Sudare a parole

Il mio primo ricordo è un piccolo quaderno blu con un cagnolino disegnato sopra. Era uno di quelli con la copertina rigida che si potevano chiudere grazie a un piccolo lucchetto. Praticamente un diario. E in effetti il compito era proprio quello: tenere un diario della nostra estate, scriverci sopra i posti che avremmo visto, la gente che ci sarebbe capitato di incontrare, i pensieri sparsi che in qualche maniera avremmo desiderato mettere nero su bianco. Vi sto parlando della seconda media, estate 1997, quella che all'oratorio feriale per poco la mia squadra non vinceva il torneo. Della professoressa ricordo ancora nome e cognome: Maria Paola Paolillo. Disse che me l'ero cavata: nel diario le raccontavo delle serate in cui costringevo mia nonna Rosa a guardare con me interminabili partite di calcio, per esempio, oppure del viaggio in Portogallo con mamma e papà e di tante altre piccole e grandi faccende che possono capitare a un ragazzino di 13 anni in un'estate lunga e caldissima, compresi i dubbi e le paure sul primo bacio della mia vita. 
Perché ricordo tutto così bene? Perché quella fu, più o meno, la prima volta che scrissi qualcosa di mio. E a rileggerlo adesso fa un sacco ridere: volevo fare il poeta senza riuscirci. 
Poi ho un altro ricordo. A 15 anni, in una sera di giugno, scrivo una poesia. Parla di campi di grano, di Ulisse, del mare e di fuga. Tutti vogliamo andarcene da dove ci troviamo, a 15 anni. E io quella volta l'ho voluto scrivere, perché avevo la precisa sensazione che dopo una serata in cui nessuno ti dà retta, se non scrivi quello di cui parlano i tuoi sogni, quelli rischiano di andarsene via e non tornare più. 
Mesi dopo ero ancora lì che scrivevo poesie. Stavolta il mio cuore aveva cambiato programmi: non voleva più scappare, voleva restare, restare qui. Perché qui c'era Federica e io sentivo di amarla tantissimo. Il fatto che lei mi reputasse il suo migliore amico fu una vera tragedia ma allo stesso tempo fu la molla che mi spinse a continuare a scrivere ogni giorno qualcosa che parlasse di lei. Anche le pagine di questo diario poetico, se le rivedo adesso, fanno ridere. Ma del resto, come diceva Benedetto Croce (un importante filosofo e pensatore italiano vissuto a cavallo tra '800 e '900): "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie." Per cui, diciamolo, non ho commesso niente di strano. Il fatto è che la frase di Croce prosegue, e prosegue così: "Poi quelli che continuano a farlo o sono dei poeti o sono dei cretini." E qui devo ammettere, purtroppo, che fino ad oggi ho dato prova di essere un tenacissimo cretino. 
Ma tornando per un attimo alle poesie per Federica, ho capito anche un'altra cosa: sono brutte. Sono brutte perché semplicemente sono scritte male. E credo per due motivi: 
1) all'epoca non leggevo poesie, se non le poche che la professoressa di italiano ci spiegava in classe.
2) non ci mettevo nemmeno un po' di fatica; ossia scrivevo quello che mi veniva e morta lì.

Questo per dire che che la scrittura ci può regalare moltissime soddisfazioni (per esempio la possibilità di esprimerci per quello che realmente siamo e di farci capire dagli altri in maniera chiara) ma in cambio ci chiede anche due grandi sforzi: il primo è LEGGERE. Nessuno ha mai imparato a dipingere senza prima aver visto un quadro. E non conosco musicisti che prima di iniziare a suonare uno strumento non si siano lasciati stregare dal suono di una musica composta da altri. Allo stesso modo, pretendere di scrivere bene, di prendere bei voti nei temi, di mettere insieme magnifiche poesie da dedicare alla propria innamorata, senza aver letto... beh, è una bella pretesa, appunto!
Secondo: occorre imparare delle tecniche e applicarle. Non basta buttare sul foglio le prime cose che ci vengono in mente. Questo è importante per dare avvio alla nostra vena creativa, ma poi deve intervenire qualcos'altro. Insomma, la scrittura richiede anche fatica. La fatica di fare e rifare, scomporre, tagliare, rivedere, cambiare. Non è una cosa semplice, ma si può imparare a farlo. Esattamente come voi avete imparato uno sport, vi siete appassionati, avete accettato piano piano di spendere fatica per averne in cambio soddisfazioni.

La fatica di scrivere, insomma. E questo sudare a parole che faremo insieme. Cercando, naturalmente, di divertirci e metterci passione. 

P.s.: E oggi? Oggi continuo a scrivere un pochetto ogni giorno. E' un compito che mi sono dato, ma spesso bigio e non lo rispetto. Di sicuro, ogni volta che mi ci metto, sudo. E faccio una fatica boia.



Una scuola delle tante

Una struttura nemmeno troppo vecchia, anni '90, con i pavimenti di linoleum, le scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola statale delle tante. Lampugnano, la ricca Milano.
Nella folla dell’ingresso riconosco Alice, ci abbracciamo come due migranti dopo la traversata dell’Atlantico. Mi aveva scritto qualche giorno fa: “Io lo tento, ne vale la pena. E tu?”
Io penso che forse forse non ne vale la pena. Per lei invece insegnare è sempre stata l’unica alternativa fin dai tempi del liceo. La trovo agitata, fuma l’ultima sigaretta, dice che le hanno dato il permesso di uscire anche se ha già ricevuto la busta sigillata con le domande. Dalle vetrate intravedo file di banchi già occupati e una grande agitazione per i corridoi. “Comunque sei in ritardo, come al solito” mi fa notare dopo il secondo tiro, e forse starà pensando a che professore voglio essere, senza la puntualità e la precisione. “Entra su, che solo per registrarsi ci vuole una vita.” Fa un caldo terribile, metà luglio, il primo giorno d’estate dopo cisterne di pioggia. Entro.
I quasi duemila sono stati divisi per lettere, cercare l’aula diventa una caccia spietata in cui mi sento maledettamente solo, i corridoi tuonano di urla: lunghissime code, lamentele, “signora sto facendo il mio lavoro”, trattarsi male ma con davanti il lei, “ma lei lo sa che sto girando come un matto da un’ora?”, l’accento meridionale che nella mia testa vuol dire bidelleria, suono della campanella, quel senso di approssimativo che ti tocca accettare fin da piccolo.
La bidella ha proprio quell’accento. E’ una signora bassa, in ciabatte, sta appoggiata alla parete mezza sudata. Per darle un tono le hanno messo una targhetta sul petto con scritto “T.F.A. - Servizio Assistenza”. “Da dove arriva?” mi chiede vedendomi col fiatone. Ho appena fatto quattro piani di scale dentro una torre che potrebbe essere quella di un penitenziario. Alla lettera O è toccata un’ala distaccata. “Praticamente da una maratona” le rispondo. Ride. “Eh, figlio mio, cosa dovrei dire? Tutti i giorni faccio i chilometri, io”. Si stacca dal muro e zoppicando mi accompagna dentro alla stanza dove vengo registrato. Esco con una busta in mano. Tutti gli altri sono già seduti addossati alle pareti di un corridoio che gira in tondo e non se ne vede la fine. Nessuna finestra. “Togliete i sigilli solo al suono prolungato della campanella” dicono quando le lancette dell’orologio segnano le dieci. Un’ora dopo - a due ore di distanza da quello che doveva essere l’orario ufficiale -, quando oramai le battute e le minacce si sono sprecate e nessuno ci spera più, sentiamo il trillo.
Le buste si aprono: ci sono sessanta domande a risposta multipla. Rido pensando a quante puntate del Milionario potrebbero farci, poi penso agli stipendi da fame che spetteranno ai più fortunati di noi e non rido più. L’unico milione con cui avremo a che fare sarà quello di Marco Polo, ammesso che resista al lento assottigliarsi dei programmi di letteratura.  
Le domande. Chi come me insegna già da qualche anno sa che uno dei ritornelli su cui insistono sempre più spesso presidi, Ministero e addetti al settore è quello di una scuola sempre meno nozionistica. Infatti. Qui c’è da sapere la data del concilio di Worms, i confini del Molise, i versi di Sbarbaro a memoria e lo Zollverein tedesco. Mi guardo attorno, sono tutti con la testa china. Chi riuscirà a collezionare quarantadue risposte esatte passerà. A cosa? A una prova scritta, e chi passerà anche quella arriverà al fatidico orale. A quel punto sarà ottobre, e ai pochi rimasti spetterà il premio: pagare un paio di migliaia di euro per frequentare un corso universitario di un anno (si chiama Tirocinio Formativo Attivo) al termine del quale avrà ottenuto l’abilitazione all’insegnamento. Dopodiché, anni di precariato nello Stato. E pensare che Dante ha dovuto fare tutta quella fatica per immaginarsi l’inferno.
I controlli non esistono. Alle mie spalle sento bisbigliare, all’inizio poco, poi sempre di più, e ogni volta penso che mi basterebbe andare in bagno, estrarre dalla tasca il telefono cellulare e verificare su internet le risposte. Ma non lo faccio, non voglio togliere al destino il compito di decidere se è davvero in posti così, tra gente così, che dovrei investire il mio futuro.
Alla fine delle due ore un altro suono di campanella. Veniamo chiamati a turno per riconsegnare le risposte in busta chiusa, le operazioni durano una vita. Nel frattempo, dall’altra parte della torre, nel lato oscuro di quel corridoio circolare, si procede a una bella revisione collettiva. Infine il serpentone di gente scivola giù per le scale. Mi alzo per ultimo, qualcosa mi spinge verso la stanza dove i dirigenti stanno impilando le buste. “Scusate…” dico, “permettetemi di chiedervi una cosa”. I tre alzano la testa abbozzando una specie di assenso. “Voi credete davvero alla serietà di quello che state facendo?”. In due ridono, la terza reagisce seccata, mi indica l’uscita, dice che non mi devo permettere perché lei sta rappresentando lo Stato. Allora me ne vado e penso che tutto sommato non ha tutti i torti, in effetti lo Stato finora lei lo ha rappresentato benissimo. Per due ore, seduta scomposta su una sedia e con i piedi fuori dalle scarpe, ha letto annoiata 1984 di Orwell dimostrando almeno un paio di cose: di avere ancora qualche lacuna letteraria da colmare e di non porsi minimamente il problema di rendere efficace e credibile il suo operato.
All’uscita, nel marasma, ritrovo Alice. E’ inviperita, anche lei ha visto gente copiare con i più semplici stratagemmi. “Non è giusto” dice. “Già” rispondo io. E' sempre stata brava e preparata, non vuole che passi anche chi non se lo merita. Io invece mi chiedo dove stia la vera fortuna, se nel farla franca o nell'uscirne sconfitti.
Mi volto: scritte sui muri a bomboletta, i vetri sporchi, qualche porta scrostata, tanto cemento. Una scuola delle tante, senza studenti dentro, senza lo straccio di un sogno.




Tutte le lingue

Il mio cuore ha disimparato tutte le lingue.
Ne ha smarrito la grammatica,
dimenticato le tracce e i segni,
perduto la scrittura e la voce.
Ogni giorno, di nascosto, ha bruciato una pagina del suo vocabolario.

Un cuore che non sa più parlare, la gente lo getta nella sala macchine,
solo il battere considera,
per bruciare energia, scaldare le case, far muovere treni, illuminare teatri.
Con un cuore privo di suoni non si dialoga. Ha una stagione
come l’hanno gli alberi. Cresce per essere bruciato.

Poi un mattino il mio cuore è fuggito, s’è fatto straniero
in quel paese straniero dove tu abiti,
dove si parla come un tempo anche lui parlava.
Non sente la fame, benedice l'ignoranza.
Mi ricorda un pellegrino felice del suo smarrirsi.

Adesso che lo ospiti, suo nuovo amore, il mio cuore ha una nuova virtù
è come un bambino che faccia per la prima volta una a, una e, una u.   


"Tutta la dignità del mondo" - Piccola lettera a Brittany Maynard

Cara Brittany,

e così è arrivata la reprimenda del Vaticano... Non sto nemmeno a chiederti se la cosa ti stupisca o meno: di certo, quando hai deciso di fare quello che hai fatto, sapevi che qualche questione di morale l'avresti sollevata. Con sincerità devo rivelarti di non essermi molto interessato alla tua vicenda. Ho avuto notizia della tua morte scorrendo velocemente un quotidiano on-line, e a quel punto mi sono fatto bastare titolo e prime righe dell'articolo. Poi, quando ieri ho sentito alla radio che un monsignore ti aveva sgridata, in un primo momento ho pensato che evidentemente qualcuno avesse perso l'ennesima buona occasione per fare un po' di silenzio. Ero lì lì per cambiare stazione, ma poi ho voluto ascoltare fino in fondo. Credo di aver fatto bene, perché tutto sommato la questione non è poi così banale, e alla fine mi sono venute in mente delle cose che vorrei dirti.
Monsignor Carrasco de Paula dice di non voler condannare la tua persona, ma il tuo gesto. "Il suicidio assistito", afferma, "è un'assurdità". Sbaglia, evidentemente. Come si può definire assurdo un comportamento così naturale e umano come il tentativo di non soffrire e di non far soffrire i propri cari? Io però voglio fare un passo oltre. E per farlo mi affido ancora una volta al peso delle parole. 
Non ho nessun dubbio sulla bontà della tua persona né su quella del tuo gesto. Metto in discussione invece la forma. Rivendichi il diritto di poter "morire con dignità", ma così sembra che chi invece sceglie di affrontare il proprio male fino in fondo di dignità non ne abbia. Dai l'idea che una fine dolorosa sia una fine indegna. Naturalmente so bene che non la pensi esattamente in questa maniera, è una forzatura - mi verrebbe da dire - "mediatica", ma così vanno le cose al giorno d'oggi: basta un virgolettato di quelli sbagliati e il messaggio che ne esce va dove vuole lui. Per questo non mi piace l'idea che potrebbe generarsi dalle tue parole (E lo dico qui per inciso: di parole ne hai dette di bellissime prima di morire, hai avuto pensieri di pace a affetto nei confronti della vita, della natura e delle persone a te care, hai una grande sensibilità, credimi, ho letto la tua storia, i tuoi viaggi intorno al mondo, però tutto questo io lo so perché ho scelto, in un secondo momento, di conoscerti meglio; se non mi fossi spinto qualche click più in là, ora come ora sarei ancora fermo a quella tua dichiarazione, e conserverei di te un'immagine parziale).
Bene, adesso ti dico cosa penso riguardo a questa faccenda della dignità. Io credo che sia degno di noi in quanto donne e uomini del pianeta Terra tutto ciò che è intrinsecamente e totalmente umano. La sofferenza è parte integrante della nostra natura, e chi sceglie di non privarsene accetta di essere uomo fino in fondo. Gesù Cristo è uomo fino in fondo solo quando va incontro con coscienza a tutti i suoi travagli. Qui stanno le basi di un credo religioso che dura da circa 2 mila anni, per questo mi pare normale che dal Vaticano vengano a dirti quelle cose. Io li capisco, per l'amor del cielo. E devo anche precisare il perché forse hanno così a cuore la questione della sofferenza: senza passare da essa Gesù non sarebbe mai potuto risorgere, e quindi elevarsi alla sua natura divina. Così anche noi non possiamo aspirare a Dio senza accettare il nostro cammino di dolore. Non risorgiamo, se non soffriamo. 
Ma niente teologia, altrimenti rischiamo di uscire fuori strada. Certo è che qui non è solo una questione di etica cattolica. Proprio ieri chiedevo ai miei ragazzi di seconda ragioneria quale fosse il loro personaggio preferito tra quelli studiati l'anno scorso in epica: quasi tutti hanno risposto Ulisse per il fascino e lo spirito d'avventura, Alessandro invece dall'ultima fila ha alzato le braccia come in un coro da stadio e stringendo i pugni ha urlato "Achille!", mentre in un angolino Andrea, col suo solito fare svogliato, ha buttato lì un "Ettore...". Stupito, gli ho chiesto perché. E lui mi ha risposto: "Perché è più umano". Infatti. Se ci penso, è proprio difficile non sentirsi vicini a quell'eroe che va incontro al suo destino conoscendolo fin troppo bene, saluta la moglie e il figlio per andare a morire davanti al suo nemico, lo affronta di petto, senza fuggire. Verrà così trafitto, lacerato, il suo corpo sarà trascinato attorno alla città di Troia, conoscerà la più profonda delle umiliazioni. Ecco, io credo che Ettore sia uno dei più grandi esempi di dignità. Egli è lo sconfitto, il più umanamente debole, e proprio per questo totalmente eroe. 
Torniamo a te, Brittany. Questo significa che adesso sei tu quella che manca di dignità? No, affatto. Credo tu abbia scelto di fare quello che, conoscendomi, farei anch'io. La paura di soffrire mi spingerebbe a cercare nei progressi dell'uomo (scienza, medicina, ricerca) la via più semplice per andarmene. In questo modo nessuno mi vedrebbe deforme, diverso, sofferente, incosciente, privo delle mie facoltà. Me ne andrei ancora bello in volto, in piedi. Come Achille, in fin dei conti: una punturina di freccia sul tallone, zàc, e via. Nessuno strepito, niente sangue. Ma è anche vero che ad Achille è concesso morire così perché semi-dio: forse anche l'uomo moderno è figlio di una divinità, la Scienza. Ma mi rendo conto che da qui si aprono altre strade di riflessione che richiederebbero tempo e competenze che non ho.
Mi basta richiamare l'attenzione sui nostri i due estremi: Ettore e Achille. Uno è forse meglio dell'altro? Penso di no. I Greci, che avevano già capito tutto, non giudicano il primo come non giudicano il secondo. Sanno che cercare di non soffrire è tanto umano quanto scegliere di soffrire. Non c'è una morte più dignitosa dell'altra. Solo diversi tipi di dignità: quella del cuore ("accetto il mio destino, lo affronto in tutte le sue conseguenze") e la dignità della ragione ("ho la maniera di non soffrire, perché non usarla?"). Ricordo a te Brittany, e a tutti quelli che leggono, che l'uomo è fatto tanto di cuore quanto di ragione. E di mezzo c'è spazio solo per la compassione nei confronti dei nostri destini terreni. Qualcosa che solo Dio, o gli dei, conoscono fino in fondo. 
Ma prima di parlare a nome loro, prima di sentenziare, restiamo uniti.

Che la terra ti sia lieve, Brittany. Riposa in pace.



La funivia, le nuvole e la pioggia

Proprio oggi che inauguravo la mia funivia
modello nuovissimo, unica campata
l’acciaio che si flette a metà del cielo.
A benedirla un gabbiano stanco,
di quelli venuti in pensione sul lago
un reduce insomma.
Ha tenuto a dire degli anni nell’oceano,
e i colombieri di un brigantino coloniale,
e della volta che quasi perdeva una zampa.
L’uomo di mare – questa la fine della sua predica,
è solo un terrestre che non sa dove appendersi.
Un palmipede senza artigli.
A quel punto dormivano tutti
quando la funivia s’è mossa
la mia funivia
ha bucato le nuvole
s’è bagnata come un dito nell’ovatta.
Da sopra ho visto l’esatto momento in cui
ha iniziato a cadere: ombrelli aperti, pozzanghere
e il brontolio della gente che non desidera più.
Ma ora che sono proprietario di una funivia
andrò alla pesca d’ogni desiderio.
Scoprirò sopra quali acque sono nate queste nuvole.
Con dentro che pesci, di cosa era fatto il fondale.
Quali le correnti, l’altezza dei cavalloni.
Risalirò al raggio di sole che un giorno s’infilò nel mare,
come uno stecco piroettò,
e se ne uscì avvolto da una robina.

Tipo zucchero filato al gusto di pioggia.

(Meda, 6/11/2014)


Su tre lati argentini #3 (San Telmo)

Un uomo cammina nella notte tra Almagro e Avenida Corrientes con le mani che gli si stringono nelle tasche dell'impermeabile. Si chiama Enrique Cadicamo ma tutti lo chiamano Il Tano per via delle sue origini italiane. Scrive tanghi. Le parole dei tanghi. E a volte le firma Rosendo Luna, altre Yino Luzzi, altre ancora con il suo nome vero. Tano non lo usa mai per firmare le parole dei tanghi. 
L'umidità gli fa sciogliere la brillantina tra i capelli. Un tassista rallenta, si accosta, lo guarda dal finestrino e poi riparte. Cadicamo vuole pensare, e per pensare gli ci vogliono tempo e centinaia di passi. I lampioni di Buenos Aires e le loro ombre, di notte, fanno da complici ai cuori pesanti.
La sera è volata a guardare ballare la gente in compagnia di una bottiglia di vino. L'uomo è rimasto come al solito sconvolto da tutto quel movimento. Ha osservato con un po' di mestizia le scarpe sfrisate e consunte dei tangheri, i loro passi, i gomiti, i menti. Ogni tanto il grammofono risuonava di canzoni sue, di quelle per cui aveva messo insieme le parole tempo prima, e allora cercava di distrarsi, andava alla toilette, qualcuno in corridoio lo riconosceva e gli sorrideva minaccioso. Forse Cadicamo non ha mai amato il tango, e neppure riesce a capire come si possa ballare sopra tanta sofferenza.
In Argentina far piangere è un pregio e un mestiere. E a Enrique le storie tristi vengono bene da sempre. "Non cambiare, andresti in rovina" gli aveva detto qualcuno, una volta, al Caffè Dorrego. Quando Gardel aveva chiesto di incidere "Pompas de jabon" gli era tornata in mente quella frase che all'epoca aveva preso come una iattura. Gardel era il sogno, la voce, l'Argentina. 
Ora l'uomo attraversa una minuscola via dalle parti di Belgrano. Attorno a lui non vede quasi più nulla, i rumori giungono ovattati, la città sembra sparire dietro una cortina di sogno, diventa fatta solo di cose che non si possono toccare. Pensa a queste frasi, a come scriverle su un foglio: 

"La notte sembra un pozzo di ombre;
ed io cammino lentamente tra le ombre.
nel frattempo pioviggina
e sento le sue spine nel mio cuore...
In questa notte tanto fredda e tanto mia,
pensando sempre la stessa cosa, sprofondo
anche se vorrei strapparla,
rifiutarla e dimenticarla,
la ricordo ancor di più…"

Il portone sbatte alle sue spalle. Le suole sfregano senza fretta sopra le pietra fredda dei gradini. Una volta in casa si toglie l'impermeabile e lo appende all'attaccapanni di ferro che si nasconde dietro l'angolo della porta: è fradicio, e pesa. Sul tavolo del soggiorno una lettera con grafia femminile. 
Le altre parole vengono subito dopo, mentre dalla finestra guarda impaurito la strada da dove è appena venuto


"Pioviggina...
Solo e triste sul marciapiede
va questo cuore affranto,
come una casa abbandonata..."

Il tintinnio del collo di una bottiglia di rum contro il bordo di un bicchiere. 

"Pioviggina...
Tristezza...
Perfino il cielo si è messo a piangere!"

Cadicamo decide che ha pronto quel tango che Troilo gli ha chiesto un mese fa. Domani gli farà avere un telegramma con la prima strofa. Gli andrà bene. Al Pichuco va sempre bene tutto. Lui è uno di quelli a cui piace fare quel che sanno fare.
L'uomo si addormenta con la luce accesa, seduto composto sul divano, mentre tre le vie di Buenos Aires la pioggia si assottiglia in tanti fili di lana.


Mi trovo alla "Poesia", un locale che sull'insegna porta scritta la definizione di esquina de encuentro. La cameriera ritira i piatti. Io la guardo: ha i capelli color noce, un piercing all'ombelico e uno sulla nuca all'altezza della prima vertebra. "Cos'è la Garua?" le chiedo. Lei mima con le dita una specie di gocciolio. "La pioggerella fine fine, quella fastidiosa..."
In Calle Bolivar, nel cuore di San Telmo, invece ora c'è un sole che non scalda. Faccio qualche centinaio di metri e sbuco in Plaza Dorrego. Al centro un uomo e una donna ballano tango sopra una moquette bianco grigia che fa loro da pista. I vecchi palazzi, le vetrine degli antiquari e qualche passante sono il loro pubblico. Io penso a Cadicamo. E mentre seguo quei piedi strisciare con la suola sul pavimento, quelle quattro gambe rigide e tese intrecciarsi con quella grazia e con quella violenza, sono già sicuro di quello che vedo: pennelli. Lasciano segni per terra, riscrivono a caratteri enormi l'alfabeto della tristezza.  




[Enrique Cadicamo detto il Tano ha scritto "Garua" nel 1943, un tango musicato da Anibal Troilo. Come omaggio alla sua lunga carriera di autore e poeta il governo argentino nel 1987 lo dichiarò Ciudadano Ilustre de Buenos Aires e nel 1996 fu nominato Personalità Emerita della Cultura Argentina. Morì a 99 anni il 3 dicembre del 1999]     

Per lasciare una casa

Per lasciare una casa ci vuole molto scotch. 
Il primo tipo dev'essere marrone scuro, adesivo, arrotolato: serve per tenere insieme gli scatoloni, chiudere gli scatoloni, affrancare la confezione di detersivo in polvere che hai usato solamente una volta per lavare le mutande nel mastello e un sacco di altre cose che nelle condizioni in cui si trovano non potrebbero mai lasciare una casa. 
Il secondo tipo occorre sia di un giallo paglierino oppure color dell'ambra, di solito sta dentro una bottiglia trasparente o verde e serve per ritrovarsi nel pieno della notte a osservare muri spogli, camini incredibilmente puliti, ragnatele alle finestre e un sacco di vuoto che poi è un pieno di ricordi. 
Questa storia del vuoto è molto interessante ma incasinata. In qualche maniera c'entra sempre la musica. Voglio dire, avete presente la musica? Se la riduci ai minimi termini salta fuori che è un semplice alternarsi di suono e silenzio. Pieno e vuoto. Se non ci fosse il silenzio non ci capiresti nulla ma proprio nulla. Quel vuoto serve per sentire. Questa metafora mi sembra azzeccata perché è proprio quello che succede quando te ne stai seduto sopra uno sgabello bianco in compagnia dei tuoi due scotches (un plurale che Calboni pronuncerebbe così magnificamente) e ti prepari a lasciare una casa: tutto quello che è successo nel tempo in cui ci hai vissuto torna a suonare in un solo istante, tu lo senti distintamente, lo percepisci in tutte le sue sfumature e te lo godi in perfetta solitudine. La solitudine è un altro di quei vuoti indispensabili per apprezzare al meglio la musica delle persone amiche, degli amori, dei casini. Ma se ci mettiamo a parlare anche di solitudine non ce la caviamo più. Piuttosto, tornando al silenzio, mi viene in mente il sabato santo: a catechismo ci dicevano che il sabato santo è importante perché Gesù è dentro nel sepolcro e il mondo intero fa silenzio e che è importante far silenzio perché così è più bello gridare di gioia il giorno di Pasqua. E anche questa è una bella metafora perché vuol dire che il sepolcro è una specie di posto in cui si sta mezzi morti in attesa di risorgere: per esempio io adesso, prima di occupare la mia nuova casa, devo restare qualche giorno nella casa dei miei.

Per lasciare una casa serve radunare oggetti. Questi oggetti di solito sono molti, ma nella situazione in cui sei, vorresti fossero pochi. Allora ti ritrovi a chiederti quanto è molto e quanto è poco. In pratica discuti con te stesso riguardo alla relatività di molte cose. E anche questa è una bella metafora, perché quando lasci una casa non si sa come ma ti ritrovi a ragionare su cosa hai combinato nella vita: al primo sorso di scotch (del secondo tipo, ovviamente) ti pare di aver fatto moltissimo, all'ultimo pochissimo. Ma è una cosa relativa, l'abbiamo appena detto. Così vorresti avvolgerti il cervello con lo scotch (del primo tipo) per chiudere la bocca ai pensieri e lasciare andare le cose come devono andare. Ne viene fuori che si sta parecchio meglio.

Quando gli scotches sono terminati vuol dire che è arrivato il momento di lasciare la casa per davvero. Ormai è mattina e si deve compiere più volte la rampa delle scale. E' a questo punto che occorrono molti muscoli.
Il primo tipo di muscoli sono quelli delle braccia: tutta quella roba avvoltolata nello scotch bisogna sollevarla.
Il secondo tipo di muscoli sono quelli delle dita: prima di andarsene bisogna scrivere su un foglio tutte le cose che ci hanno fatto felici dentro quelle quattro mura.
Il terzo è il muscolo del cuore: lì c'è la speranza e il desiderio. La speranza di trovare prima o poi un posto che sia una vera casa, una di quelle in cui vorresti fermarti per sempre e metterci dentro tutti gli oggetti che vuoi, e il desiderio invece di non fermarsi mai, lasciare altre mille case, ogni volta con qualche oggetto in meno, in una specie di allenamento al contrario: meno peso metti sul bilanciere, più il tuo cuore diventa un muscolo invincibile.
Ma questa qui è una metafora un po' troppo complicata anche per me.



Su tre lati argentini #2 (Rio de Janeiro - Buenos Aires)

Arrivarci dal Brasile.

Un grosso aeroplano si alza, si mette orizzontale e fila dritto. Ora è a diecimila metri sopra il Brasile. L’equatore una cosa superata. Lontano si fa un po’ più vicino, ha il suono del soffio, per la prima volta in vita tua sei oltre l’equatore, nell’emisfero australe. Le cose a testa in giù…
Guardi fuori: verde infinito, polmone del mondo. E pensi al tuo viaggio, a quello che ti aspetterà, alle cose sconosciute, se sarai in grado, se ti sentirai a tuo agio, se te la godrai, se il mondo nuovo ti sarà amico, se lo spagnolo lo parlerai o morirai di vergogna. Poi guardi il tuo cuore, pensi al cuore di tutti quelli che viaggiano, immersi come sono nell’euforia e nella domanda, nel coraggio e nell’incertezza. E’ un’amazzonia rossa, quel cuore, che come l’abbatti ricresce. Così piena d’ossigeno, eppure sempre in apnea.
Aeroporto di Rio de Janeiro, prigionieri dentro una gabbia di vetro e aria condizionata. Per uscirne ci vogliono dollari e tempo, due cose che voi non avete. Allora con lo sguardo cercate di arrivare il più lontano possibile: laggiù si alzano le colline e i primi grattacieli riflettono i raggi stanchi del sole. E’ un tramonto velocissimo. Poi buio e lucine.
Nei discorsi e negli sguardi dei brasiliani l’eco dei mondiali di calcio si è spento. Cerchi di immaginare cosa fosse quest’aeroporto due settimane fa e pensi a uomini e donne da ogni dove, squadre, euforia, speranze, soldi, televisioni, desideri, brasile-germania, pianti, proteste, brasile-olanda, delusioni. Il grande pallone, anni per gonfiarlo, così poco per farlo scoppiare. E dopo ogni cosa, la vita. Spostarsi, lavorare, tirare a campare. Mondiali o no quella donna laggiù con il grembiule e il berretto avrà continuato a servire centinaia di caffè al giorno dispensando almeno il doppio dei sorrisi. Avrà lavorato la sera della finale? Forse sì, e con un po’ di cinismo avrà detto “meglio così”, meglio che se la giochino Germania e Argentina, il mio paese in festa e io chiusa qui dentro è una cosa terribile. E alla fine avrà festeggiato comunque vedendo gli odiati vicini argentini buttare al vento tutto a pochi minuti dai rigori. Il non sopportarsi è una cosa molto sudamericana.
E’ notte quando v’imbarcate per l’ennesima volta. Un volo stracolmo, volti assonnati e sfatti di brasiliani, argentini e tre italiani. Lontano, per un attimo, fugge un po’ più in là. Poi si convince a farsi prendere, e tu lo vedi dall’alto, di un’arancione che brilla nell’inchiostro nero e si sparge per chilometri, finché toccate terra, il portellone si apre, ognuno è in silenzio, la gente cammina come se tutto fosse normale e invece no, nulla è normale quando scopri il volto di Lontano. Esiste davvero, non è un’invenzione: Buenos Aires.   

Ezeiza è la porta dell’Argentina. Un aeroporto dal nome di donna come Malpensa, ma con storie ben diverse da raccontare. So per esempio che nel giugno ’73 ce n’erano tre milioni di persone qui fuori, tre milioni ad aspettare Peron che tornava dall’esilio. Ma l’aereo che aspettavano non sarebbe atterrato. Per paura di brutte sorprese il presidente fu fatto atterrare altrove. Tutti restarono con la testa all’insù, tre milioni con la testa all’insù, fin quando dall’alto non arrivò Peron ma le pallottole dei cecchini. Erano appostati ovunque. Fecero tredici morti e centinaia di feriti. Erano della destra peronista e sparavano a quelli della sinistra. L’Argentina ripiombava in quella stanza nebbiosa chiamata instabilità per uscirne di lì a poco ammanettata dalla dittatura di Videla. Ezeiza, dunque. Un aeroporto, una donna, un massacro.

La città dorme. Immagino i bambini argentini nelle loro stanze, sotto le coperte, la maglia di Messi per pigiama. Lo immagino perché il tassista ha voluto parlare della finale, mentre un’autopista semivuota taglia la città da sud a nord, mostrandola stranamente povera. Fa freddo, fuori ci saranno non più di 5 gradi. “Quella notte era tutto bloccato” racconta l’uomo al volante, “la folla ci rendeva impossibile lavorare…” Dico che è normale quando c’è rabbia e delusione per la sconfitta. “Ma che!” risponde lui staccando una mano dal volante, “noi festeggiavamo!”
In calle Paraguay varco la soglia di un hotel dal nome francese pensando a un popolo capace di fare festa per una finale persa. Forse qui non hanno bisogno di vincere a tutti costi, gli basta sentirsi tra i migliori. Gli basta essere guardati.








Provviste #18


La mia lettura dell'estate, giù lungo la corrente del Po. Anzi, la Po (Francesco Guccini avrebbe da ridire su questa faccenda di chiamare i fiumi al femminile, "ma l'acqua è femmina" gli ribatte Paolo in un passo del libro). Rumiz informa, narra e racconta. Sono le tre cose che fanno un libro di viaggio. Sarà anche prolisso in alcuni punti, ma quanta cultura e sapienza, quanto aver visto che c'è in lui. Uomo che si mette in viaggio: tutto il Po navigabile da Pian del Re fino a Sansego, fino al mare aperto così spaventevole per chi per lunghi giorni ha avuto due argini dentro cui chiudere i propri orizzonti. Il fiume maltrattato, rene costretto a farsi carico dei mali di un Paese, strada d'acqua in cui l'uomo getta e da cui l'uomo toglie. Su tutto, il fascino di uno scorrere (parole, pensieri, Storia, popoli, cibo) vero e metaforico, per sempre allergico alla precisione della sua traiettoria:

"Un fiume che corre dritto verso il mare dà assai poco al mondo" avevo letto da qualche parte. [...] Un fiume rettilineo impazzisce, parte alla carica come un rinoceronte africano in una piantagione geometrica. Per questo il meandro è anche metafora grandiosa: la ricchezza dell'arrivo a Itaca sta negli infiniti giri che per anni Odisseo compie per raggiungerla. E davvero non c'è niente di peggio di una via tirata col righello, priva di paure, incidenti, errori e ritorni. Ma il fiume è anche narrazione: e poiché, nel discorso, meandro è sinonimo di tortuosità, digressione e intrico, ecco che censurare i meandri di una discussione equivale a castrarla del suo meglio. Sono le digressioni delle favole la cosa che piace di più ai bambini. E sono sempre i meandri a farci penetrare un romanzo con maggiore efficacia.

Ricordo quella gita sull'Adda, una domenica di giugno. Il colore dell'acqua, il sottile profilo dell'argine. Ancora non mi era capitato per le mani Morimondo. Ma l'avevo chiamato, ne sono sicuro.

Una frase: L'aria era di vetro, i pioppi nel vento facevano un brusio da mercato di paese e una luce color del tè stava ricoprendo ogni filo d'erba sull'argine. 

Su tre lati argentini #1 (Lisbona)

Lisbona. L’imprevisto.

Hai salutato l’Europa affacciandoti alla sua ultima finestra, quella in fondo al corridoio, lì da dove anche l’occhio più acuto non può scorgere altro che un infinito e sconosciuto mare.
I viaggi vivono d’imprevisti. E il viaggiatore li accoglie come una benedizione, il segno inequivocabile che la sua rotta ha una guida. E’ ad essa che egli accetta di sottostare: non padrone del viaggio, ma del viaggio garzone. Ogni volta, più di prima, apprendista.
E così una coincidenza saltata ti riporta a Lisbona per la terza volta. Nelle altre due occasioni viaggiavi con i tuoi genitori, stavi nel dolce fiume della tranquillità, accettavi il dono della curiosità, cedevi senza fretta alla bellezza di Lontano, divinità sfuggente e senza volto. Nei tuoi ricordi sbiaditi c’è solo il Tago, fiume largo, ultimo corridoio, comandante di un'armata di nostalgie che dalle colline scendono fino al mare. Ma tutto è ancora lì: il Barrio Alto, i festoni ai davanzali, i locali rumorosi, le auto che si stringono nelle vie facendosi spazio dove non ce n’è. Ogni cosa - che ci piaccia o no - vive al di là delle nostre dimenticanze.
E’ notte, il pensiero è per strada, illuminato dai lampioni, rotto dall’insistenza degli spacciatori che all’italiano offrono sempre la bamba migliore. Cammini e ti fischiano le orecchie, scendi con piccole mosse centinaia di gradini, in basso a una scalinata un papà fa dormire il suo bambino: “Dormi, sei in viaggio anche quando non ti muovi” gli dice tenendoselo stretto, e tutto resta come nei versi di Pessoa il poeta, seduto a un tavolino del caffè “A Brasileira”, immobile e con le gambe accavallate: 

Lontano da me in me esisto
fuori da chi io sono,
l'ombra e il movimento in cui consisto.
(F. Pessoa, Longe de mim, 1920)


Hai due compagni. Con loro attraversi Rua dos Correiros, Rua Augusta, Plaça do Comércio. E intanto parlate di figli da crescere, dell’egoismo di non mettere al mondo nessuno. Quante volte, in sere così fresche, davanti a un bicchiere, avete parlato con in testa il futuro. Futuro che a parlarne non si compie mai, la parola lo frena e voi vi sentite come la principessa Sherazade, credete che il racconto possa salvarvi dalla vita.
Infine vedete il mare, ve lo indica Re Giuseppe I a cavallo, e restate in silenzio. Il mare che qui si chiama Oceano Atlantico, è il vostro nuovo orizzonte. Il padre di tutti. L’imprevisto più bello.


Una lettera in volo

Qualche giorno fa viaggiavo a bordo di un aeroplano che da Buenos Aires mi avrebbe riportato in Italia. Ero con due amici, all’aeroporto di Ezeiza la signorina del check-in ci aveva assegnato tre posti vicini, ma una volta salito sull’aereo mi sono accorto che intere file erano rimaste libere. Ho chiesto all’assistente di volo, un uomo calvo e dall’accento romano, se mi fosse stato possibile occupare una delle file vuote. Ho ricevuto un sì deciso e gentile.
Prima di sedermi ho dato un’occhiata in giro: mi trovavo in coda, a poche file dall’ultima, ed ero felice. Mi piace la coda dell’aereo, la collego alla terza classe di un vecchio transatlantico, immagino sempre che ci piazzino gli spiantati e i ritardatari.
Quando l’aereo è decollato ho salutato con una strizzata d’occhi Buenos Aires, l’Argentina, l’inverno australe e tutti gli infiniti chilometri di asfalto che in tre settimane di viaggio avevo battezzato, l’ho fatto con una stretta al cuore, come se qualcuno da laggiù mi stesse guardando andar via dopo aver speso fino all’ultima goccia di sudore per convincermi a restare. Era intorno all’una. Un paio di ore dopo il Boeing è caduto nel torpore e le tendine degli oblò sono state abbassate per simulare la notte. Un notte finta in cui non riuscivo a dormire.
Poi all’improvviso mi sono ricordato della tendina chiusa e del finestrino. L’ho alzata, e fuori ho visto quello che in vita mia non avevo mai visto. Volavamo sopra l’oceano scuro appena oltre le coste brasiliane, e laggiù, a ovest, sulla fine del mondo, il sole dipingeva l’orizzonte col più incredibile dei rossi, un’infinita striscia di sangue che ridisegnava la curvatura terrestre facendomi intuire, come poche altre volte nella vita, l’esistenza di Dio. Il giorno si spostava un po’ più in là, correva sempre più a ovest fino a diventare est, per essere giorno altrove. E mentre la striscia si assottigliava e diventava di un rosa conchiglia ho pensato che quel sole che ora interpretava la più tragica delle morti l’avrei visto rinascere qualche ora dopo a Roma, in un’alba che si sarebbe rivelata pallida e afosa. Il mondo è una grande giostra, mi dicevo.
Per sicurezza non ho più abbassato la tendina. La notte si inspessiva, fissavo il vuoto imponendomi il sonno, quando l’occhio mi è caduto altrove, nello spazio vuoto tra il sedile davanti a me e quello reclinato al suo fianco. Era il posto di un argentino basso e dalla pelle olivastra, sulla quarantina, la testa grossa, una cuffia di tanti e corti capelli neri; portava una polo scura con il colletto alzato, l’avevo notata poco prima del decollo e mi aveva fatto ripensare a quella moda terribile diventata legge per colpa di un calciatore francese. Era un tipo inquieto: aveva a disposizione tutti i sedili della sua fila e da quando ci eravamo alzati in aria era stata una migrazione incessante in cerca del più comodo (per un paio d’ore aveva anche tagliato la testa al toro dormendo completamente sdraiato e occupandoli tutti). Ma da qualche minuto si era tranquillizzato e aveva scelto quello al centro.
Sono tornato a guardare verso di lui che aveva appena aperto un foglio mezzo spiegazzato, a righe, di quelli che si strappano dal quaderno. Quel foglio era una lettera. Era scritta in un castigliano semplice, a inchiostro nero, la grafia femminile. Era una lettera d’amore. L’ho capito con un tuffo al cuore dopo pochissime parole. Una lettera d’amore va sempre letta, che tu sia o non sia il destinatario. E questa parlava di litigi, momenti difficili, di una rottura. Parlava a lui ma anche a me, che insieme a uno sconosciuto leggevo riga per riga senza fretta: un segreto che si svelava per la prima volta. A tratti staccavo gli occhi, li mettevo sulla spalla di lui, oppure ne cercavo lo sguardo. Era in quei momenti che mi sentivo scoperto e il cuore mi batteva più forte. Entrare nella vita dagli altri, così da vicino, senza chiedere permesso, senza sentirsi in colpa. C’è così poca distanza, a volte, tra chi deruba e chi è derubato.
Lei continua ad amarlo. Crede che le cose possano migliorare stando insieme. Si rivolge a lui con quel vos che gli argentini usano al posto del tu, una cosa splendida, ha il sapore di altri tempi. Ho pensato a quanto sia magnifico trovarsi da soli sopra un aeroplano che ti sta portando dall’altra parte del mondo e poter leggere la lettera di una donna. Non credo mi sia mai capitato. Ho ricevuto sì lettere d’amore, la prima la ricordo ancora perfettamente, era scritta anche quella su un foglio di quaderno, di quelli con i buchi, color malva. L’ho sempre conservata in una specie di cassetto bunker, praticamente introvabile, un po’ per gelosia e un po’ per vergogna. Poi sono arrivati i telefoni cellulari. La memoria affidata ai cip, lo schermo consumato a furia di rileggere lo stesso messaggio, interpretarlo, impararlo a memoria come una litania o una formula magica che la faccia comparire esattamente lì, davanti a te, a dirti di persona le stesse cose. Mai però ho letto d’amore a bordo di un aereo. Per questo lo invidiavo: fuggire e sapere che qualcuno alle tua spalle ti aspetta. C’è qualcosa di più bello?
“Ti amerò sempre” proseguiva. Avevamo girato il foglio e attaccato a leggerne il retro. “Voglio che tu sia felice.” Non era granché originale, ma mi piaceva così. Ho immaginato chi potesse averla scritta, se era bella, se era una ragazzina oppure una donna in carriera ormai disabituata a usare carta e penna; mi sono chiesto se si trattasse di una relazione clandestina, segreta, oppure di un rapporto duraturo che andava spegnendosi, magari un matrimonio; ho provato a osservare la scena di lei che scrive in cucina, dentro un appartamento alla periferia di Buenos Aires, ma non sono riuscito a scegliere in che modo gliela possa aver consegnata: sulla porta di casa, guardandolo andar via, oppure all’aeroporto, all’ultimo secondo, dopo una corsa in taxi e con il fiatone che toglie le parole.
Quel che è certo è che lei sapeva della sua partenza. Nella lettera gli augura che questo tempo da passare lontano possa aiutarlo a scegliere se darle un’altra opportunità oppure no. Scrive con un tono gentile e premuroso e allo stesso tempo insistente. Arriva a supplicarlo di non farla soffrire, che qualsiasi sia la sua scelta gliela faccia sapere subito, anche da lontano. E io già da qualche riga ho iniziato a pormi la domanda più scontata: dove sta andando costui? A fare che? E soprattutto: perché non ha aperto subito la lettera ma ha aspettato tutte queste ore?
Più si avvicinava la fine più i caratteri si facevano grandi, l’interlinea aumentava, la scrittura si stortava. “Ti amo” ripetuto all’infinito, disperato, un po’ fanciullo. Mi mancava solo una cosa per dire di aver completato la mia lettura, la cosa più importante, quella senza la quale tutto sarebbe rimasto una beata invenzione: il nome di lei. Ho giurato a me stesso che non l’avrei mai dimenticato, che sarebbe rimasto per sempre in un angolo, in attesa di scriverci un libro o di incontrare una donna dallo stesso nome e sposarla. Ero certo ci fosse un motivo nascosto dietro al destino di capitare dentro a una cosa così. Ma ecco che quando mancava meno di un centimetro per poterlo leggere, quando già ero arrivato a scorgere il tua seguito dalla virgola, il foglio ha smesso di scorrere. Lui è rimasto immobile, evidentemente era giunto alla fine prima di me, aveva letto anche il p.s. che io solo intuivo.
Dal mio nascondiglio, fissando oltre il pertugio con più desiderio di prima, l’ho pregato di andare avanti per un solo centimetro. L’ho fatto con così tanta foga che per un attimo ho temuto di aver parlato. Ma l’uomo è restato senza muoversi per un tempo che mi è parso infinito. Poi finalmente si è mosso: eccolo, lo vedevo girare il foglio sulla prima pagina, osservarla, voltarla a testa in giù. E d’improvviso, senza che il mio cuore se lo potesse minimamente aspettare, appallottolare il foglio con entrambe le mani. E’ stato un gesto compostissimo, quasi rilassato, gli ho visto le dita grassocce stringere la carta fino a schiacciarla, sul medio della mano sinistra portava un grosso anello d’oro. Quando si è chinato per riporre la lettera tra i rifiuti il suo volto era annoiato, senza espressione. Si è alzato, dopo un minuto era di ritorno con un bicchiere di Fanta e dei salatini. Si è messo a guardare un film giapponese.

Adesso fuori dal finestrino vedevo la notte africana. Algeri dall’alto era un alveare di luci, le sue strade si perdevano nel deserto per chilometri. Le navi in rada mi apparivano lucciole sottili nel buio d’acqua. 
L'aereo era tornato vuoto come le ore, come i segreti che si perdono, come le domande senza risposta.

      

Una poesia e l'ultimo giorno di scuola

La poesia a 17 anni. La studi, la odi, poi la dimentichi. Oppure la scrivi. E con lei ti salvi da paure ansie incomprensioni debolezze.
A. dice: "Prof, un premio letterario? Me lo trova?"
"Sicuro" dico io.
Qualche giorno dopo stiamo già scegliendo quale poesia mandare, lo facciamo alla sera, per e-mail.
Due mesi e arriva la notizia: A. è seconda, e il premio importante (clicca qui)
"Prof, ha visto che roba?"
"Ho visto, ho visto..." e mi si allarga un sorriso che nemmeno quando di premi è capitato di vincerne a me.
"Il 7 giugno vado ad Arezzo a ritirarlo!"
"Per forza!" dico io.
Il 7 giugno è l'ultimo giorno di scuola. Il 7 giugno è oggi.
A. era a scuola. Ma avrei tanto voluto fosse ad Arezzo.
"Ti ci porto io!" le dico senza calcolo di orari, impegni, preavvisi.
"Lasci stare, prof...". Ha gli occhi rossi.

Ebbene, cara A., visto che oggi non ne hai ricevuti, un premio te lo consegno io. Il concorso lo chiamiamo "Primo Concorso Nazionale di Poesia «Io ad Arezzo non ci posso andare»", facciamo che l'ho creato cinque minuti fa ma che è già mooooolto importante. La vincita non è granché, solo una pagina bianca da riempire, ma la tua poesia merita di essere letta.
E vedrai che le burrasche dell'adolescenza passeranno con la stessa fretta che hai messo per scrivere questi versi. Dieci minuti d'orologio, come mi hai detto tu.

Presente al passato

Cercavo l'abbraccio tra gli sguardi
avida ricerca sfuggevole
e sfuggivo anche io.
Leggevo lo sguardo degli sguardi
comune
e cambiavo io.
Volevo uno sguardo per me
quarto desiderio
e lo respingevo.
Silenzio

Che avevo sempre in mente il vento
abbraccio uragano
e aprire le braccia che regge lui
che soffia sulla pelle
polvere e foglie.
Dalle altalene che salendo entra negli occhi
e quando scendi risucchia.
Inappropriato caldo o freddo vento sbuffato piomba dal nulla.
Il mio vento per stanchezza o per un grido,
per una risata o per noi.
Sottratto ad altro vento da artigli tesi
abbandona ancora
erano i miei.
Mangiavo il vento
Mi proteggevo
Ostacolavo il vento
Mi lasciavo avvolgere.

Gelare di caldo
a stento resto in piedi.

Vorrei un amico adesso,
ma senza fretta. 

Ehi, sappi che quel che fai è importante. Salva il mondo. E lo fa in gran segreto... 
Abbraccio te e tutte le tue compagne: date sempre voce, vi prego, a quello che siete.

Antonio





"L'Armata S'agapò", un saggio di Antonio Oleari e Arturo Cattaneo


Nei mesi scorsi è uscito in libreria il secondo volume di Giustizia e Letteratura, pubblicato da Vita & Pensiero. L'opera trae origine dai cicli seminariali organizzati dal Centro Studi "Federico Stella" sulla giustizia penale e la politica criminale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra quelli di eminenti scrittori, giuristi, critici letterari ed esperti in comunicazione è presente anche il contributo mio e di Arturo Cattaneo, titolare della cattedra di lingua e letteratura inglese presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Ecco un breve abstract del nostro saggio:


Antonio Oleari – Arturo Cattaneo
«L’Armata S’agapò»: il processo al bravo soldato italiano

Nel 1953 la rivista “Cinema Nuovo” pubblica una proposta di film sulla campagna italiana in Grecia nella seconda guerra mondiale: L’Armata S’agapò. E’ subito scandalo, perché l’articolo presenta un esercito poco propenso al conflitto e molto di più alle imprese amorose,  mettendo in luce un aspetto della storia bellica italiana che causa imbarazzo e risentimento nell’establishment. Il processo per vilipendio alle forze armate che Renzo Renzi (autore dell’articolo) subisce insieme a Guido Aristarco (direttore della rivista), è l’inizio di un lungo dibattito critico sulla figura del “bravo soldato italiano” che – tra editoria e grande schermo – si concluderà in maniera del tutto auto-assolutiva con Mediterraneo, il film premio Oscar di Gabriele Salvatores. 
  

In 1953 the magazine “Cinema Nuovo” publishes an article called The S’agapò Army, containing the idea for a film on the Italian campaign in Greece in World War II. The article, which presents an Italian army more given to love making than to fighting, creates embarrassment and concern among the Italian establishment. The writer of the article, Renzo Renzi, and the magazine’s editor, Guido Aristarco, are tried for offensive behavior to the armed forces. It’s the beginning of a debate on the “good Italian soldier” that has been going on both on paper and on the screen, whose culmination is the Oscar winning film Mediterraneo by Gabriele Salvatores.