Inviolabile Mostar

Mostar est, dicembre 2014. 

Camminiamo in una Brace Fejica semi deserta. Sono gli ultimi giorni dell’anno, qualche donna esce da un supermercato e corre a casa con il pandoro e una bottiglia da tenere in fresco fuori dal davanzale. E’ buio, le insegne dei bar e di qualche cevabdzinica illuminano i marciapiedi mentre il minareto della moschea del centro s’accende come un faro sulle acque gelide della Neretva. Poco più in là, oltre le nostre spalle, se ne sta solitario sulla sua schiena d’asino il ponte Stari Most, emblema di una guerra che da queste parti non ha smesso di lasciare tracce. Lo hanno fatto saltare le truppe croato-bosniache la mattina del 9 novembre 1993 dopo che per oltre 400 anni era stato il simbolo di una città in cui etnie e religioni erano riuscite nel difficile esercizio della convivenza. E’ di nuovo al suo posto dal 2004, in estate i giovani sono tornati a tuffarsi e a gironzolare tra negozi di souvenir. Ma in questa stagione le serrande restano abbassate, d’inverno per i turisti qui non c’è granché.
Si sentono colpi da lontano, qualche ragazzino ha iniziato in anticipo con i petardi. “Cosa ci facciamo qui?” chiedo a Marco. Lui ride, a sua volta si starà chiedendo cosa diavolo lo ha spinto a seguirmi in mezzo a tutto questo grigiore che adesso minaccia pioggia o forse neve. “Fumiamoci sopra” rispondo. 

Ma l’accendino, come al solito, è rimasto in macchina.

Qualcuno mi sorpassa, con la coda dell’occhio scorgo un paio di scarpe da ginnastica arancioni. Poi, dietro a una fiammella accesa, un paio di occhi azzurrissimi. “Upaljac” dice il ragazzo. “In bosniaco. Accendino: upaljac”. Parla un italiano scorretto ma comprensibile, porta un berretto di lana e un giubbino leggero, la barba di qualche giorno e le guance butterate.
Ringrazio. Dopo il mio primo tiro, ne accende una anche lui. Ha l’aria di uno che non vuole andarsene. Vorrà dei soldi, noi italiani siamo prede fin troppo facili. “Di dove siete?”. Milano, rispondo. Vicino Milano, ribatte Marco. “Volete vedere dove tre italiani sono morti e io mi sono beccato una scheggia nella schiena?”
La domanda è così secca e tagliente che la mia testa non ha tempo di pensare una risposta. L’istinto invece ne ha già una. “Sì” dico, “dove?” Un attimo dopo siamo già partiti, tengo il passo a fatica, lo sconosciuto cammina veloce, si è già infilato in un vicolo buio e non asfaltato. Marco invece, per prudenza, procede qualche metro più indietro. Forse l’ho cacciato in un guaio, avrei dovuto lasciar perdere.
Si chiama Ibrahim, si è voltato e me l’ha detto proprio nell’istante in cui entravamo nel cortile tra palazzoni immersi nel buio. Il grande spiazzo centrale è un parcheggio di terra umida. Ci sono degli alberi e qualche lampione. E’ qui che comincia la sua storia.
“Durante la guerra stavo in quell’appartamento lassù, al terzo piano, a casa di mia zia e mia cugina. Ma la maggior parte della giornata noi bambini la passavamo qui, c’era un rifugio dove trasmettevano quelli di Radio Mostar”. Mi indica una porta di metallo male illuminata. In quei giorni terribili senza più acqua, né corrente, né telefono le radio erano strumento di comunicazione, davano il conto dei vivi e dei morti, mettevano in contatto le persone, suggerivano spostamenti. “Quel giorno eravamo qui fuori nel cortile con tre signori della televisione italiana. E’ arrivata una prima granata. I croati sparavano da nord, sulle colline. Poi una seconda, molto più vicina. Il colpo mi ha spinto in questo pozzetto, è l’ingresso di un bunker. Nella schiena mi è arrivata una grossa scheggia. Mi sono salvato.”
Marco Luchetta era un giornalista triestino della Rai. Con lui, per la Bosnia, erano partiti gli operatori Alessandro Ota e Dario D’Angelo. Dovevano realizzare un reportage per il Tg1 sulle tragiche condizioni dei bambini di Mostar, orfani di guerra oppure abbandonati dalle loro madri perché figli di uno stupro. Erano arrivati a Mostar da Medjugorje su mezzi della Croce Rossa Internazionale, scortati dal contingente spagnolo dei caschi blu. Venerdì 28 gennaio 1994 sono morti mentre intervistavano Zlatko, un altro bambino salvatosi per miracolo.
Una targa li ricorda nell’esatto punto in cui tutto è accaduto. Ibrahim me la indica, è scritta nella doppia lingua. Nella parte in bosniaco alcune lettere sono state cancellate: “Abbiamo insistito perché il sindaco facesse togliere la parola bratoubilacki, che significa fratricida. Non era una guerra fratricida quella, i fratelli non si scannano. Era una guerra civile.” Sono passati vent’anni e le parole pesano ancora come macigni. Non sarà forse il caso di Ibrahim, ma temo che non riconoscere un tuo fratello nel nemico di un tempo possa comportare il non volerlo cercare oggi in chi ti abita a fianco. Le barriere da qualche parte restano: sono sottili, nascoste, per abbatterle non basta ricostruire.

Mostar, la targa in ricordo dei giornalisti italiani uccisi




Un’ora dopo sediamo ai tavolini di un bar di Mostar ovest. Nevica e Ibrahim sorride. Dice che una volta la sua storia l’ha raccontata anche alla televisione italiana, lo intervistava un giornalista molto grasso, famoso. Poco fa invece, in Alekse Santica, ha insistito perché entrassimo con lui dentro a un palazzo sventrato. Le torce dei nostri telefonini che illuminano i corridoi: muri crollati, calcinacci, pareti nere, i sacchi di sabbia alle finestre. Al terzo piano ci abitano ancora, la gente non ha fatto altro che tirare un muro di mattoni a vista e rifarsi un appartamento nella via dove si è combattuto finestra dopo finestra fino all’ultimo bossolo: da una parte i croati dell’HVO, a nemmeno trenta metri i bosniaco-musulmani dell’Armija.
Non lontano, oltre il ponte di Tito, c’è una struttura d’inizio ‘900 ricostruita grazie a fondi italiani. E’ il Gradsko Kupatilo, il bagno pubblico di origine ottomana. Al secondo piano un gruppo di persone aspetta sul pianerottolo. Ibrahim discute a lungo con la signora che nella guardiola gioca a un solitario davanti a un vecchio pc: possono entrare, non possono entrare, il problema sono le nostre scarpe. Poi capiamo il perché: oltre la porta a vetri smerigliati ci investe il tepore di un corridoio avvolto dalla condensa delle docce, il pavimento è bagnato, si sentono degli schiamazzi; infine, svoltato l’angolo, c’è quello che non ti aspetti: una piccola piscina dentro a un salone neoclassico con archi e colonne, le pareti color acquamarina, una cupola dai vetri rossi gialli e verdi. E’ un gioiello. “Vedete?” ripete Ibrahim allegro. Il maestro di nuoto soffia nel fischietto, i bambini si tuffano in acqua e fanno le prime bracciate. Uno di loro riaffiora accanto a noi e si aggrappa al bordo per prendere fiato, mi scorge con indosso la giacca a vento, il cappello di lana e gli scarponi sporchi di fango. “Sorridi” gli dice Ibrahim, “questo signore ti fa una foto per un giornale italiano.” Quando ce ne andiamo la signora interrompe i suoi affari e fa un cenno di saluto: srtna nova godina, buon anno nuovo! Ibrahim qui conosce tutti, lavorava come istruttore di nuoto prima che lo licenziassero. Ora non sa come far mangiare la moglie e i due figli. In Bosnia la disoccupazione sfiora il 40%.
Per ultimo Ibrahim mi regala un pezzo di fumo. “Per la notte” dice. Poi chiede dei soldi come farebbe una guida alla fine del suo tour. Di spalle si allontana, le scarpe da ginnastica arancioni pestano i primi fiocchi di neve.

Mostar, la mia ombra dentro a un palazzo di via Alekse Santica

La storia di Ibrahim mi ha fatto compagnia per giorni. Tornato in Italia, mosso da non so cosa, ho contattato la signora Luchetta, vedova di Marco. A convincermi è stata una coincidenza cha sarebbe lungo spiegare e che riguarda una mia vecchia partecipazione a un concorso letterario. Il giorno in cui le ho telefonato (abita a Trieste) mi sono accorto di un’altra coincidenza: la sera prima era andata in onda la prima puntata di uno sceneggiato televisivo ambientato a Sarajevo. Era la storia di un inviato di guerra che riesce a portare in Italia una bambina bosniaca per adottarla. 

La signora Daniela però non lo ha visto. Di proposito. “Non voglio farmi del male” mi dice con una voce  chiara. “Devo andare avanti, non posso farmi ancora ferire alle spalle”.
Marco, mi spiega, era andato in Bosnia almeno una decina di volte prima di quella. Si era fatto prendere da una febbre. Quando tornava era felice, ma allo stesso tempo iniziava subito a pensare a quando sarebbe potuto ripartire. “Quando conosci davvero cosa significa vivere sotto le bombe, quando vedi con i tuoi occhi i bambini giocare in mezzo alle esplosioni, quando tocchi con mano le tragedie della gente, non riesci a essere più lo stesso. O decidi che non ti interessa nulla, cerchi di liberartene, oppure quella diventa una cosa tua che ti prende i pensieri e non te li molla più. Nemmeno sarei in grado di dire quanto la Bosnia, per Marco, fosse un’urgenza”.
Il fatto all’epoca sconvolse tutta l’Italia. Dopo la seconda guerra mondiale era forse la prima volta che dei giornalisti italiani venivano uccisi in guerra. Per Trieste poi fu una vera tragedia.
“Venimmo a sapere di Zlatko, il bambino ferito dalla granata” racconta ancora la signora Daniela. “Ci dicemmo che dovevamo portarlo al più presto via di lì. Come privati cittadini era quasi impossibile, allora formammo un comitato. Ci mettemmo in contatto con il padre di Zlatko, il quale dopo l’inizio della guerra era emigrato in Svezia. Non fu facile fare tutto, ma poi finalmente il bambino arrivò in Italia con la madre. A quel punto, visto che ci eravamo riusciti con uno, prendemmo fiducia. Così nacque la nostra Associazione. La sede Rai di Napoli ci inviò 50 milioni raccolti tra giornalisti e operatori. La provincia di Trieste fornì in comodato la casa che ancora ospita la sede. Ma la cosa che mi diede più fiducia, all’epoca, fu l’aver ricevuto una telefonata dal sindaco di Mostar. Mi disse: Voglio che voi sappiate che dal momento in cui suo marito e i gli altri giornalisti sono morti, i Croati hanno smesso di bombardarci: l’attenzione del mondo è stata talmente focalizzata su Mostar Est che noi abbiamo smesso di morire. Vede, è questo che dà un senso a tutto quanto”. 
La signora Daniela ha evidentemente realizzato cosa significa, nel senso etimologico della parola, il sacrificio di suo marito: dal latino "fare sacro", dove sacro sta per "inviolabile". La morte di Marco Luchetta e dei due operatori Ota e D’Angelo ha reso inviolabile un pezzo di terra di Bosnia. E la Fondazione Luchetta-Ota-D’Angelo-Hrovatin continua su quella strada: protegge i bambini, ovvero gli inviolabili per eccellenza.

A questo punto della telefonata le racconto di Mostar e del mio incontro con Ibrahim. Mi dice che non ne sa nulla, non ha mai sentito parlare di un altro bambino presente al momento della tragedia. Consiglia di provare a chiedere a suo figlio Andrea, giornalista a Roma, che in questi anni si è speso più di lei nel tentativo di ricostruire i fatti. Lo contatto via mail, lo trovo disponibile fin da subito, rimaniamo d’accordo per una telefonata di lì a qualche giorno.

Non l’ho mai chiamato.

Ibrahim oggi è mio amico su Facebook, ha compiuto gli anni da poco. Era davvero presente quando quella granata è caduta? Non voglio chiederglielo e non mi importa più granché. Ho tenuto tutto in disparte fino ad oggi. Certe storie se non le finisce l’uomo, le chiude il tempo.


Mostar, colori sui muri crivellati



Provviste #21 - Murakami Haruki

La sincerità è un sistema complesso. È difficile scrivere un libro sincero, ma a volte qualcuno ci riesce. Allora leggere è un piacere.
La strana biblioteca di Murakami Haruki (pubblicato da Einuadi) è un libro sincero e tutti i meriti vanno al suo autore. Sulla trama non bisogna dire molto: un ragazzo entra in una biblioteca. Da lì, il resto.
Haruki Murakami, da vero artigiano del racconto, ci immerge con esperienza tra pieghe dark ed intriganti; coltiva, sopra una prosa minimalista, elegante e ipnotica, un racconto di grande elasticità sul piacere della lettura e sull’elaborazione del lutto. Sotto la maschera di ambiguità e spiazzante stranezza, infatti, faticano a rimanere frenati i nobilissimi movimenti etici dell’autore giapponese, equilibrista capace di progettare la sua opera in bilico tra gli estremi fiabeschi e quelli puramente formativi. Il risultato è a dir poco magnetico. Anche perché il significante è perfettamente complementare al significato e tutto rientra coerentemente non solo nella cifra stilistica dell’autore ma anche in quella contenutistica. Di questo equilibrio sono gioiosa testimonianza i disegni di Lorenzo Cecchotti, artista italiano scelto per l’edizione italiana del libro (in ogni nazione l’illustratore è diverso), tutti tesi a impaginare le acrobazie poetiche dello scrittore pur conservando l’identità artistica dell’illustratore. La strana biblioteca pertanto condivide senza eccezione quella rara cornice estetica dei grandi romanzi illustrati, dove la calma delle parole incontra il crepitio del disegno e l’occhio esulta con la mente. In tre parole: la sincerità paga.

(scritto da Leonardo Strano)



Leonardo dice: "Piacere, sono nuovo qui, mi chiamo Leonardo Strano. Pochi anni sulle spalle, frequento il Liceo Classico, ho qualche passione. Scrivere (per lo più recensioni), il cinema e leggere sono le maggiori. Per il resto amo il profumo della carta, il bianco e nero, i faggi in autunno e la neve che scricchiola sotto i piedi. "

I passi del cuore

Passi from Antonio Oleari on Vimeo.

Personaggi:
Francesca
Paolo

Dove:
Ospedale di Desio (Monza e Brianza)

Quando:
giugno 2015

Perché:
perché dopo che papà ha avuto un infarto ho pensato spesso a quanto fossero preziosi i passi che ogni giorno, verso le cinque del pomeriggio, mi portavano da lui. Non erano fatti con le gambe, ma col cuore. E mi portavano al suo. Un giorno ho deciso di contarli...

Acque


Personaggi:
Foli
Simone
Federico

Dove:
Valli di Premana (Lecco)

Quando:
primavera inoltrata del 2015

Perché:
perché l'acqua è la cosa migliore da filmare, perché cadeva il polline dagli alberi, perché c'erano gli asini e perché è così che si forma un giorno in cui senti tutto scorrere.

La canzone è di Pallante ed è tratta dal suo album Ufficialmente pazzi (IT.POP, 2015)

"Loro Eccellenza": giovani che non sanno essere giovani

Nei licei di Palo Alto, dentro il cuore della ricchissima Silicon Valley, il tasso di suicidi è quasi cinque volte superiore alla media nazionale. Questo lo dice la rivista Atlantic in un articolo che potete trovare qui.
La domanda è scontata quanto immediata: perché proprio qui? 
Che i suicidi abbondino là dove si vive in comodissime villette a due piani con piscina, è un vecchio cliché nemmeno troppo infondato: il ricco è triste perché ha tutto. Ma questo è un benessere diverso: siamo nella Silicon Valley, nel cuore pulsante del Mondo, uno dei luoghi più innovativi che esista. Non c'è spazio per tristi storie di figli di papà rovinati da alcol e droghe. Qui si studia e si lavora sodo, la vita piena ce l'hai, altro che vuoto da colmare. Nei licei di Palo Alto entrano ragazzi destinati a cambiare il mondo. Cosa dovrebbe spingere allora un ragazzo come Cameron Lee, uno dei migliori della Gunn High School, a gettarsi sotto un treno in corsa?
"Le risposta principale" scrive sempre l'Atlantic, "ha a che fare con l'eccessiva enfasi che le scuole e le famiglie mettono sull'eccellenza."

1° racconto
Settimana scorsa faccio supplenza in una quarta liceo. I ragazzi mi conoscono già perché li ho tenuti per circa un mese nello scorso anno scolastico. Quando entro urlano tutti gasati. 
Dopo un'ora passata chi a studiare chi a controllare di sfroso il cellulare, la campanella suona e tutti si fiondano fuori. Rimane solo lei che mi si avvicina decisa con il suo Ipad in mano e mi dice: "Prof, legga. L'ho scritto per il giornalino della scuola, dica qualcosa."
Leggo un articolo ben fatto sui recenti fatti di Parigi, forse un po' retorico, ma ben fatto. Rimetto il tablet tra le sue mani. 
"Brava, quindi ti piace proprio... scrivere, intendo. Farai la giornalista?"
"No, prof. Ci ho già rinunciato!" risponde lei tagliando corto.
"Ma come?"
"Sì per forza, io non voglio mica finire a scrivere per un giornaletto qualsiasi della zona."
"Beh, ci puoi passare anche. Si fa così per arrivare in alto, se lo si desidera forte."
"Ma no prof, io voglio essere Oriana Fallaci 2. Ma siccome di Fallaci ce n'è una sola... E' impossibile diventare come lei. Inutile provarci."
"Beh, però..."
"Prof è così. Ormai è tardi."
"Quanti anni hai?"
"Eh, quasi 18." 

2° racconto
Questo ragazzo fa la terza liceo. E' bravissimo, scrive e si esprime come uno studente universitario. I suoi temi non hanno un segno rosso. Però chiede di fermarsi al pomeriggio, vuole che gli dia consigli di scrittura. Parliamo.
"E' che prof io non so cosa scrivere."
"In che senso? Scrivi quello che ti piace, no."
"Sì lo so, ma potrei scrivere qualsiasi cosa e alla fine non scrivo niente."
"Boh, non ti capisco."
"Prof, cioè, alla fine, io penso: siamo in 7 miliardi su questa terra..."
"Sì, più o meno sì"
"E'... Cioè perché dovrei arrivare io e scrivere cose che interessano alla gente?"
"Sì ma tu sei in terza superiore. Puoi scrivere semplicemente perché ti dà piacere."
"Dice?"

Allora penso che bisogna eccellere. Che la scuola è la scuola dell'eccellenza. Che il fantasma di essere nessuno adesso ti insegue già prima di avere la patente. Che devi scegliere bene, che i tempi vanno bruciati, che la balia che ti pulisce il culo deve parlare cinese così imparerai le lingue, che andrà a studiare all'estero così poi. Che io leggo continui buoni propositi ma alla fine mi accorgo che remiamo tutti dalla stessa parte, che non conta chi sei ma cosa sai fare, che in questa scuola e in questa società senza umanesimo non frega nulla se sei o non sei un buon cittadino, frega che i soldi e il tempo siano ben investiti. 
E poi alla peggio si finisce investiti.

Di scuola, velocità, cultura, tempi d'oggi.

Mark C. Taylor è un filosofo e professore statunitense. Il numero 1123 di "Internazionale" (9/15 ottobre 2015) ha pubblicato un suo saggio dal titolo "La velocità uccide". La prima parte si traduce in un lucidissimo sguardo sulle dinamiche socio-economiche dei tempi moderni. Il suo pensiero si potrebbe  riassumere in una semplice frase: le tecnologie che avrebbero dovuto liberarci ci schiavizzano e quelle che avrebbero dovuto farci risparmiare tempo non ci lasciano neanche un minuto per noi. Sacrosanto.
Nella seconda parte invece Taylor mette piede nel campo a lui familiare dell'istruzione. E' la parte che vorrei leggere e commentare con voi, almeno per quanto riguarda alcuni stralci:

[...] Purtroppo, molti degli sviluppi che hanno cambiato il nostro sistema economico hanno trasformato anche il nostro sistema scolastico. Spesso mi chiedono che variazioni ho notato negli studenti e nell’istruzione superiore durante i miei quarant’anni d’insegnamento. Non è facile dare una risposta, ma i cambiamenti principali possono essere classificati sotto cinque voci: iperspecializzazione, quantiicazione, distrazione, accelerazione e professionalizzazione. Come ho già detto, molte tecnologie che sono state concepite per mettere in contatto e avvicinare le persone stanno creando profonde divisioni sociali, politiche ed economiche. Nei mezzi di comunicazione, la proliferazione delle testate ha portato a una sorta di personalizzazione di massa, che permette a singoli individui e a gruppi isolati di ricevere notizie tagliate su misura per loro e di rinchiudersi nelle loro torri d’avorio senza preoccuparsi di conoscere altri punti di vista. Questo fenomeno sta contagiando anche l’istruzione. Dall’inizio degli anni settanta, l’istruzione superiore ha soferto di una specializzazione sempre più esasperata e, di conseguenza, di un’eccessiva professionalizzazione. Si è così creata una cultura della competenza specialistica in cui gli studiosi, che sanno sempre di più su sempre meno cose, passano tutta la loro vita professionale a parlare con altri studiosi che s’interessano a cose simili e si preoccupano poco del mondo che li circonda. E la conseguenza è stata una frammentazione di discipline, dipartimenti e piani di studio.
Penso alla progressiva frammentazione del nostro sistema liceale, che un tempo era il baluardo della formazione globale dell'individuo e ora si settorializza con una velocità disarmante (attualmente il nostro sistema scolastico conta 6 tipologie di liceo per un totale di circa 15 indirizzi diversi). Ma penso anche alla riforma universitaria che ha trasformato molti corsi di laurea in un "fai da te" sminuente quanto disorientante.

[...] La crescente preoccupazione per l’efficacia dell’istruzione primaria, secondaria e postsecondaria ha fatto concentrare l’attenzione di tutti sulla valutazione di studenti e insegnanti. Per gli amministratori, costantemente sotto pressione, il modo più rapido ed efficiente di fare queste valutazioni è stato adottare metodi quantitativi che si sono dimostrati molto efficaci nel mondo delle imprese. Misurare i flussi in entrata e in uscita e la capacità produttiva è diventato un metodo universalmente accettato per calcolare costi e benefici dell’istruzione. La valutazione quantitativa sarà anche efficace per alcune attività e materie, ma molti degli aspetti più importanti dell’istruzione non si possono quantificare. 
Vi dice niente la "Buona Scuola" di Renzi e il suo progetto di valutazione dell'insegnante?

[...] I giovani di oggi non sono solo distratti: internet e i videogiochi gli stanno riconfigurando il cervello. I neuroscienziati hanno riscontrato diferenze cerebrali evidenti tra gli adolescenti “dipendenti” e gli utenti “sani”. La dipendenza da internet è un’area su cui la ricerca scientifica ha appena cominciato a lavorare sul serio. L’epidemia di disturbo da deficit di attenzione è un’ulteriore dimostrazione degli effetti deleteri che ha un uso eccessivo degli strumenti di comunicazione digitali. Per aiutare i pazienti che hanno difficoltà a concentrarsi, molti medici prescrivono a cuor leggero il Ritalin, che è praticamente un’anfetamina, e gli studenti che restano alzati la notte per studiare lo prendono per avere un vantaggio sui loro colleghi.
Quello del deficit di attenzione è uno dei problemi più seri che la scuola è chiamata ad affrontare. Eppure la didattica sembra andare avanti come se niente fosse. Spesso anche perché i docenti non sono pronti (e direi aggiornati, pagati, motivati) per sostenere il cambiamento.

[...] Anziché resistere a queste pressioni, molti genitori le accentuano, programmando la vita dei loro figli fin dall’asilo in funzione del successo. Ma la vera conoscenza non si può programmare, e la creatività non si può affrettare: va coltivata lentamente e pazientemente. Come molti scienziati, scrittori e artisti ripetono da tempo, le idee più creative spesso vengono nei momenti di ozio.
Sembra la solita tiritera. E invece è proprio così. Esattamente così. L'orientamento scolastico quasi non esiste più, vittima com'è delle aspettative dei genitori, delle mode, delle derive economico-sociali.

[...] Molti si lamentano del fatto che i giovani non leggono o non scrivono più come facevano unavolta. Ma è un approccio sbagliato: probabilmente i giovani leggono e scrivono molto più che in passato. Il problema è come leggono e cosa scrivono. È ormai dimostrato che quando si è online ci si dedica a queste attività in modo diverso. Di nuovo, la variabile cruciale è la velocità. Il più delle volte, la lettura online sembra più un’elaborazione istantanea delle informazioni che una rilessione attenta e consapevole. I ricercatori hanno scoperto che la lettura dei contenuti web procede secondo un “modello a forma di F”: quando si scorre una pagina si leggono sempre meno parole su ogni riga man mano che si va avanti. Quando la velocità è essenziale, la brevità diventa una virtù, la complessità cede il passo alla semplicità e la profondità di significato si dissolve: email frammentate, tweet di 140 caratteri al massimo, blog sciatti e pieni di errori. Oscurità, ambiguità e incertezza, che sono la linfa vitale dell’arte, della letteratura e della filosofia, diventano questioni di decodifica. 
Prof, filosofia fa schifo. 
Prof, questi Promessi Sposi sono impossibili da leggere. 
Prof, la Divina Commedia è difficilissima, erano meglio i Promessi Sposi. 
Prof., non c'è qualcosa di più semplice? 
Prof, perché non ci prepara le slide su Carlo Magno? Sul libro ci sono scritte troppe cose.
Ma sì prof, cosa vuole che sia sbagliare verbo. Tanto si capisce lo stesso cosa voglio dire.
Incollo un'altra volta: Oscurità, ambiguità e incertezza.

[...] Infine, la professionalizzazione. Vista l’impennata dei costi dell’università, oggi genitori, studenti e politici s’interrogano sull’utilità dell’istruzione superiore. L’università prepara gli studenti per il mondo del lavoro di domani? Quale laurea dà più sbocchi professionali? Gli amministratori delle università difendono il valore economico dell’istruzione superiore citando il maggiore potenziale di guadagno dei laureati. Ma il valore non si misura solo in termini economici, e l’attenzione a ciò che il mercato considera utile e pratico ha portato a un declino del valore percepito delle arti e degli studi umanistici, che oggi molti vedono come lussi superlui. C’è un profondo equivoco su ciò che è pratico e ciò che non lo è, e anche una certa confusione tra il concetto di “pratico” e quello di “professionale”. Gli studi umanistici e letterari non sono mai stati così importanti come nel mondo globalizzato di oggi. L’istruzione focalizzata su scienza, tecnologia, ingegneria e matematica non basta: per sopravvivere – e magari anche per avere successo – nel ventunesimo secolo, bisogna studiare religione, ilosoia, arte, lingue, letteratura e storia. I giovani devono imparare che la memoria non può essere aidata alle macchine, e che le soluzioni a breve termine per problemi a lungo termine non sono mai sufficienti. I professori hanno la responsabilità di insegnare agli studenti a pensare in modo critico e creativo ai valori che guidano la loro vita e modellano la società in generale. Tutto questo non si può fare in fretta: ci vorrà il tempo che troppe persone oggi pensano di non avere.
Mi viene in mente quello che ho sentito dire una volta dalla prof.ssa Antonietta Porro a conclusione di una lezione sulle "Nuvole", una commedia del greco Aristofane. Diceva che la cultura non SERVE perché non è SERVA di niente e di nessuno. E' bene dirlo ai nostri ragazzi: guardate che la cultura non serve. La cultura è necessaria. E le parole di Taylor ce lo hanno ribadito ancora una volta.

Una caramella al limone

Dentro alla moschea di Mustafa Pasha a Skopje, in Macedonia, sono stato avvicinato da un giovane pakistano con un copricapo turchese che come prima cosa mi ha chiesto: “Come ti senti?”. Ho risposto “molto bene”, ed era vero: ero seduto su una seggiola rossa accostata a un grosso finestrone tenuto spalancato per far girare aria. Guardavo fuori da quel finestrone e vedevo il tramonto con tutti quei colori a spargersi nel cielo, e in controluce il colle che cinge la città a occidente, sopra il quale non so chi e non so quando ha piazzato una croce enorme che negli anni è diventata uno dei simboli di Skopje (e quando dico enorme intendo grossa ma molto grossa). Mi piaceva l’idea che quel simbolo e la moschea da dove lo osservavo si facessero compagnia tutti i giorni, con qualsiasi tempo. 
Il ragazzo ha iniziato a parlare in un fitto inglese invitandomi a riflettere sul posto in cui mi trovavo, sulla bellezza della preghiera, su quello che mi aspetta dall’altra parte se avrò agito bene sulla Terra: usava la parola relax unita ad Allah, paradiso, giuste azioni. Invitava a dimenticare ogni cosa terrena. Faceva, insomma, una specie di catechismo. Lo stavo ad ascoltare mentre un altro uomo, vestito più o meno come lui, si avvicinava e si metteva sdraiato accanto a me. Ormai circondato, ho sentito i primi calori dell'imbarazzo. Non solo: in un pensiero un pochino più malvagio, ho creduto che quelle due persone volessero fare del proselitismo, convincermi di qualcosa, farmi passare dalla loro (che poi dire "farmi passare" significa che io sto già da qualche parte, quando non è così). Allora ho avuto l’istinto di mettere in campo la mia religione, giusto per chiarire che ero cristiano e che non c’era trippa per gatti (è una cosa un po’ triste, lo so, un po’ come quando cerchi di far capire più o meno esplicitamente che sei etero a un omosessuale che ti ha avvicinato per fare due chiacchiere - siamo deboli e umani, suvvia). Insomma, ho fatto presente che molte delle verità (o presunte tali) che mi stava dicendo sono cose in cui crediamo anche noi cristiani (Dio, il paradiso, il relax…). Ma io appunto non sono uno che crede. Al massimo sono uno – come ho sentito dire da Valerio Magrelli – “che vorrebbe non credere”. Ho sorriso tristemente dentro di me pensando alla mia tragica incoerenza (usi la religione quando ti fa comodo, questa è la verità, mi sono detto). Di contro il ragazzo non ha fatto una piega, ha proseguito con i suoi messaggi e mi ha invitato, una volta tornato in Italia, ad andare in visita alla grande moschea di Roma. A quel punto ho capito che un po’ di proselitismo in effetti lo stava facendo, tuttavia non gli potevo negare il tono amichevole, la serenità dello sguardo, la compostezza dei gesti. Gli ho promesso che sì, magari un giorno sarei andato anche alla moschea di Roma. Quando ho fatto per andarmene lui ha messo la mano in tasca e in segno di amicizia mi ha regalato una caramella (doveva essere molto goloso perché quella sera stessa, tre le viuzze della città vecchia, accompagnato dagli altri suoi fratelli barbuti, l’avrei rivisto a un banco dei gelati portarsi via un cono al cioccolato). Era una caramella gommosa e rettangolare avvolta da una carta grigia con il disegno di un limone. L’ho messa in tasca ringraziandolo, ho pronunciato un terribile inshallah, sono uscito e ho raggiunto i miei amici.
Camminavo con loro lungo una delle strade che scende verso il grande bazar quando mi sono ricordato che i miei occhiali da sole erano rimasti di fianco a una vecchia copia del Corano, così ho fatto immediatamente dietrofront, sono tornato davanti all’ingresso, ho tolto nuovamente le scarpe e ho camminato per la seconda volta in pochi minuti sui tappeti che ricoprono per intero il pavimento della moschea. Ora si era riempita di fedeli giunti per la preghiera della sera. Da visitatore mi stavo trasformando in disturbatore. E a quel punto non ho potuto scacciare un’ipotesi quantomeno imbarazzante: l’amico pakistano, vedendomi tornare, avrebbe potuto pensare a una mia conversione improvvisa, a un miracolo di Allah, al concreto successo della sua opera di predicazione. Come spiegargli che ero tornato solo per i miei Ray Ban blu elettrico? Con quale coraggio sbandieravo la mia venialità terrena dopo tutti i suoi discorsi? Rosso di vergogna per aver appena attraversato tutta la sala, con una folla di persone inginocchiate rivolte verso di me, mi sono girato e ho scorto il suo viso sorridente. Ho risposto con un cenno della mano, forse ho anche mosso le labbra in un timidissimo “ciao…”, poi ancora più rosso ho chinato il capo e sono scappato fuori. Mentre l’aria fresca della sera mi asciugava la fronte, stuzzicato dai rimproveri benevoli del mio amico Paolo, ricordo di aver pensato per la prima volta nella vita al valore sociale delle cordicelle colorate che mia madre si mette al collo per non perdere gli occhiali.
Il giorno successivo mi trovavo sulle sponde del lago Matka, un canyon dalle acque verdi e calmissime a pochi chilometri da Skopje. Nel piccolo monastero intitolato a Sant’Andrea ho notato questa icona di fronte alla quale i fedeli avevano lasciato monete, rosari, fiori ma soprattutto caramelle. Non so se esse fossero doni di bambini o se più in generale si trattasse di una consuetudine ortodossa. In tasca tasca ho ritrovato la caramella al limone del pomeriggio prima e l’ho regalata alla Madonna. Ovviamente non è stato un gesto di fede (di fronte a un’icona come a una copia del Corano sei solo un curioso, mi dicevo). Mi piaceva solo pensare che una caramella arrivata dal Pakistan nelle tasche di un musulmano fosse finita sopra un piccolo altarino di una chiesa cristiana. E’ stato un gesto di amicizia, come quello che io avevo ricevuto. Come quella grande croce che dall’alto della collina ogni giorno fa compagnia al minareto sotto di sé. 



Provviste #20 - Marco Missiroli

Di questo libro, prima che ancora venisse pubblicato, conoscevo la prima pagina e la frase finale. Mi sentivo un po' onorato e un po' sfortunato, perché delle cose tanto attese non vorremmo mai sapere nulla, vorremmo goderci la sorpresa senza anticipazioni.

Ho incontrato Marco due giorni prima dell'uscita di Atti osceni in luogo privato. L'avevo invitato a parlare di letteratura nella scuola dove insegno. Sapevo che sarebbe andata alla grande: i ragazzi lo adorano e ora qualcuno di loro starà leggendo un libro di Marco senza che nessun professore gliel'abbia chiesto. Alla fine dell'incontro ci siamo bevuti un caffé al bar. "Come ti senti?" "Agitatissimo" mi ha risposto lui. Mentre spazzavo la spuma del cappuccino dal fondo della tazza ricordo di essermi chiesto come fosse possibile che un autore come lui, con tanti premi in tasca, tradotto in Europa e negli Stati Uniti, si agitasse prima dell'uscita di un suo libro. La risposta in realtà me l'aveva già data un paio di settimane prima, quando in un bar in zona Crocetta avevamo parlato a lungo di molte cose, tra cui la genesi di questa fatica. Una sfida, diceva, con me stesso e nei confronti di chi mi conosce, di chi mi legge. Aveva usato anche qualcuna delle sue espressioni colorite, e dopo esserci lasciati me n'ero andato verso la metropolitana con la certezza che leggere Atti osceni in luogo privato sarebbe stato qualcosa che mi avrebbe riguardato da vicino.

Ho inseguito quell'ultima frase senza sapere come arrivarci. Ho conosciuto Libero Marsell, il protagonista, e me ne sono innamorato. Un bambino che scopre i tradimenti della madre e lo fa nel modo più sconvolgente possibile. Un ragazzino che vive Parigi e la scoperta del mondo con un respiro infinitamente luminoso. Perché a dispetto di quello che può far pensare il titolo, questo libro è luminosissimo: non c'è il buio delle licenziosità, ma il sole della scoperta. Le strade di Parigi, quelle di Milano, piccoli appartamenti che hanno sempre una finestra da cui guardare (sai Marco, quegli appartamenti mi ricordano tanto l'Algeri del nostro Camus, i balconi da cui osservare la vita che si calma nel cuore del tramonto). 

Nella parabola fisica di Libero ho rivisto la mia adolescenza, la scoperta del corpo e delle pulsioni, l'ossessione per le forme del seno. La lontananza dall'universo femminile, il desiderio, il lento avvicinarsi. Marie, il primo e mai realizzato desiderio erotico di Libero, consiglia al giovane amico di conservare la purezza del cuore. Le donne ne sono affascinate e ti cercheranno, gli dice. Ricordo ancora chi mi disse la stessa cosa, tanti anni fa. Non ci avevo creduto.

Gli atti osceni della nostra intimità non sono osceni, e ci aiutano a prendere coscienza di noi, a liberarci. Libero lo fa anche attraverso la letteratura e il cinema. Scopre chi è sua madre, chi era suo padre. Passa di donna in donna come si farebbe con i libri di una sconfinata bilbioteca. Conosce anche quando non vuole. Nelle pagine di Missiroli la letteratura si veste di un fascino erotico. E sono sicuro che tra i miracoli che compirà questo libro ci sarà anche quello di spingerci verso pagine e pellicole che avevamo tenuto lontane. Lo farà anche con i giovanissimi, e sarà un bene, perché la letteratura è questo. Innamoramento. (Il protagonista e la sua scelta radicale di dedicarsi all'insegnamento: è un po' come passare dalla masturbazione all'amore, il piacere per sé che diventa piacere per gli altri).

Non posso andare oltre. Le #Provviste dovrebbero avere il dono della brevità e qui rispetto al solito ho sforato. Vorrei leggeste questo libro perché è uno dei migliori romanzi di formazione scritti negli ultimi decenni. Un romanzo di formazione atipico: perché formerà anche le generazioni che si sentono già formate.
Io intanto continuerò a inseguire il senso di quell'ultima frase. C'è dentro la compiutezza.







Rodrigo, Cristoforo e Raiola. Da grande voglio essere...?

- R., come va laggiù? A che punto sei arrivato?
- Che gli hanno appena chiuso in faccia il portone del convento.
- A chi?
- A Renzo.
- Sei dispiaciuto?
- No.
- Ho capito. Non ti sta tanto simpatico Renzo?
- No.
- Chi è il tuo personaggio preferito dei Promessi Sposi?
- Don Rodrigo.
- Sì?
- Sì.
- Preferisci stare dalla parte dei cattivi, insomma.
- Ma non è cattivo lui.
- Beh, insomma.
- E' come Berlusconi.
- Dici?
- Ma sì, un po'.
- Quindi vorresti essere come Berlusconi?
- No.
- Non ho capito. Allora chi è che vuoi essere?
- Raiola.
- Chi???
- Mino Raiola.
- Il procuratore dei calciatori?
- Sì.
- Per i soldi?
- Sì, ma i soldi vengono dopo.
- E prima?
- Mi piace quello che fa lui.
- Fare il procuratore.
- Eh, andare in giro a vedere i giocatori, metterli sotto contratto e poi ci prendo la percentuale.
- Quindi Don Rodrigo è come Mino Raiola?
- Tipo...
- Mm
- Ascolta. Ragioniamo. Secondo me nei Promessi Sposi c'è uno che fa il procuratore ma non è Don Rodrigo.
- Boh..
- Pensaci bene. Uno che prende le parti di Renzo e Lucia, gli dice di fare così, di fare cosà...
- ....
- Dai!
- Fra Cristoforo.
- Esatto! Quindi vorresti essere uno come Fra Cristoforo.
- No.

Monza, 17/02/2015 ore 15.34

Istantanea (le cose viste nel momento in cui scrivo)

Cattedra. Un computer, un bicchiere di cartone Burger's Family con dentro del caffé americano ormai freddo, una penna rossa, una matita, una penna blu, forbici, chiavi della classe, Sacra Bibbia copertina rossa, porta-listini copertina blu.

Classe. 10 banchi vuoti e 13 riempiti. Tema. Fogli protocollo, penne, dizionari e dizionari dei sinonimi. 
E. guarda nel vuoto, intercetto il suo sguardo: ride.
M. si mangia le unghie con grande voracità, per ora ha scritto 8 righe.
Anche G. si mangia le unghie, ma meno; ha un astuccio arancione appoggiato sopra il diario, sulla costa del diario compaiono il suo nome e il suo cognome.
C. rigira con le dita una ciocca di capelli. Scrive la brutta copia con una matita porta-mine, tiene il vocabolario aperto sulla lettera "d". Ha un paio di occhiali dalla montatura tartaruga e i jeans strappati sul ginocchio.
M. scrive impegnatissimo, tiene il vocabolario chiuso, la sua calligrafia è tondeggiante ed enorme. 
A. siede composto, impugna una biro di colore blu elettrico, dal collo gli pende un ciondolo a forma di tartaruga. Porta una maglioncino grigio con le toppe blu sui gomiti.
M. occupa il posto in fondo a sinistra, mangiucchia il tappino della bic nera, si interrompe, riprende.
M. è mancino, ha già scritto molto, ha una penna di legno chiaro con in cima una marmotta intagliata. E. gli ha appena passato un fazzoletto per soffiarsi il naso. M. restituisce il pacchetto con un lancio leggermente troppo lungo.
N. è appoggiato al calorifero, intreccia le dita, le guarda. Se lo guardo assume un'espressione pensierosa. Il foglio è bianco
L. ha una felpa gialla e nera, i pantaloni neri, le scarpe nere. Le unghie delle mani sono di un rosso accesso con delle macchioline bianche. 
A. muove  in continuazione le gambe a ventaglio, le ginocchia non si incontrano per poco. Sul banco tiene anche un righello. 
E. ha un grosso anello sull'anulare sinistro e uno più piccolo sull'indice destro. Quando non scrive ha entrambe le mani impegnate a intrecciare una piccola ciocca di capelli corti e neri al centro della fronte. Se lo guardo, mi guarda.
E. tiene la testa appoggiata al dorso della mano sinistra. Ha appena girato il foglio. Ora sta chinato del tutto sul banco.

Oltre le finestre cielo nuvolo e compatto, pini grigi, sporgenze di palazzi. 

Monza, 16/12/2015. Ore 8.51


Eleonor

Eleonor aveva appena smollato una sgradevole impellicciata all’angolo tra la Wellington e la Little Queen. Quella tipa aveva pure preteso i dieci scellini che le venivano di resto, senza dimostrare la minima solidarietà femminile verso l’unica tassista donna di tutta Leeds. “Crèpaci, dentro la tua pelliccia” mormorò a labbra strette Eleonor mentre ingranava la prima e puntava la circonvallazione.
Dal finestrino abbassato usciva il fumo della sua Dunhill ed entrava pioggia mista a ghiaccio. Aveva i piedi congelati senza sapere il perché. Per fortuna il turno era finito, non restava che tornarsene a casa, stendersi sul divano sotto un paio di copertoni di lana e accendere su Match of the Day per scoprire com’era andata la trasferta dei ragazzi a Londra, in casa di quei fottuti ebrei del Tottenham. La sola idea di essere saliti a cinque punti dall’Everton eccitava Eleonor. Non chiedeva altro al suo sabato sera. Nient’altro. Solo una classifica migliore per continuare a sperare nel titolo.
Ma poi un braccio sbucò dal marciapiede. Era di un uomo alto col cappello, immobile sotto la pioggia dentro un trench grigio polvere. Per un istante Eleonor fu tentata di dare gas e lasciarlo lì dov’era: agli highlights mancavano appena quindici minuti, massimo venti se avessero esagerato con gli spot pubblicitari. Qualcosa invece la spinse a frenare e accostare. L’ultimo, si disse, l’ultimo e poi non se ne parla più.
“Buonasera, York Street per favore” telegrafò l’uomo. Era rilassato e più vecchio di quanto Eleonor avesse pensato in un primo momento. Cinquanta più o meno, e due baffi grigi. Tolse il cappello. Lei non disse nulla, accese l’insegna gialla e invertì il senso di marcia nascondendo il disappunto. Con quel traffico ci sarebbero voluti non meno di venti minuti per arrivare dall’altra parte della città. 
Al primo semaforo alzò la mano e sistemò lo specchietto retrovisore. Ormai ci aveva rinunciato e guidava senza correre, la nuca abbandonata al poggia testa. Aveva la sensazione di essersi fatta contagiare dalla rilassatezza di quell’uomo che si era adagiato sul sedile con entrambe le mani sulle ginocchia e lo sguardo perso al di là del finestrino. Alla sua destra c’era un pacchetto, la carta era di un rosso lucido e dal fiocco di raso blu pendeva un biglietto a forma di cuore.
“Cazzo, San Valentino…” pensò Eleonor. Strinse le mani al volante, poi si portò la destra sulla bocca per obbligarsi a tacere. Porca troia. Se l’era completamente dimenticato.  
Pensò all’ultima volta che lo aveva sentito, due giorni prima, e lui era stato al solito troppo carino e maledettamente garbato. Com’è che era andata a prendersi quel borghesuccio senza carattere, tutto pettinato bene e con le unghie pulite? Si erano conosciuti due mesi prima durante un turno di notte. Era entrata in un caffè dalle parti del museo, il locale era deserto e lui se ne stava seduto davanti a un latte macchiato lasciato a metà. Avevano parlato per un’ora buona e poi lei si era offerta di portarlo a casa senza fargli pagare la corsa, ma poi si era pentita perché il tizio abitava in un bel quartiere dietro la Querry House.
Si erano rivisti. Lei lo andava a prendere al campus e poi parcheggiavano dalle parti dello stadio fino all’ora di cena. Il ragazzino aveva appena diciotto anni, non diceva nulla e giocava a fare il timido. Ora che ci pensava, Eleonor proprio non riusciva a spiegarsi come avesse fatto a uscire per due interi mesi con un tipo del genere. Per un istante lo rivide dentro a uno di quei maglioni orribili con lo stemma del college e sentì persino di odiarlo.
A questo punto la giornata era andata a farsi fottere. Se anche si fosse concessa il divano, la coperta e lo United, Eleonor sapeva che si sarebbe sentita in colpa. Lui le aveva dato appuntamento per quella sera alle sette al solito posto, “ho una sorpresa per te” aveva detto prima di riattaccare, ma lei in silenzio aveva già deciso di non presentarsi.

“Certo che ne è passato di tempo da quando in questa città si lavorava per davvero”. L’uomo aveva rotto il silenzio ed Eleonor tornò a guardare il volante con un po’ di spavento. Fuori dal finestrino centinaia di coppie abbracciate affrontavano l’ingresso dei pub pronte a giocarsi lo stipendio settimanale.
“E’ sabato, signore. Si deve bere” concluse intristendosi Eleonor. Poi deglutì.
“Possibile che i giovani d’oggi non abbiano in testa nient’altro che musica e birra?” ribatté lui.
Eleonor non aveva la benché minima voglia di difendere la vita delle persone normali contro le alitate benpensanti di un vecchio cinquantenne in trench. Non fosse stata così stanca ci sarebbe stata anche lei in mezzo a tutta quella gente, appoggiata al bancone e con della musica, oh sì, con della maleodorante musica a volumi assurdi che le stordisse i timpani. Sarebbe stato un bel modo per lasciarsi alle spalle una delle relazioni più inutili che avesse avuto negli ultimi quindici anni.
L’uomo adesso aveva voglia di parlare.
“Non me la prendo con lei signorina, ma dica ai suoi amici là fuori di iniziare a rimboccarsi le maniche o la nostra Inghilterra diventerà un letamaio.”
Di nuovo non si sforzò, Eleonor. Si limitò a fulminarlo dallo specchietto con i suoi tondi occhi neri. E lui si sentì piccolo e vulnerabile, pronto a ritrattare e a farsi mansueto.
“Nulla in programma per San Valentino?” chiese allora l’uomo per salvare la discussione.
“Nossignore, nulla…” rispose Eleonor.
“Mi permetta allora di offrirle un’opzione…” disse l’uomo mettendo mano al taschino interno del cappotto. “Prenda, li ho appena sequestrati a mio figlio. In sei mesi di college il signorino non si è ancora degnato di dare un esame. Non crederà che io e sua madre sborsiamo migliaia di sterline per farlo ubriacare ai concerti rock”. Tra medio e indice stringeva un paio di biglietti lunghi e stretti. Li alzò per metterli bene in vista, poi li adagiò sul sedile vuoto di fianco a Eleonor.
“Ci vada con chi vuole, se vuole…” aggiunse l’uomo.
Eleonor tentò di dire qualcosa ma era troppo impegnata a cercare di leggere quello che c’era scritto sopra quelle due striscioline di carta giallognola. Non ci riuscì.
“Non si faccia problemi, signorina. Mia moglie cucina dell’arrosto troppo buono per farmi anche solo prendere in considerazione la bizzarra ipotesi di andare a rendere omaggio a questi…” l’uomo si era chinato in avanti e aveva ripreso in mano uno dei due biglietti per leggerci: “The Who!”
Non ci poteva credere: gli Who. Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle, Keith Moon. La sola formazione che valesse la pena ricordare a memoria dopo l’undici titolare di Don Revie, naturalmente. Il figlio di quell'uomo ne sapeva, pensò Eleonor. 
Ora sì che le cose si stavano mettendo per il verso giusto. Forse la serata sarebbe potuta risorgere.
“Beh, ma non… non credo di poter accettare signor…”
“Barrass signorina, Benjamin Barrass”.
A sentire quel cognome il cuore di Eleonor diede un sussulto e grippò.
“Barrass?” chiese allora con la voce strozzata e le labbra ridotte a una fessura.  
“Barrass, sì, con due esse finali” rispose l’uomo.
Inchiodò. Il paraurti si fermò giusto a una cicca di sigaretta dalla Ford Zodiac che li precedeva.
“Tutto bene signorina?”
Eleonor abbassò il finestrino e cercò roba utile per respirare. Passarono trenta  secondi, poi il semaforo scattò sul verde ma lei non si mosse.
“Insomma signorina, se c’è qualcosa che non va me lo deve dire!”
“Mi scusi” disse Eleonor, mise in marcia e svoltò a destra in York Street. Avevano appena passato la Querry House.
“Ecco, poco oltre la panetteria va benissimo” indicò il signor Barrass. Per Eleonor fu la conferma definitiva.
Il taxi si fermò davanti al portone del civico 115. Un elegante palazzo di tre piani con gli scalini in marmo, il citofono illuminato e tutto il resto. L’uomo le disse di tenersi la mezza sterlina di mancia.
“Allora se dovesse decidere di andarci, si diverta anche per me…” scherzò con un piede già fuori dalla portiera e il pacchetto rosso tra le mani.
“Grazie signore. Mi spiace per suo figlio…”
Le parole di Eleonor uscirono distratte. Un rimasuglio di cortesia sbucato fuori dal nugolo di pensieri che le invadeva le pupille.

Il concerto doveva essere appena finito. I ragazzi uscivano dal College cacciando grida e spintonandosi. Qualcuno sventolava brandelli sfilacciati di Union Jack. Le prime motociclette si accesero.
Ernie ed Eleonor erano sdraiati sui sedili posteriori del taxi. Nudi e avvolti da una coperta ruvida che puzzava di benzina.
Quando sentirono le prime voci invadere il silenzio del parcheggio si rannicchiarono uno contro l’altro per non essere visti. Risero e si ribaciarono. Poi parlarono sottovoce.
“Non graffiarmi i piedi…” fece Ernie.
“Cristo, signorino Barrass, quanto è delicato lei!” sbottò Eleonor con voce buffa prima di rifilargli una sberla sulla chiappa gelida.
Risero di nuovo. La macchina a fianco mise in moto e se ne andò.
“Adesso però mi devi dire cos’hai fatto in questi sei mesi, visto che alla facoltà di economia non ti hanno praticamente mai visto”.
Il taxi rimase in silenzio. A dire il vero Eleonor non voleva sapere proprio nulla di Ernie. Non voleva sapere chi era davvero, almeno fino a quando non avrebbe fatto giorno.
Le urla di eccitazione da fuori si fecero più forti. Sentirono una mano sbattere sul cofano con un tonfo sordo. Tre ragazzi ubriachi si allontanarono barcollando.
“Certo che… Essere venuti sin qui” lasciò in sospeso Eleonor. “Potevamo almeno sfruttarli i biglietti di tuo padre.”
“Sei stata tu a baciarmi per prima… Io avevo già aperto la portiera” convenne Ernie.
Era vero, pensò Eleonor. Alla fine non aveva saputo resistere, era stato così eccitante scoprire che quel ragazzino con la riga da parte non era chi diceva di essere.
“Qualcosa mi dice che invece malediremo questa scopata per i prossimi cinquecento San Valentino che ci toccherà sopportare” disse lei provando a immaginare un futuro. “Non essere entrati a un concerto degli Who pur avendo i biglietti! Se mio cugino Pete lo viene a sapere mi ammazza”.
Ernie Barrass teneva gli occhi chiusi. Serrò il braccio attorno al collo di lei e rise dal naso.
“Che ne sai, magari lo hanno registrato, ci faranno un disco e noi lo potremo riascoltare ogni volta che ne avremo voglia”.

Eleonor allungò il suo braccio muscoloso in cerca delle sigarette. Ne accese una scottandosi con il fiammifero. Si ricordò che ancora non sapeva quanti punti ci fossero tra la sua squadra e la cima della classifica.         


Sottolineature da Borges

Sono entrato realmente in contatto con la scrittura di Jorge Luis Borges un pomeriggio assolato della scorsa primavera, quando mi era possibile leggere all'aperto, in alto a una torretta, nella magnifica pace delle mie prime solitudini. Pensavo che leggere della poesia in lingua potesse aiutarmi con il mio spagnolo (meditavo di raggiungere presto quella terra che a Borges ha dato i natali) e così, in un'antologia di poesia americana del '900, mi imbattei in un lungo elenco di quartine di endecasillabi che porta il nome di Ariosto y los arabes. Restai rapito dai primi cinque versi, che restano tuttora una delle poche cose dette in spagnolo che potrei ripetere a memoria (le altre appartengono, con immutata dignità letteraria, ai ritornelli dei Righeira): 

Nadie puede escribir un libro. Para que                         Nessuno può scrivere un libro. Un libro
un libro sea verdaderamente,                                          perché esista davvero, è necessaria
se requieren la aurora y el poniente,                              l'aurora col tramonto, secoli, armi
siglos, armas y el mar que une y separa.                        e il vasto mare che unisce e separa.
   
Asì lo pensò Ariosto...                                                      Così pensava Ariosto...                                   

Al primo verso ero già cotto di Borges. "Nessuno può scrivere un libro". Esistono parole più definitive? Nell'Apocalisse di San Giovanni? O nell'epopea di Gilgamesh? Ridevo e pensavo tra me che avrei dovuto correre al più presto da un notaio per mettere nero su bianco come avrebbe dovuto incominciare il mio testamento. Perché in quella frase, troppo facile a dirsi, c'è la più grande consolazione per coloro che si ritengono scrittori incompiuti, una specie di "liberi tutti" che ci sgrava da ogni ansia e ci dà il permesso di uscire per un aperitivo in centro senza alcun rimorso di coscienza. Niente più fatiche e struggimenti. La partita è annullata.
Una medesima sfiducia nel potenziale creativo della scrittura Borges la doveva esprimere nel prologo di Storia universale dell'infamia (1935), dove presenta al lettore i suoi scritti come "l'irresponsabile gioco di un timido che non ha avuto il coraggio di scrivere racconti e che per svagarsi ha falsificato e distorto (talora senza alcuna giustificazione estetica) storie altrui". Se nessuno può scrivere un libro, si diventa scrittori riscrivendo. La stessa cosa che a ben vedere fece Ariosto, componendo l'Orlando Furioso a partire dall'Innamorato del Boiardo. Borges è Ariosto, insomma.
Mi viene da osservare che è proprio in questa poetica del limite che si realizza il processo creativo: in quella quartina Borges non si limita ad affermare quel che è impossibile, ma prosegue compendiando ciò che dovrebbe essere la letteratura. E' come se l'autore argentino vivesse una profonda spaccatura tra ciò che non può essere e ciò che deve essere. Ed è qui che interviene, improrogabile, il destino individuale. Afferma Asterione, protagonista di uno dei racconti contenuti in L'Aleph (1949): "La verità è che sono unico. Non mi interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura." Una spaccatura sottolineata anche dalla studiosa americana Helena Percas: "Borges vede nella lingua l'unico mezzo di cui dispone l'uomo per rivelare e fissare la sua verità umana; perciò essa è per lui una costante preoccupazione."
Eccomi tornato al mio inizio, a quel verso iniziale e al suo senso di liberazione. Vedo in Borges l'uomo travagliato, lo scrittore incerto che ama e odia ciò di cui, in ogni caso, non può fare a meno. Colui che per fissare il reale ha bisogno del metafisico, di un fantastico che non scappi nell'etere ma che resti qui per dare senso a quel che c'è.
Nell'ultimo mese ho letto ogni mattina, appena alzato, un passo dell'Aleph. "Leggere, del resto, è un'attività successiva a quella di scrivere: più rassegnata, più civile, più intellettuale" diceva Borges.


   
  

Provviste #19 - Atlante delle isole remote



Judith Schalansky ha scritto questo libro per me. La devo proprio ringraziare. Soprattutto per quella dedica iniziale, in cui mi pare metta perfettamente nero su bianco un pensiero che devo averle riferito in uno dei nostri incontri. Incontri avvenuti certamente in un’altra vita, dato che io e lei – in questa – non ci siamo mai incontrati. Judith scrive così:
“Che una bambina della mia classe fosse nata davvero a Helsinki, come c’era scritto sul suo documento d’identità, aveva per me dell’incredibile. H-e-l-s-i-n-k-i: queste otto lettere divennero la chiave per un altro mondo, e ancora oggi mi capita di trattare con mal celato stupore i tedeschi che, per esempio, sono nati a Nairobi o a Los Angeles, e non di rado li considero solo degli sbruffoni, proprio come se affermassero di venire da Atlantide, da Thule o da El Dorado. Naturalmente so che Nairobi e Los Angeles esistono davvero. Queste città infatti sono segnate sulla carte. Ma che qualcuno possa esserci stato realmente, o che addirittura ci sia nato, per me è inconcepibile, oggi come allora.”
Davvero non so come Judith possa esserne a conoscenza. Ma anch’io sono cresciuto con questo esatto pensiero. E più volte mi sono trovato a viaggiare con il solo obiettivo di controllare che certi luoghi – quelli che mille volte ho toccato sopra il mio Atlante Zanichelli tenuto insieme con lo scotch – esistessero per davvero. Mi è capitato a Buenos Aires, a Istanbul, a New York e a Oslo. Ed è il motivo per cui vorrei fiondarmi a Baku, a Ulan Bator, a Santiago del Cile e ad Antananarivo. Devono avere nomi esotici, epici, crudi; devono avere una storia travagliata (per questo va benissimo anche Sarajevo); non devono essere belli: se non sono belli meglio, basta che io ci possa andare e abbia conferma che le carte non mentivano, che le immagini viste in tv non fossero fotomontaggi.
Considero gli atlanti i più bei romanzi scritti dall’uomo. Spesso anche loro ingannano (la carta, il planisfero, il mappamondo ingannano sempre – niente può essere perfetta rappresentazione della Terra), ma lo fanno benissimo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro” dice la mia amica Judith, che è nata nella Germania Est e per molto tempo ha usato l’atlante per viaggiare in tutti quei luoghi, anche vicinissimi, che le erano proibiti. Sento che qui c’è di mezzo la vecchia questione del “vicino” e del “lontano”, e non sbaglia chi ha definito questo libro una sorta di epica della lontananza.
“Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò” è un compendio di luoghi infinitamente distanti e storie nate ai margini. Perché le isole? Perché esse sono come piccoli continenti imprigionati da un Oceano senza fine: spesso li crediamo dei paradisi, ma, come dice Judith, possono trasformarsi in inferni belli e buoni. Luoghi dove muoiono bambini o dove ricchi miliardari traslocano insieme alle loro follie.
Certamente le isole scelte da Judith hanno in comune il trovarsi a migliaia e migliaia di chilometri dalla terraferma. Sono puntini che spesso le carte dimenticano. Davvero non ci si spiega come un mucchietto di terra e rocce possa essere caduto nel mezzo del nulla, lì dove per esempio sorgono Diego Garcia o Sant’Elena o Pasqua.

A me piace pensare che siano le briciole cadute dalla tovaglia di Dio. E non mi accontento, come fa Judith. Io su una di queste ci voglio capitare per davvero, dare un’occhiata, farmi venire la voglia di tornare a casa e raccontare tutto.

Judith Schalansky
“Atlante delle isole remote - Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò”
Bompiani, 2013
pag. 142

Il teatro

E pensare che potevi esserci anche tu. Ci avevo pensato, sai, di invitarti a teatro questa domenica. Mi ero detto così: magari le scrivo per sapere se le piace il teatro, e se le piace le dico che c'è questo spettacolo qui, che un mio amico ci ha fatto le musiche e che magari potremmo andarci insieme. Ma poi ho commesso una serie di errori tra cui quello di provare a venire in quel locale pieno così di gente e con la scusa di bere qualcosa poterti guardare e magari parlare. Però il locale era un po' troppo pieno e allora succede che io in quelle situazioni non mi senta tanto bene così sono stato zitto, mi sono fatto largo in quella bolgia che urlava sopra quel pezzo di Jovanotti e sono uscito a cercare una fettina d'aria da respirare. Avevo un po' di quella vecchia paura, quella di stare male in un posto pieno di gente e non sapere che fare. Poi mentre ero lì che fumavo in un angolino ho visto uscire una persona che conosco bene per essere stato il suo professore (non stiamo qui a discutere del fatto che professori e studenti capitino nella stessa discoteca, altrimenti non finiamo più). Era appena svenuta, il suo ragazzo e uno dei buttafuori la reggevano e alla fine sono venuti proprio dove ero io. Dopo un po' si è ripresa, così le ho fatto compagnia cercando di tranquillizzarla mentre il suo ragazzo andava a prendere le giacche, e intanto che lei guardava nel vuoto io come un pirla le chiedevo su cosa avrebbe fatto la tesina di maturità, ma intanto pensavo: cazzo potevo essere io, e invece è toccato a lei. E' toccato a lei che non ha bevuto nulla, mentre io, se proprio dobbiamo metterla sul bere, sono già avanti di due coca e jack.
Cinque minuti dopo ho chiesto ai miei amici se anche noi per piacere ce ne potevamo andare, e mentre mi accendevo l'ennesima sigaretta mi ricordavo perfettamente di quella giacchetta rossa che portavi perché alla fine ti ho vista e ti sono stato davanti un minuto buono senza dire una parola. E mi vergognavo un po' di tutto, voglio dire, della mia età, del posto in cui ero appena stato, di quello che mi era venuto al cuore. E niente, ci mancava anche di scriverti così dal nulla per invitarti a teatro. Chissà cosa te ne frega a te del teatro.
Ci sono andato da solo. Tra l'altro mi è toccato anche pagare due biglietti: il ragazzo dietro al vetro diceva che la mia prenotazione era per due e che ne dovevo pagare due. Sì, ma io sono da solo, gli ho detto. Fa niente, ormai ne ho stampati due. Eh ma magari qualcuno non trova posto e non può entrare mentre io ne ho uno in più, gli ho fatto notare. Mi spiace, non li cambiamo, e non se la prenda con noi, ha detto. No, non me la prendo con voi però cosa faccio adesso, mi metto fuori a fare il bagarino? Veda lei, mi ha risposto, basta che non lo fa qua, e ha indicato l'ingresso del teatro tutto pieno di gente in fila che mi guardava male e si lamentava. Alla fine sono entrato con quei due biglietti e allora ho pensato: vedi, è un po' come se ci fossi anche tu, t'è capitato il posto proprio accanto al mio. E avrei voluto che quel posto rimanesse libero libero perché c'eri tu lì con me, ma poi la signora seduta davanti si è voltata, ha visto che non c'era nessuno al mio fianco e mi ha chiesto se per favore poggiavo il suo paltò verde proprio lì, dove potevi esserci tu. 
Poi è venuto buio, le voci sono scomparse e per cinque secondi tutto era nero. Ho pensato ancora a quella cosa lì, a quella che mi viene quando non deve, e infatti lei è arrivata puntuale quando gli attori in scena parlavano sopra a un tappeto di clarinetto. Guardavo la camicetta di seta gialla che portava lei, così composta nei gesti, e tentavo di convincermi che è pur sempre meglio un cuore che batte all'impazzata piuttosto che uno che non batte per nulla. Ma non serviva, e allora continuavo a graffiarmi i palmi delle mani. All'improvviso un urlo ha squarciato la sala, un uomo seduto al centro si era sentito male, se ne stava rigido con l'occhio vitreo e dava scosse con le gambe e con la braccia. Sua moglie urlava come se fosse già morto quando le luci si sono accese e delle persone sono corse in quella direzione ripetendo un medico, un medico, chiamatelo subito. Io avrei voluto fare qualcosa e stavo anche per muovermi ma poi ho sentito quella solita frase che si dice sempre, tipo largo, fategli spazio, lasciate fare, e dunque sono rimasto dov'ero mica di dare fastidio. Ho anche pensato che per la seconda volta in poche ore avevo passato il mio male a qualcun altro: prima la ragazza in discoteca, poi questo signore in platea. Possibile? mi chiedevo. 
Ho guardato i due attori, immobili sulla scena, mi sono detto che tutto si era rotto, che erano piombati all'improvviso nel mondo reale, anche la camicetta gialla di lei era tornata ad essere una camicetta qualunque, nei loro occhi tutte le preoccupazioni per una storia d'amore malata avevano lasciato il posto alle preoccupazioni per una persona vera, che esiste davvero. A un certo punto hanno persino varcato la soglia invalicabile, quella del palco, quella sacra, e sono venuti in mezzo a noi, hanno seguito quell'uomo fin sul portone della sala mentre i signori dell'ambulanza lo portavano via, per fortuna cosciente. Sono trascorsi minuti, le luci restavano accese, poi hanno detto che si ricominciava, di mettersi ognuno al suo posto, io mi sono voltato e il paltò verde era ancora lì. Allora mi sono detto che era stata una fortuna non aver avuto il coraggio di invitarti a teatro. Ecco sì, che forse sei proprio fortunata a non conoscermi. Porto una sfiga tremenda. Anche se io vorrei dirti un'altra cosa, vorrei convincerti che se stai con me tutte le cose brutte succedono agli altri.



Post scriptum: ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, forse. E tu sei tu, oppure chiunque, oppure nessuno. Mettetevi d'accordo e poi mi fate sapere.


Su tre lati argentini #4 (Tucuman-Tafì)

Fuori dall'aeroporto di Tucuman ci sono le stelle e una grande pianura buia. Il volo da Buenos Aires è atterrato in orario, le famiglie con il passeggino, qualche signora abbronzata e due anziani se ne vanno in pochi minuti. Poi resta il silenzio e una vecchia Ford marrone chiaro. La portiera cigola, un uomo si offre di condurci in città.
Le prime luci sono avvolte dalla nebbia. Deve essere all'incirca mezzanotte e l'aria un poco più calda rispetto alla capitale. Dal finestrino scorgo altri segni di povertà: un carro, un cavallo e una famiglia sopra. Sono case basse di mattoni, bar aperti fino a tardi e ragazzi che fumano. Ogni tanto qualcuno attraversa il vialone con superbia e sprezzo del pericolo. 
Lentamente la città prende forma insieme alle insegne di un Casinò e di qualche hotel, lo Sheraton per esempio. Ma si sente che non sono veri. La città è più brutta, di notte persino minacciosa. Nel nostro albergo ci sono luci basse. Assisto al viavai di ragazzine truccate vestite succinte: in una sala dei sotterranei dev'essere in corso una festa. E' sabato sera tardi, passano solo donne, ma a dire il vero sono bambine. 
La mattina non sappiamo che fare, dove andare. La signorina al bancone consiglia Tafì del Valle, un posto bello, con il lago, loro se possono ci vanno nei week end estivi. Allora trasciniamo gli zaini fino alla stazione degli autobus: di giorno la città è ancora più brutta. Cammino sperando che qualcosa all'improvviso cambi, che questa o quella via ci facciano sbucare in una bella piazza con una bella chiesa o un palazzo o qualcosa, ma nulla. Il nostro percorso è fatto apposta perché di San Miguel de Tucuman noi possiamo portarci via una brutta impressione. Eppure è qui che nel 1816 è nata la Repubblica Argentina, è qui che fu costruito il primo palazzo del Congresso. Dov'è? Il parco 9 de Julio rende assai poco onore a quella storica data. Sono grandi prati spelacchiati sopra cui si gioca a pallone. Gli alberi spogli, la basura, l'immondizia un po' ovunque. Mi dico che la Gloria e la Storia qui ci mettono piede solamente d'estate.

Non ricordo cosa mi disse quel vecchio dalle grandi rughe che incontrai alla stazione degli autobus di Tucuman. Diceva di avere origini spagnole e di essere stato in Italia così tanto tempo fa. Faceva il marinaio. E mi parlò di oro, lingotti d'oro, credo. Ma non riesco ad andare oltre. Mi fece così con la mano mentre salivo sul pullman. Prima mi aveva persino baciato.
Uscire dalla città fu una cosa lentissima, ricordo un intero paese bloccato per via del mercato. Poi prendemmo finalmente velocità e i campi di canna da zucchero si fecero sentire ai nostri nasi prima ancora di comparire davanti ai nostri occhi. Mi addormentai. Al mio risveglio l'autobus si stava inerpicando su per alcuni stretti tornanti: era un paesaggio di montagna come quelli che già conoscevo. Legni secchi, prati, alpeggi di pietra. Ma tutto mutò rapidamente: ancora qualche tornante e venne la foresta sub-tropicale. L'aria umida scaldata dal sole, i vapori, la vegetazione opprimente. La montagna era un muro. Poi i tornanti sparirono: era l'altipiano di erba gialla, macchie di neve, le vette della precordigliera. Un deserto a 2.500 metri. 
Dissi per la prima volta che mai avevo visto roba simile. Il lago artificiale era uno specchio di luce grigia nell'enorme conca della valle. L'autobus si fermò a El Mollar, sulle sue sponde. Poi proseguì fino a Tafì del Valle, il sole batteva forte e l'aria restava fredda e pungente. Trovammo da dormire in una estancia al bordo del paesino, nel giardino un gruppo di lama restava immobile nella luce. Sentivo nascere in me la frenesia del cuore che ancora collego istintivamente a quelle montagne. La parola "Ande" ha per me una sola traduzione: "ciò che non si può contenere".
Quella sera, mentre fuori la temperatura precipitava sotto lo zero, mentre le braci di qualche parilla si smorzavano lentamente sotto le stelle, scrivevo queste cose davanti al computer nella sala da pranzo del nostro rifugio:

Qui Tafi' del Valle, 2000 metri, sulla celebre Ruta 40 che dalla Bolivia scende fino alla Terra del Fuoco passando anche da Bariloche. Scrivo che e' notte e la temperatura scende sotto lo zero. Non c'e' nulla, se non le stelle che non ho mai visto, un lago, le montagne intorno. Non c'e' nemmeno il programma dei giorni che verranno, santo cielo quanta strada. Pero' c'e' quella solita frenesia di andare macinare vedere esserci e vivere le cose lontane. C'e' la paura di essere fuori tempo, fuori luogo, fuori tutto. E ci sono le nostre prime foglie di coca, comprate per 15 pesos in un negozio indio. C'e' anche da inseguire il Re del Mondo, che ci tiene prigioniero il cuore. Lo trovero', se non qui, altrove.

Il mattino seguenti avrei visto solo il rosa di un'alba fredda. Il crinale dei monti ghiacciato, la nebbia sul lago. Il suono delle mie Nike sopra il prato duro coperto di brina.
In quel momento pensai all'uomo che il pomeriggio prima ci aveva fatto fare avanti e indietro dal lago per 150 pesos. Viaggiava su una Fiat Uno e masticava foglie di coca. Le sue mani, le sue unghie. Adesso era ancora lì, alla stazione. 700 pesos, per Cafayate.