Rodrigo, Cristoforo e Raiola. Da grande voglio essere...?

- R., come va laggiù? A che punto sei arrivato?
- Che gli hanno appena chiuso in faccia il portone del convento.
- A chi?
- A Renzo.
- Sei dispiaciuto?
- No.
- Ho capito. Non ti sta tanto simpatico Renzo?
- No.
- Chi è il tuo personaggio preferito dei Promessi Sposi?
- Don Rodrigo.
- Sì?
- Sì.
- Preferisci stare dalla parte dei cattivi, insomma.
- Ma non è cattivo lui.
- Beh, insomma.
- E' come Berlusconi.
- Dici?
- Ma sì, un po'.
- Quindi vorresti essere come Berlusconi?
- No.
- Non ho capito. Allora chi è che vuoi essere?
- Raiola.
- Chi???
- Mino Raiola.
- Il procuratore dei calciatori?
- Sì.
- Per i soldi?
- Sì, ma i soldi vengono dopo.
- E prima?
- Mi piace quello che fa lui.
- Fare il procuratore.
- Eh, andare in giro a vedere i giocatori, metterli sotto contratto e poi ci prendo la percentuale.
- Quindi Don Rodrigo è come Mino Raiola?
- Tipo...
- Mm
- Ascolta. Ragioniamo. Secondo me nei Promessi Sposi c'è uno che fa il procuratore ma non è Don Rodrigo.
- Boh..
- Pensaci bene. Uno che prende le parti di Renzo e Lucia, gli dice di fare così, di fare cosà...
- ....
- Dai!
- Fra Cristoforo.
- Esatto! Quindi vorresti essere uno come Fra Cristoforo.
- No.

Monza, 17/02/2015 ore 15.34

Istantanea (le cose viste nel momento in cui scrivo)

Cattedra. Un computer, un bicchiere di cartone Burger's Family con dentro del caffé americano ormai freddo, una penna rossa, una matita, una penna blu, forbici, chiavi della classe, Sacra Bibbia copertina rossa, porta-listini copertina blu.

Classe. 10 banchi vuoti e 13 riempiti. Tema. Fogli protocollo, penne, dizionari e dizionari dei sinonimi. 
E. guarda nel vuoto, intercetto il suo sguardo: ride.
M. si mangia le unghie con grande voracità, per ora ha scritto 8 righe.
Anche G. si mangia le unghie, ma meno; ha un astuccio arancione appoggiato sopra il diario, sulla costa del diario compaiono il suo nome e il suo cognome.
C. rigira con le dita una ciocca di capelli. Scrive la brutta copia con una matita porta-mine, tiene il vocabolario aperto sulla lettera "d". Ha un paio di occhiali dalla montatura tartaruga e i jeans strappati sul ginocchio.
M. scrive impegnatissimo, tiene il vocabolario chiuso, la sua calligrafia è tondeggiante ed enorme. 
A. siede composto, impugna una biro di colore blu elettrico, dal collo gli pende un ciondolo a forma di tartaruga. Porta una maglioncino grigio con le toppe blu sui gomiti.
M. occupa il posto in fondo a sinistra, mangiucchia il tappino della bic nera, si interrompe, riprende.
M. è mancino, ha già scritto molto, ha una penna di legno chiaro con in cima una marmotta intagliata. E. gli ha appena passato un fazzoletto per soffiarsi il naso. M. restituisce il pacchetto con un lancio leggermente troppo lungo.
N. è appoggiato al calorifero, intreccia le dita, le guarda. Se lo guardo assume un'espressione pensierosa. Il foglio è bianco
L. ha una felpa gialla e nera, i pantaloni neri, le scarpe nere. Le unghie delle mani sono di un rosso accesso con delle macchioline bianche. 
A. muove  in continuazione le gambe a ventaglio, le ginocchia non si incontrano per poco. Sul banco tiene anche un righello. 
E. ha un grosso anello sull'anulare sinistro e uno più piccolo sull'indice destro. Quando non scrive ha entrambe le mani impegnate a intrecciare una piccola ciocca di capelli corti e neri al centro della fronte. Se lo guardo, mi guarda.
E. tiene la testa appoggiata al dorso della mano sinistra. Ha appena girato il foglio. Ora sta chinato del tutto sul banco.

Oltre le finestre cielo nuvolo e compatto, pini grigi, sporgenze di palazzi. 

Monza, 16/12/2015. Ore 8.51


Eleonor

Eleonor aveva appena smollato una sgradevole impellicciata all’angolo tra la Wellington e la Little Queen. Quella tipa aveva pure preteso i dieci scellini che le venivano di resto, senza dimostrare la minima solidarietà femminile verso l’unica tassista donna di tutta Leeds. “Crèpaci, dentro la tua pelliccia” mormorò a labbra strette Eleonor mentre ingranava la prima e puntava la circonvallazione.
Dal finestrino abbassato usciva il fumo della sua Dunhill ed entrava pioggia mista a ghiaccio. Aveva i piedi congelati senza sapere il perché. Per fortuna il turno era finito, non restava che tornarsene a casa, stendersi sul divano sotto un paio di copertoni di lana e accendere su Match of the Day per scoprire com’era andata la trasferta dei ragazzi a Londra, in casa di quei fottuti ebrei del Tottenham. La sola idea di essere saliti a cinque punti dall’Everton eccitava Eleonor. Non chiedeva altro al suo sabato sera. Nient’altro. Solo una classifica migliore per continuare a sperare nel titolo.
Ma poi un braccio sbucò dal marciapiede. Era di un uomo alto col cappello, immobile sotto la pioggia dentro un trench grigio polvere. Per un istante Eleonor fu tentata di dare gas e lasciarlo lì dov’era: agli highlights mancavano appena quindici minuti, massimo venti se avessero esagerato con gli spot pubblicitari. Qualcosa invece la spinse a frenare e accostare. L’ultimo, si disse, l’ultimo e poi non se ne parla più.
“Buonasera, York Street per favore” telegrafò l’uomo. Era rilassato e più vecchio di quanto Eleonor avesse pensato in un primo momento. Cinquanta più o meno, e due baffi grigi. Tolse il cappello. Lei non disse nulla, accese l’insegna gialla e invertì il senso di marcia nascondendo il disappunto. Con quel traffico ci sarebbero voluti non meno di venti minuti per arrivare dall’altra parte della città. 
Al primo semaforo alzò la mano e sistemò lo specchietto retrovisore. Ormai ci aveva rinunciato e guidava senza correre, la nuca abbandonata al poggia testa. Aveva la sensazione di essersi fatta contagiare dalla rilassatezza di quell’uomo che si era adagiato sul sedile con entrambe le mani sulle ginocchia e lo sguardo perso al di là del finestrino. Alla sua destra c’era un pacchetto, la carta era di un rosso lucido e dal fiocco di raso blu pendeva un biglietto a forma di cuore.
“Cazzo, San Valentino…” pensò Eleonor. Strinse le mani al volante, poi si portò la destra sulla bocca per obbligarsi a tacere. Porca troia. Se l’era completamente dimenticato.  
Pensò all’ultima volta che lo aveva sentito, due giorni prima, e lui era stato al solito troppo carino e maledettamente garbato. Com’è che era andata a prendersi quel borghesuccio senza carattere, tutto pettinato bene e con le unghie pulite? Si erano conosciuti due mesi prima durante un turno di notte. Era entrata in un caffè dalle parti del museo, il locale era deserto e lui se ne stava seduto davanti a un latte macchiato lasciato a metà. Avevano parlato per un’ora buona e poi lei si era offerta di portarlo a casa senza fargli pagare la corsa, ma poi si era pentita perché il tizio abitava in un bel quartiere dietro la Querry House.
Si erano rivisti. Lei lo andava a prendere al campus e poi parcheggiavano dalle parti dello stadio fino all’ora di cena. Il ragazzino aveva appena diciotto anni, non diceva nulla e giocava a fare il timido. Ora che ci pensava, Eleonor proprio non riusciva a spiegarsi come avesse fatto a uscire per due interi mesi con un tipo del genere. Per un istante lo rivide dentro a uno di quei maglioni orribili con lo stemma del college e sentì persino di odiarlo.
A questo punto la giornata era andata a farsi fottere. Se anche si fosse concessa il divano, la coperta e lo United, Eleonor sapeva che si sarebbe sentita in colpa. Lui le aveva dato appuntamento per quella sera alle sette al solito posto, “ho una sorpresa per te” aveva detto prima di riattaccare, ma lei in silenzio aveva già deciso di non presentarsi.

“Certo che ne è passato di tempo da quando in questa città si lavorava per davvero”. L’uomo aveva rotto il silenzio ed Eleonor tornò a guardare il volante con un po’ di spavento. Fuori dal finestrino centinaia di coppie abbracciate affrontavano l’ingresso dei pub pronte a giocarsi lo stipendio settimanale.
“E’ sabato, signore. Si deve bere” concluse intristendosi Eleonor. Poi deglutì.
“Possibile che i giovani d’oggi non abbiano in testa nient’altro che musica e birra?” ribatté lui.
Eleonor non aveva la benché minima voglia di difendere la vita delle persone normali contro le alitate benpensanti di un vecchio cinquantenne in trench. Non fosse stata così stanca ci sarebbe stata anche lei in mezzo a tutta quella gente, appoggiata al bancone e con della musica, oh sì, con della maleodorante musica a volumi assurdi che le stordisse i timpani. Sarebbe stato un bel modo per lasciarsi alle spalle una delle relazioni più inutili che avesse avuto negli ultimi quindici anni.
L’uomo adesso aveva voglia di parlare.
“Non me la prendo con lei signorina, ma dica ai suoi amici là fuori di iniziare a rimboccarsi le maniche o la nostra Inghilterra diventerà un letamaio.”
Di nuovo non si sforzò, Eleonor. Si limitò a fulminarlo dallo specchietto con i suoi tondi occhi neri. E lui si sentì piccolo e vulnerabile, pronto a ritrattare e a farsi mansueto.
“Nulla in programma per San Valentino?” chiese allora l’uomo per salvare la discussione.
“Nossignore, nulla…” rispose Eleonor.
“Mi permetta allora di offrirle un’opzione…” disse l’uomo mettendo mano al taschino interno del cappotto. “Prenda, li ho appena sequestrati a mio figlio. In sei mesi di college il signorino non si è ancora degnato di dare un esame. Non crederà che io e sua madre sborsiamo migliaia di sterline per farlo ubriacare ai concerti rock”. Tra medio e indice stringeva un paio di biglietti lunghi e stretti. Li alzò per metterli bene in vista, poi li adagiò sul sedile vuoto di fianco a Eleonor.
“Ci vada con chi vuole, se vuole…” aggiunse l’uomo.
Eleonor tentò di dire qualcosa ma era troppo impegnata a cercare di leggere quello che c’era scritto sopra quelle due striscioline di carta giallognola. Non ci riuscì.
“Non si faccia problemi, signorina. Mia moglie cucina dell’arrosto troppo buono per farmi anche solo prendere in considerazione la bizzarra ipotesi di andare a rendere omaggio a questi…” l’uomo si era chinato in avanti e aveva ripreso in mano uno dei due biglietti per leggerci: “The Who!”
Non ci poteva credere: gli Who. Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle, Keith Moon. La sola formazione che valesse la pena ricordare a memoria dopo l’undici titolare di Don Revie, naturalmente. Il figlio di quell'uomo ne sapeva, pensò Eleonor. 
Ora sì che le cose si stavano mettendo per il verso giusto. Forse la serata sarebbe potuta risorgere.
“Beh, ma non… non credo di poter accettare signor…”
“Barrass signorina, Benjamin Barrass”.
A sentire quel cognome il cuore di Eleonor diede un sussulto e grippò.
“Barrass?” chiese allora con la voce strozzata e le labbra ridotte a una fessura.  
“Barrass, sì, con due esse finali” rispose l’uomo.
Inchiodò. Il paraurti si fermò giusto a una cicca di sigaretta dalla Ford Zodiac che li precedeva.
“Tutto bene signorina?”
Eleonor abbassò il finestrino e cercò roba utile per respirare. Passarono trenta  secondi, poi il semaforo scattò sul verde ma lei non si mosse.
“Insomma signorina, se c’è qualcosa che non va me lo deve dire!”
“Mi scusi” disse Eleonor, mise in marcia e svoltò a destra in York Street. Avevano appena passato la Querry House.
“Ecco, poco oltre la panetteria va benissimo” indicò il signor Barrass. Per Eleonor fu la conferma definitiva.
Il taxi si fermò davanti al portone del civico 115. Un elegante palazzo di tre piani con gli scalini in marmo, il citofono illuminato e tutto il resto. L’uomo le disse di tenersi la mezza sterlina di mancia.
“Allora se dovesse decidere di andarci, si diverta anche per me…” scherzò con un piede già fuori dalla portiera e il pacchetto rosso tra le mani.
“Grazie signore. Mi spiace per suo figlio…”
Le parole di Eleonor uscirono distratte. Un rimasuglio di cortesia sbucato fuori dal nugolo di pensieri che le invadeva le pupille.

Il concerto doveva essere appena finito. I ragazzi uscivano dal College cacciando grida e spintonandosi. Qualcuno sventolava brandelli sfilacciati di Union Jack. Le prime motociclette si accesero.
Ernie ed Eleonor erano sdraiati sui sedili posteriori del taxi. Nudi e avvolti da una coperta ruvida che puzzava di benzina.
Quando sentirono le prime voci invadere il silenzio del parcheggio si rannicchiarono uno contro l’altro per non essere visti. Risero e si ribaciarono. Poi parlarono sottovoce.
“Non graffiarmi i piedi…” fece Ernie.
“Cristo, signorino Barrass, quanto è delicato lei!” sbottò Eleonor con voce buffa prima di rifilargli una sberla sulla chiappa gelida.
Risero di nuovo. La macchina a fianco mise in moto e se ne andò.
“Adesso però mi devi dire cos’hai fatto in questi sei mesi, visto che alla facoltà di economia non ti hanno praticamente mai visto”.
Il taxi rimase in silenzio. A dire il vero Eleonor non voleva sapere proprio nulla di Ernie. Non voleva sapere chi era davvero, almeno fino a quando non avrebbe fatto giorno.
Le urla di eccitazione da fuori si fecero più forti. Sentirono una mano sbattere sul cofano con un tonfo sordo. Tre ragazzi ubriachi si allontanarono barcollando.
“Certo che… Essere venuti sin qui” lasciò in sospeso Eleonor. “Potevamo almeno sfruttarli i biglietti di tuo padre.”
“Sei stata tu a baciarmi per prima… Io avevo già aperto la portiera” convenne Ernie.
Era vero, pensò Eleonor. Alla fine non aveva saputo resistere, era stato così eccitante scoprire che quel ragazzino con la riga da parte non era chi diceva di essere.
“Qualcosa mi dice che invece malediremo questa scopata per i prossimi cinquecento San Valentino che ci toccherà sopportare” disse lei provando a immaginare un futuro. “Non essere entrati a un concerto degli Who pur avendo i biglietti! Se mio cugino Pete lo viene a sapere mi ammazza”.
Ernie Barrass teneva gli occhi chiusi. Serrò il braccio attorno al collo di lei e rise dal naso.
“Che ne sai, magari lo hanno registrato, ci faranno un disco e noi lo potremo riascoltare ogni volta che ne avremo voglia”.

Eleonor allungò il suo braccio muscoloso in cerca delle sigarette. Ne accese una scottandosi con il fiammifero. Si ricordò che ancora non sapeva quanti punti ci fossero tra la sua squadra e la cima della classifica.         


Sottolineature da Borges

Sono entrato realmente in contatto con la scrittura di Jorge Luis Borges un pomeriggio assolato della scorsa primavera, quando mi era possibile leggere all'aperto, in alto a una torretta, nella magnifica pace delle mie prime solitudini. Pensavo che leggere della poesia in lingua potesse aiutarmi con il mio spagnolo (meditavo di raggiungere presto quella terra che a Borges ha dato i natali) e così, in un'antologia di poesia americana del '900, mi imbattei in un lungo elenco di quartine di endecasillabi che porta il nome di Ariosto y los arabes. Restai rapito dai primi cinque versi, che restano tuttora una delle poche cose dette in spagnolo che potrei ripetere a memoria (le altre appartengono, con immutata dignità letteraria, ai ritornelli dei Righeira): 

Nadie puede escribir un libro. Para que                         Nessuno può scrivere un libro. Un libro
un libro sea verdaderamente,                                          perché esista davvero, è necessaria
se requieren la aurora y el poniente,                              l'aurora col tramonto, secoli, armi
siglos, armas y el mar que une y separa.                        e il vasto mare che unisce e separa.
   
Asì lo pensò Ariosto...                                                      Così pensava Ariosto...                                   

Al primo verso ero già cotto di Borges. "Nessuno può scrivere un libro". Esistono parole più definitive? Nell'Apocalisse di San Giovanni? O nell'epopea di Gilgamesh? Ridevo e pensavo tra me che avrei dovuto correre al più presto da un notaio per mettere nero su bianco come avrebbe dovuto incominciare il mio testamento. Perché in quella frase, troppo facile a dirsi, c'è la più grande consolazione per coloro che si ritengono scrittori incompiuti, una specie di "liberi tutti" che ci sgrava da ogni ansia e ci dà il permesso di uscire per un aperitivo in centro senza alcun rimorso di coscienza. Niente più fatiche e struggimenti. La partita è annullata.
Una medesima sfiducia nel potenziale creativo della scrittura Borges la doveva esprimere nel prologo di Storia universale dell'infamia (1935), dove presenta al lettore i suoi scritti come "l'irresponsabile gioco di un timido che non ha avuto il coraggio di scrivere racconti e che per svagarsi ha falsificato e distorto (talora senza alcuna giustificazione estetica) storie altrui". Se nessuno può scrivere un libro, si diventa scrittori riscrivendo. La stessa cosa che a ben vedere fece Ariosto, componendo l'Orlando Furioso a partire dall'Innamorato del Boiardo. Borges è Ariosto, insomma.
Mi viene da osservare che è proprio in questa poetica del limite che si realizza il processo creativo: in quella quartina Borges non si limita ad affermare quel che è impossibile, ma prosegue compendiando ciò che dovrebbe essere la letteratura. E' come se l'autore argentino vivesse una profonda spaccatura tra ciò che non può essere e ciò che deve essere. Ed è qui che interviene, improrogabile, il destino individuale. Afferma Asterione, protagonista di uno dei racconti contenuti in L'Aleph (1949): "La verità è che sono unico. Non mi interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura." Una spaccatura sottolineata anche dalla studiosa americana Helena Percas: "Borges vede nella lingua l'unico mezzo di cui dispone l'uomo per rivelare e fissare la sua verità umana; perciò essa è per lui una costante preoccupazione."
Eccomi tornato al mio inizio, a quel verso iniziale e al suo senso di liberazione. Vedo in Borges l'uomo travagliato, lo scrittore incerto che ama e odia ciò di cui, in ogni caso, non può fare a meno. Colui che per fissare il reale ha bisogno del metafisico, di un fantastico che non scappi nell'etere ma che resti qui per dare senso a quel che c'è.
Nell'ultimo mese ho letto ogni mattina, appena alzato, un passo dell'Aleph. "Leggere, del resto, è un'attività successiva a quella di scrivere: più rassegnata, più civile, più intellettuale" diceva Borges.


   
  

Provviste #19 - Atlante delle isole remote



Judith Schalansky ha scritto questo libro per me. La devo proprio ringraziare. Soprattutto per quella dedica iniziale, in cui mi pare metta perfettamente nero su bianco un pensiero che devo averle riferito in uno dei nostri incontri. Incontri avvenuti certamente in un’altra vita, dato che io e lei – in questa – non ci siamo mai incontrati. Judith scrive così:
“Che una bambina della mia classe fosse nata davvero a Helsinki, come c’era scritto sul suo documento d’identità, aveva per me dell’incredibile. H-e-l-s-i-n-k-i: queste otto lettere divennero la chiave per un altro mondo, e ancora oggi mi capita di trattare con mal celato stupore i tedeschi che, per esempio, sono nati a Nairobi o a Los Angeles, e non di rado li considero solo degli sbruffoni, proprio come se affermassero di venire da Atlantide, da Thule o da El Dorado. Naturalmente so che Nairobi e Los Angeles esistono davvero. Queste città infatti sono segnate sulla carte. Ma che qualcuno possa esserci stato realmente, o che addirittura ci sia nato, per me è inconcepibile, oggi come allora.”
Davvero non so come Judith possa esserne a conoscenza. Ma anch’io sono cresciuto con questo esatto pensiero. E più volte mi sono trovato a viaggiare con il solo obiettivo di controllare che certi luoghi – quelli che mille volte ho toccato sopra il mio Atlante Zanichelli tenuto insieme con lo scotch – esistessero per davvero. Mi è capitato a Buenos Aires, a Istanbul, a New York e a Oslo. Ed è il motivo per cui vorrei fiondarmi a Baku, a Ulan Bator, a Santiago del Cile e ad Antananarivo. Devono avere nomi esotici, epici, crudi; devono avere una storia travagliata (per questo va benissimo anche Sarajevo); non devono essere belli: se non sono belli meglio, basta che io ci possa andare e abbia conferma che le carte non mentivano, che le immagini viste in tv non fossero fotomontaggi.
Considero gli atlanti i più bei romanzi scritti dall’uomo. Spesso anche loro ingannano (la carta, il planisfero, il mappamondo ingannano sempre – niente può essere perfetta rappresentazione della Terra), ma lo fanno benissimo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro” dice la mia amica Judith, che è nata nella Germania Est e per molto tempo ha usato l’atlante per viaggiare in tutti quei luoghi, anche vicinissimi, che le erano proibiti. Sento che qui c’è di mezzo la vecchia questione del “vicino” e del “lontano”, e non sbaglia chi ha definito questo libro una sorta di epica della lontananza.
“Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò” è un compendio di luoghi infinitamente distanti e storie nate ai margini. Perché le isole? Perché esse sono come piccoli continenti imprigionati da un Oceano senza fine: spesso li crediamo dei paradisi, ma, come dice Judith, possono trasformarsi in inferni belli e buoni. Luoghi dove muoiono bambini o dove ricchi miliardari traslocano insieme alle loro follie.
Certamente le isole scelte da Judith hanno in comune il trovarsi a migliaia e migliaia di chilometri dalla terraferma. Sono puntini che spesso le carte dimenticano. Davvero non ci si spiega come un mucchietto di terra e rocce possa essere caduto nel mezzo del nulla, lì dove per esempio sorgono Diego Garcia o Sant’Elena o Pasqua.

A me piace pensare che siano le briciole cadute dalla tovaglia di Dio. E non mi accontento, come fa Judith. Io su una di queste ci voglio capitare per davvero, dare un’occhiata, farmi venire la voglia di tornare a casa e raccontare tutto.

Judith Schalansky
“Atlante delle isole remote - Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò”
Bompiani, 2013
pag. 142

Il teatro

E pensare che potevi esserci anche tu. Ci avevo pensato, sai, di invitarti a teatro questa domenica. Mi ero detto così: magari le scrivo per sapere se le piace il teatro, e se le piace le dico che c'è questo spettacolo qui, che un mio amico ci ha fatto le musiche e che magari potremmo andarci insieme. Ma poi ho commesso una serie di errori tra cui quello di provare a venire in quel locale pieno così di gente e con la scusa di bere qualcosa poterti guardare e magari parlare. Però il locale era un po' troppo pieno e allora succede che io in quelle situazioni non mi senta tanto bene così sono stato zitto, mi sono fatto largo in quella bolgia che urlava sopra quel pezzo di Jovanotti e sono uscito a cercare una fettina d'aria da respirare. Avevo un po' di quella vecchia paura, quella di stare male in un posto pieno di gente e non sapere che fare. Poi mentre ero lì che fumavo in un angolino ho visto uscire una persona che conosco bene per essere stato il suo professore (non stiamo qui a discutere del fatto che professori e studenti capitino nella stessa discoteca, altrimenti non finiamo più). Era appena svenuta, il suo ragazzo e uno dei buttafuori la reggevano e alla fine sono venuti proprio dove ero io. Dopo un po' si è ripresa, così le ho fatto compagnia cercando di tranquillizzarla mentre il suo ragazzo andava a prendere le giacche, e intanto che lei guardava nel vuoto io come un pirla le chiedevo su cosa avrebbe fatto la tesina di maturità, ma intanto pensavo: cazzo potevo essere io, e invece è toccato a lei. E' toccato a lei che non ha bevuto nulla, mentre io, se proprio dobbiamo metterla sul bere, sono già avanti di due coca e jack.
Cinque minuti dopo ho chiesto ai miei amici se anche noi per piacere ce ne potevamo andare, e mentre mi accendevo l'ennesima sigaretta mi ricordavo perfettamente di quella giacchetta rossa che portavi perché alla fine ti ho vista e ti sono stato davanti un minuto buono senza dire una parola. E mi vergognavo un po' di tutto, voglio dire, della mia età, del posto in cui ero appena stato, di quello che mi era venuto al cuore. E niente, ci mancava anche di scriverti così dal nulla per invitarti a teatro. Chissà cosa te ne frega a te del teatro.
Ci sono andato da solo. Tra l'altro mi è toccato anche pagare due biglietti: il ragazzo dietro al vetro diceva che la mia prenotazione era per due e che ne dovevo pagare due. Sì, ma io sono da solo, gli ho detto. Fa niente, ormai ne ho stampati due. Eh ma magari qualcuno non trova posto e non può entrare mentre io ne ho uno in più, gli ho fatto notare. Mi spiace, non li cambiamo, e non se la prenda con noi, ha detto. No, non me la prendo con voi però cosa faccio adesso, mi metto fuori a fare il bagarino? Veda lei, mi ha risposto, basta che non lo fa qua, e ha indicato l'ingresso del teatro tutto pieno di gente in fila che mi guardava male e si lamentava. Alla fine sono entrato con quei due biglietti e allora ho pensato: vedi, è un po' come se ci fossi anche tu, t'è capitato il posto proprio accanto al mio. E avrei voluto che quel posto rimanesse libero libero perché c'eri tu lì con me, ma poi la signora seduta davanti si è voltata, ha visto che non c'era nessuno al mio fianco e mi ha chiesto se per favore poggiavo il suo paltò verde proprio lì, dove potevi esserci tu. 
Poi è venuto buio, le voci sono scomparse e per cinque secondi tutto era nero. Ho pensato ancora a quella cosa lì, a quella che mi viene quando non deve, e infatti lei è arrivata puntuale quando gli attori in scena parlavano sopra a un tappeto di clarinetto. Guardavo la camicetta di seta gialla che portava lei, così composta nei gesti, e tentavo di convincermi che è pur sempre meglio un cuore che batte all'impazzata piuttosto che uno che non batte per nulla. Ma non serviva, e allora continuavo a graffiarmi i palmi delle mani. All'improvviso un urlo ha squarciato la sala, un uomo seduto al centro si era sentito male, se ne stava rigido con l'occhio vitreo e dava scosse con le gambe e con la braccia. Sua moglie urlava come se fosse già morto quando le luci si sono accese e delle persone sono corse in quella direzione ripetendo un medico, un medico, chiamatelo subito. Io avrei voluto fare qualcosa e stavo anche per muovermi ma poi ho sentito quella solita frase che si dice sempre, tipo largo, fategli spazio, lasciate fare, e dunque sono rimasto dov'ero mica di dare fastidio. Ho anche pensato che per la seconda volta in poche ore avevo passato il mio male a qualcun altro: prima la ragazza in discoteca, poi questo signore in platea. Possibile? mi chiedevo. 
Ho guardato i due attori, immobili sulla scena, mi sono detto che tutto si era rotto, che erano piombati all'improvviso nel mondo reale, anche la camicetta gialla di lei era tornata ad essere una camicetta qualunque, nei loro occhi tutte le preoccupazioni per una storia d'amore malata avevano lasciato il posto alle preoccupazioni per una persona vera, che esiste davvero. A un certo punto hanno persino varcato la soglia invalicabile, quella del palco, quella sacra, e sono venuti in mezzo a noi, hanno seguito quell'uomo fin sul portone della sala mentre i signori dell'ambulanza lo portavano via, per fortuna cosciente. Sono trascorsi minuti, le luci restavano accese, poi hanno detto che si ricominciava, di mettersi ognuno al suo posto, io mi sono voltato e il paltò verde era ancora lì. Allora mi sono detto che era stata una fortuna non aver avuto il coraggio di invitarti a teatro. Ecco sì, che forse sei proprio fortunata a non conoscermi. Porto una sfiga tremenda. Anche se io vorrei dirti un'altra cosa, vorrei convincerti che se stai con me tutte le cose brutte succedono agli altri.



Post scriptum: ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, forse. E tu sei tu, oppure chiunque, oppure nessuno. Mettetevi d'accordo e poi mi fate sapere.


Su tre lati argentini #4 (Tucuman-Tafì)

Fuori dall'aeroporto di Tucuman ci sono le stelle e una grande pianura buia. Il volo da Buenos Aires è atterrato in orario, le famiglie con il passeggino, qualche signora abbronzata e due anziani se ne vanno in pochi minuti. Poi resta il silenzio e una vecchia Ford marrone chiaro. La portiera cigola, un uomo si offre di condurci in città.
Le prime luci sono avvolte dalla nebbia. Deve essere all'incirca mezzanotte e l'aria un poco più calda rispetto alla capitale. Dal finestrino scorgo altri segni di povertà: un carro, un cavallo e una famiglia sopra. Sono case basse di mattoni, bar aperti fino a tardi e ragazzi che fumano. Ogni tanto qualcuno attraversa il vialone con superbia e sprezzo del pericolo. 
Lentamente la città prende forma insieme alle insegne di un Casinò e di qualche hotel, lo Sheraton per esempio. Ma si sente che non sono veri. La città è più brutta, di notte persino minacciosa. Nel nostro albergo ci sono luci basse. Assisto al viavai di ragazzine truccate vestite succinte: in una sala dei sotterranei dev'essere in corso una festa. E' sabato sera tardi, passano solo donne, ma a dire il vero sono bambine. 
La mattina non sappiamo che fare, dove andare. La signorina al bancone consiglia Tafì del Valle, un posto bello, con il lago, loro se possono ci vanno nei week end estivi. Allora trasciniamo gli zaini fino alla stazione degli autobus: di giorno la città è ancora più brutta. Cammino sperando che qualcosa all'improvviso cambi, che questa o quella via ci facciano sbucare in una bella piazza con una bella chiesa o un palazzo o qualcosa, ma nulla. Il nostro percorso è fatto apposta perché di San Miguel de Tucuman noi possiamo portarci via una brutta impressione. Eppure è qui che nel 1816 è nata la Repubblica Argentina, è qui che fu costruito il primo palazzo del Congresso. Dov'è? Il parco 9 de Julio rende assai poco onore a quella storica data. Sono grandi prati spelacchiati sopra cui si gioca a pallone. Gli alberi spogli, la basura, l'immondizia un po' ovunque. Mi dico che la Gloria e la Storia qui ci mettono piede solamente d'estate.

Non ricordo cosa mi disse quel vecchio dalle grandi rughe che incontrai alla stazione degli autobus di Tucuman. Diceva di avere origini spagnole e di essere stato in Italia così tanto tempo fa. Faceva il marinaio. E mi parlò di oro, lingotti d'oro, credo. Ma non riesco ad andare oltre. Mi fece così con la mano mentre salivo sul pullman. Prima mi aveva persino baciato.
Uscire dalla città fu una cosa lentissima, ricordo un intero paese bloccato per via del mercato. Poi prendemmo finalmente velocità e i campi di canna da zucchero si fecero sentire ai nostri nasi prima ancora di comparire davanti ai nostri occhi. Mi addormentai. Al mio risveglio l'autobus si stava inerpicando su per alcuni stretti tornanti: era un paesaggio di montagna come quelli che già conoscevo. Legni secchi, prati, alpeggi di pietra. Ma tutto mutò rapidamente: ancora qualche tornante e venne la foresta sub-tropicale. L'aria umida scaldata dal sole, i vapori, la vegetazione opprimente. La montagna era un muro. Poi i tornanti sparirono: era l'altipiano di erba gialla, macchie di neve, le vette della precordigliera. Un deserto a 2.500 metri. 
Dissi per la prima volta che mai avevo visto roba simile. Il lago artificiale era uno specchio di luce grigia nell'enorme conca della valle. L'autobus si fermò a El Mollar, sulle sue sponde. Poi proseguì fino a Tafì del Valle, il sole batteva forte e l'aria restava fredda e pungente. Trovammo da dormire in una estancia al bordo del paesino, nel giardino un gruppo di lama restava immobile nella luce. Sentivo nascere in me la frenesia del cuore che ancora collego istintivamente a quelle montagne. La parola "Ande" ha per me una sola traduzione: "ciò che non si può contenere".
Quella sera, mentre fuori la temperatura precipitava sotto lo zero, mentre le braci di qualche parilla si smorzavano lentamente sotto le stelle, scrivevo queste cose davanti al computer nella sala da pranzo del nostro rifugio:

Qui Tafi' del Valle, 2000 metri, sulla celebre Ruta 40 che dalla Bolivia scende fino alla Terra del Fuoco passando anche da Bariloche. Scrivo che e' notte e la temperatura scende sotto lo zero. Non c'e' nulla, se non le stelle che non ho mai visto, un lago, le montagne intorno. Non c'e' nemmeno il programma dei giorni che verranno, santo cielo quanta strada. Pero' c'e' quella solita frenesia di andare macinare vedere esserci e vivere le cose lontane. C'e' la paura di essere fuori tempo, fuori luogo, fuori tutto. E ci sono le nostre prime foglie di coca, comprate per 15 pesos in un negozio indio. C'e' anche da inseguire il Re del Mondo, che ci tiene prigioniero il cuore. Lo trovero', se non qui, altrove.

Il mattino seguenti avrei visto solo il rosa di un'alba fredda. Il crinale dei monti ghiacciato, la nebbia sul lago. Il suono delle mie Nike sopra il prato duro coperto di brina.
In quel momento pensai all'uomo che il pomeriggio prima ci aveva fatto fare avanti e indietro dal lago per 150 pesos. Viaggiava su una Fiat Uno e masticava foglie di coca. Le sue mani, le sue unghie. Adesso era ancora lì, alla stazione. 700 pesos, per Cafayate. 


Il turno di notte

L'attentato di Parigi esplode delle solite catene, dei video, delle prese di posizione, dei dibattiti. Genera slogan, ripropone vecchie teorie di complotti, dimentica i fatti per creare antefatti e ipotizzare scenari futuri. Retweetta, condividi, metti un like. Difendi la libertà d'opinione con un click. E intanto bada bene a fartene una, di opinione. Posta, copia e incolla. Guarda e riguarda nei dettagli. 
Così il mondo si ingolfa. Con tutto questo rumore il suo cuore rischia l'arresto.
Scriveva Izet Sarajlic, poeta bosniaco nato a Doboj: "Chi ha fatto il turno di notte per impedire l'arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti".
Le sue parole mi ricordano che è proprio vero. Perché nel mare di cose che ho letto in queste poche ore, sento venire a galla e confortarmi il pensiero dello scrittore libanese Dyab Abou Jahjah, che con un tweet ha spezzato la catena di "Io sono Charlie", l'hashtag (o se volete, lo slogan) nato a sostegno delle vittime del settimanale Charlie Hebdo. Scrive:
"Io non sono Charlie. Io sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie Hebdo metteva in ridicolo la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto di farlo". 
Le catene, anche le più nobili, legano sempre. Ci costringono i pensieri. Limitano le prospettive. E forse non fanno in tempo a costruire la pace.
Il poeta invece offre uno sguardo nuovo e diverso sulle cose. Impedisce che il cuore del mondo smetta di battere.

Facciamo il turno di notte, un po' per volta. Facciamolo al lume della consapevolezza che ogni storia ha tante storie e che i protagonisti, i buoni, i cattivi, non li possiamo scegliere noi.
Dopodiché facciamoci un'idea. Ma se non abbiamo parole nuove, coltiviamo la tolleranza nel silenzio.


Sudare a parole

Il mio primo ricordo è un piccolo quaderno blu con un cagnolino disegnato sopra. Era uno di quelli con la copertina rigida che si potevano chiudere grazie a un piccolo lucchetto. Praticamente un diario. E in effetti il compito era proprio quello: tenere un diario della nostra estate, scriverci sopra i posti che avremmo visto, la gente che ci sarebbe capitato di incontrare, i pensieri sparsi che in qualche maniera avremmo desiderato mettere nero su bianco. Vi sto parlando della seconda media, estate 1997, quella che all'oratorio feriale per poco la mia squadra non vinceva il torneo. Della professoressa ricordo ancora nome e cognome: Maria Paola Paolillo. Disse che me l'ero cavata: nel diario le raccontavo delle serate in cui costringevo mia nonna Rosa a guardare con me interminabili partite di calcio, per esempio, oppure del viaggio in Portogallo con mamma e papà e di tante altre piccole e grandi faccende che possono capitare a un ragazzino di 13 anni in un'estate lunga e caldissima, compresi i dubbi e le paure sul primo bacio della mia vita. 
Perché ricordo tutto così bene? Perché quella fu, più o meno, la prima volta che scrissi qualcosa di mio. E a rileggerlo adesso fa un sacco ridere: volevo fare il poeta senza riuscirci. 
Poi ho un altro ricordo. A 15 anni, in una sera di giugno, scrivo una poesia. Parla di campi di grano, di Ulisse, del mare e di fuga. Tutti vogliamo andarcene da dove ci troviamo, a 15 anni. E io quella volta l'ho voluto scrivere, perché avevo la precisa sensazione che dopo una serata in cui nessuno ti dà retta, se non scrivi quello di cui parlano i tuoi sogni, quelli rischiano di andarsene via e non tornare più. 
Mesi dopo ero ancora lì che scrivevo poesie. Stavolta il mio cuore aveva cambiato programmi: non voleva più scappare, voleva restare, restare qui. Perché qui c'era Federica e io sentivo di amarla tantissimo. Il fatto che lei mi reputasse il suo migliore amico fu una vera tragedia ma allo stesso tempo fu la molla che mi spinse a continuare a scrivere ogni giorno qualcosa che parlasse di lei. Anche le pagine di questo diario poetico, se le rivedo adesso, fanno ridere. Ma del resto, come diceva Benedetto Croce (un importante filosofo e pensatore italiano vissuto a cavallo tra '800 e '900): "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie." Per cui, diciamolo, non ho commesso niente di strano. Il fatto è che la frase di Croce prosegue, e prosegue così: "Poi quelli che continuano a farlo o sono dei poeti o sono dei cretini." E qui devo ammettere, purtroppo, che fino ad oggi ho dato prova di essere un tenacissimo cretino. 
Ma tornando per un attimo alle poesie per Federica, ho capito anche un'altra cosa: sono brutte. Sono brutte perché semplicemente sono scritte male. E credo per due motivi: 
1) all'epoca non leggevo poesie, se non le poche che la professoressa di italiano ci spiegava in classe.
2) non ci mettevo nemmeno un po' di fatica; ossia scrivevo quello che mi veniva e morta lì.

Questo per dire che che la scrittura ci può regalare moltissime soddisfazioni (per esempio la possibilità di esprimerci per quello che realmente siamo e di farci capire dagli altri in maniera chiara) ma in cambio ci chiede anche due grandi sforzi: il primo è LEGGERE. Nessuno ha mai imparato a dipingere senza prima aver visto un quadro. E non conosco musicisti che prima di iniziare a suonare uno strumento non si siano lasciati stregare dal suono di una musica composta da altri. Allo stesso modo, pretendere di scrivere bene, di prendere bei voti nei temi, di mettere insieme magnifiche poesie da dedicare alla propria innamorata, senza aver letto... beh, è una bella pretesa, appunto!
Secondo: occorre imparare delle tecniche e applicarle. Non basta buttare sul foglio le prime cose che ci vengono in mente. Questo è importante per dare avvio alla nostra vena creativa, ma poi deve intervenire qualcos'altro. Insomma, la scrittura richiede anche fatica. La fatica di fare e rifare, scomporre, tagliare, rivedere, cambiare. Non è una cosa semplice, ma si può imparare a farlo. Esattamente come voi avete imparato uno sport, vi siete appassionati, avete accettato piano piano di spendere fatica per averne in cambio soddisfazioni.

La fatica di scrivere, insomma. E questo sudare a parole che faremo insieme. Cercando, naturalmente, di divertirci e metterci passione. 

P.s.: E oggi? Oggi continuo a scrivere un pochetto ogni giorno. E' un compito che mi sono dato, ma spesso bigio e non lo rispetto. Di sicuro, ogni volta che mi ci metto, sudo. E faccio una fatica boia.



Una scuola delle tante

Una struttura nemmeno troppo vecchia, anni '90, con i pavimenti di linoleum, le scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola statale delle tante. Lampugnano, la ricca Milano.
Nella folla dell’ingresso riconosco Alice, ci abbracciamo come due migranti dopo la traversata dell’Atlantico. Mi aveva scritto qualche giorno fa: “Io lo tento, ne vale la pena. E tu?”
Io penso che forse forse non ne vale la pena. Per lei invece insegnare è sempre stata l’unica alternativa fin dai tempi del liceo. La trovo agitata, fuma l’ultima sigaretta, dice che le hanno dato il permesso di uscire anche se ha già ricevuto la busta sigillata con le domande. Dalle vetrate intravedo file di banchi già occupati e una grande agitazione per i corridoi. “Comunque sei in ritardo, come al solito” mi fa notare dopo il secondo tiro, e forse starà pensando a che professore voglio essere, senza la puntualità e la precisione. “Entra su, che solo per registrarsi ci vuole una vita.” Fa un caldo terribile, metà luglio, il primo giorno d’estate dopo cisterne di pioggia. Entro.
I quasi duemila sono stati divisi per lettere, cercare l’aula diventa una caccia spietata in cui mi sento maledettamente solo, i corridoi tuonano di urla: lunghissime code, lamentele, “signora sto facendo il mio lavoro”, trattarsi male ma con davanti il lei, “ma lei lo sa che sto girando come un matto da un’ora?”, l’accento meridionale che nella mia testa vuol dire bidelleria, suono della campanella, quel senso di approssimativo che ti tocca accettare fin da piccolo.
La bidella ha proprio quell’accento. E’ una signora bassa, in ciabatte, sta appoggiata alla parete mezza sudata. Per darle un tono le hanno messo una targhetta sul petto con scritto “T.F.A. - Servizio Assistenza”. “Da dove arriva?” mi chiede vedendomi col fiatone. Ho appena fatto quattro piani di scale dentro una torre che potrebbe essere quella di un penitenziario. Alla lettera O è toccata un’ala distaccata. “Praticamente da una maratona” le rispondo. Ride. “Eh, figlio mio, cosa dovrei dire? Tutti i giorni faccio i chilometri, io”. Si stacca dal muro e zoppicando mi accompagna dentro alla stanza dove vengo registrato. Esco con una busta in mano. Tutti gli altri sono già seduti addossati alle pareti di un corridoio che gira in tondo e non se ne vede la fine. Nessuna finestra. “Togliete i sigilli solo al suono prolungato della campanella” dicono quando le lancette dell’orologio segnano le dieci. Un’ora dopo - a due ore di distanza da quello che doveva essere l’orario ufficiale -, quando oramai le battute e le minacce si sono sprecate e nessuno ci spera più, sentiamo il trillo.
Le buste si aprono: ci sono sessanta domande a risposta multipla. Rido pensando a quante puntate del Milionario potrebbero farci, poi penso agli stipendi da fame che spetteranno ai più fortunati di noi e non rido più. L’unico milione con cui avremo a che fare sarà quello di Marco Polo, ammesso che resista al lento assottigliarsi dei programmi di letteratura.  
Le domande. Chi come me insegna già da qualche anno sa che uno dei ritornelli su cui insistono sempre più spesso presidi, Ministero e addetti al settore è quello di una scuola sempre meno nozionistica. Infatti. Qui c’è da sapere la data del concilio di Worms, i confini del Molise, i versi di Sbarbaro a memoria e lo Zollverein tedesco. Mi guardo attorno, sono tutti con la testa china. Chi riuscirà a collezionare quarantadue risposte esatte passerà. A cosa? A una prova scritta, e chi passerà anche quella arriverà al fatidico orale. A quel punto sarà ottobre, e ai pochi rimasti spetterà il premio: pagare un paio di migliaia di euro per frequentare un corso universitario di un anno (si chiama Tirocinio Formativo Attivo) al termine del quale avrà ottenuto l’abilitazione all’insegnamento. Dopodiché, anni di precariato nello Stato. E pensare che Dante ha dovuto fare tutta quella fatica per immaginarsi l’inferno.
I controlli non esistono. Alle mie spalle sento bisbigliare, all’inizio poco, poi sempre di più, e ogni volta penso che mi basterebbe andare in bagno, estrarre dalla tasca il telefono cellulare e verificare su internet le risposte. Ma non lo faccio, non voglio togliere al destino il compito di decidere se è davvero in posti così, tra gente così, che dovrei investire il mio futuro.
Alla fine delle due ore un altro suono di campanella. Veniamo chiamati a turno per riconsegnare le risposte in busta chiusa, le operazioni durano una vita. Nel frattempo, dall’altra parte della torre, nel lato oscuro di quel corridoio circolare, si procede a una bella revisione collettiva. Infine il serpentone di gente scivola giù per le scale. Mi alzo per ultimo, qualcosa mi spinge verso la stanza dove i dirigenti stanno impilando le buste. “Scusate…” dico, “permettetemi di chiedervi una cosa”. I tre alzano la testa abbozzando una specie di assenso. “Voi credete davvero alla serietà di quello che state facendo?”. In due ridono, la terza reagisce seccata, mi indica l’uscita, dice che non mi devo permettere perché lei sta rappresentando lo Stato. Allora me ne vado e penso che tutto sommato non ha tutti i torti, in effetti lo Stato finora lei lo ha rappresentato benissimo. Per due ore, seduta scomposta su una sedia e con i piedi fuori dalle scarpe, ha letto annoiata 1984 di Orwell dimostrando almeno un paio di cose: di avere ancora qualche lacuna letteraria da colmare e di non porsi minimamente il problema di rendere efficace e credibile il suo operato.
All’uscita, nel marasma, ritrovo Alice. E’ inviperita, anche lei ha visto gente copiare con i più semplici stratagemmi. “Non è giusto” dice. “Già” rispondo io. E' sempre stata brava e preparata, non vuole che passi anche chi non se lo merita. Io invece mi chiedo dove stia la vera fortuna, se nel farla franca o nell'uscirne sconfitti.
Mi volto: scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola delle tante, senza studenti dentro, senza lo straccio di un sogno.