.
Ma ora che sono proprietario di una funivia
andrò alla pesca d’ogni desiderio.
Scoprirò sopra quali acque sono nate queste nuvole.
Con dentro che pesci, di cosa era fatto il fondale.
Quali le correnti, l’altezza dei cavalloni.
Risalirò al raggio di sole che un giorno s’infilò nel mare,
come uno stecco piroettò,
e se ne uscì avvolto da una robina.

Tipo zucchero filato al gusto di pioggia.

(Meda, 6/11/2014)